Molti furono gli atti d’intrepidezza degli italiani nel Canale di Lissa. Uno su tutti quello dell’equipaggio della Palestro.

Il livornese Luigi Alfredo Cappellini si formò nel collegio della Regia Marina di Genova, dove entrò nel 1842. Sette anni dopo, da guardiamarina, si imbarcò sulla corvetta a vela Aquila della squadra dell’ammiraglio Giuseppe Albini, partecipò pure alla Guerra di Crimea sul Gavernolo e nel 1860, da tenente di vascello, capitanò la pirocannoniera corazzata Curtatone poi la cannoniera ad elica Veloce nell’assedio di Gaeta, occasione in cui si guadagnò la medaglia d’argento al valor militare.

Fu destinato quindi al comando della pirocannoniera Palestro, nave costruita in Francia di 2.200 tonnellate, aveva con un motore di 300 cavalli-vapore, era armata con due cannoni rigati ad avancarica Armstrong da 150 lb (20 cm di calibro) e due cannoni rigati e cerchiati ad avancarica da 40 lb (160 mm), ed aveva un equipaggio di 250 uomini.

Suo luogotenente era Ernesto Viterbo, di Napoli, con gli ufficiali Vincenzo Cacciottolo, da Procida, i napoletani Aniello Lauso, Emanuele Barbaro, Carlo Marcillier, il palermitano Fabrizio Fabrizi, il pilota Andrea Deagostini, di Napoli, il commissario Pietro Ribaud, anche lui di Napoli, il primo medico Ferdinando Garzilli da Solofra, Avellino, il secondo medico medico, Carlo Gloag da Firenze, ed il primo meccanico Giovanni Banner da Napoli.

Unitasi alla flotta dell’ammiraglio Persano, ne seguì le vicende fino a Lissa.

Il 18 luglio la Palestro prese parte al bombardamento dei forti situati sulle colline a levante di Porto San Giorgio sull’isola di Lissa. Il giorno dopo si mantenne al largo come forza di copertura. La mattina del 20 luglio, quando le corazzate della divisione Vacca, che dovevano costituire la riserva, ma che, nello schieramento in linea di fila assunto dalla flotta italiana, si trovavano all’avanguardia, aprirono il fuoco contro le navi austriache. La Palestro, colle pirofregate corazzate Re d’Italia e San Martino, formava la divisione Faà di Bruno, su cui si concentrò il maggior impeto del nemico.

Il Cappellini tentò di fornire supporto al Re d’Italia ma si ritrovò accerchiato da cinque fregate austriache, quattro corazzate ed una fregata. Nel frastuono dei cannoni, con abili manovre evitò più volte i rostri nemici, subendo solo l’abbattimento dell’alberetto di mezzana, ma il confronto era impari ed una granata austriaca fece accendere un incendio nella zona poppiera del ponte di batteria al di fuori della cittadella corazzata, nella quale il comandante Cappellini aveva fatto accumulare del carbone per aumentare l’autonomia della sua nave.

La Palestro si ritrovò avvolta in un denso fumo a vagare tra le due flotte, con l’equipaggio impegnato nel tentativo di domare le fiamme.

Come scrive Gay, mentre il suo equipaggio lottava contro l’incendio, la Palestro fu avvicinata dalla corvetta a ruote Governolo e dal trasporto Indipendenza, inviati dall’ammiraglio Albini per invitare il comandante Cappellini a trasferire la maggior parte dell’equipaggio sulle due navi, qualora l’incendio non potesse essere domato. Anche l’ammiraglio Persano, a bordo dell’Affondatore, si avvicinò alla nave in fiamme, ma solo per assicurarsi che il suo equipaggio stesse lottando con successo contro le fiamme, dopodiché si allontanò senza dare alcun “preciso ordine di abbandonare la nave”. Quindi la decisione di se e quando abbandonare la nave fu lasciata dai due alti ufficiali completamente nelle mani del suo comandante.

Angelo Iachino, nel suo “La campagna navale di Lissa”, così descrive gli ultimi momenti della nave: “…un’imbarcazione del Governolo…si avvicina alla Palestro e si mette a disposizione del comandante per trasbordare l’equipaggio…Cappellini …lo ringrazia e domanda al suo equipaggio se qualcuno vuole lasciare la nave, annunciando però che egli resterà a bordo…nessuno acconsente…”.

Cappellini chiese al Governolo di prendere a rimorchio la Palestro che era immobilizzata, per metterla con la prua al vento per contenere l’estendersi dell’incendio, ma il primo cavo di rimorchio si spezzò. Se ne stava approntando un secondo quando, improvvisamente, la Palestro esplose e affondò, trascinando con sé l’intero equipaggio tranne un ufficiale e 25 marinai che si trovavano all’estrema prora per approntare il rimorchio.

Narrazioni superate narrarono come la Palestro volse la prua sulla nave austriaca più vicina, ma fu manovra inutile perché conflagrò ancor prima dell’impatto. La triste vicenda finì così raccontata sulle pagine dei giornali: “Durava già da lungo tempo l’inegual pugna, allorchè il fuoco s’apprese ad un mucchio di carbon fossile presso al deposito delle granate. Precipitossi a spegnerlo colle genti a ciò destinate, il tenente Viterbo, continuando gli altri a combattere: troppa però era l’esca, e la Palestro fu presto avvolta in un denso fumo. Di che gli austriaci, pensandosi giustamente che il fuoco avrebbe fatto quello che a loro non succedeva, si allontanarono. Restò sola, contrastando a più potere all’interno nemico, la Palestro, ma poco andò che, presentandosi al Cappellini il Viterbo, tutto annerito ed abbruciacchiato, dissegli: – Comandante, l’icendo è inestinguibile, – Convien dunque, rispose l’altro impassibile, abbandonare il bastimento. Ecco l’Indipendenza ed il Governolo che si avvicinano: mettete prima in salvo i feriti: indi sbarcatevi con tutta la gente. – E voi, comandante? – lo debbo e voglio perire col mio bastimento. – In questo caso, replicò risolutamente il Witerbo, voi non sarete solo. Ed a gran voce: Marinai della Palestro, gridò: il fuoco è indomabile: il nostro comandante ordina a tutti d’abbandonare il bastimento e di salvarsi sul Govermolo e sull’Indipendenza; egli però rimane a bordo. A risposta si levò un grido unanime: – Noi rimarremo tutti con lui! Viva il comandante! Viva l’Italia! – Andò ” grido al cuore del Cappellini: – Sia fatto, esclamò, valentuomini, il vostro volere! Poi sbarcati prestamente i feriti, ripigliò: – Si pensi ora di non cadere invendicati. Che la ruina stessa della Palestro sia fatale al nemico! Ed impressa alla macchina tutta la forza, volse la prua sulla nave austriaca più vicina. Ma gli negò la sorte quest’ultimo conforto: a mezzo il corso, appiccatosi il fuoco alle munizioni, la Palestro andò all’aria, con morte di tutta la marinaresca, soli salvi, per singolare ventura, l’uffiziale Fabrizi e 19 marinai. Anche Ernesto Viterbo cadde illeso nell’acqua, ma un grosso pezzo di ferro lo colpiva nel petto, e spegneva quella nobile vita. Il comandante Faa di Bruno della fregata corazzata Re d’Italia, che fu sommersa, fu ucciso da una palla pochi minuti prima che la nave saffondasse. In tutta la battaglia il suo contegno fu valorosissimo”. In realtà non vi fu questa manovra ma solo la convinzione di poter debellare l’incendio.

La Palestro esplose. Lo scoppio fu tremendo ed il mare inghiottì tutto. Furono salvi solo il Fabrizi e 10 marinai.

Nonostante tutto, il fuoco avrebbe potuto avere conseguenze non fatali ma purtroppo, come testimoniò l’ufficiale sopravvissuto, “…noi non ci accorgemmo dell’incendio che quando aveva preso grandi proporzioni…”; questo ritardo fu dovuto al fatto che l’equipaggio, per evitare perdite, era stato radunato all’interno del ridotto corazzato, lasciando completamente abbandonati gli spazi non protetti; quando sulla cannoniera ci si accorse delle fiamme esse erano ormai fuori controllo e nulla poté impedire l’esplosione della polvere da sparo contenuta nelle casse di rame surriscaldate.

Un analogo incendio scoppiato sulla corazzata Ancona venne invece domato grazie alla precauzione presa dal suo comandante di piazzare uomini di guardia negli spazi non protetti proprio per dare tempestivamente l’allarme in caso di incendio, una precauzione che avrebbe potuto salvare anche la Palestro.

 

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Si ringrazia il Laboratorio di Storia marittima e navale – Università di Genova per la revisione del testo.

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: C. Randaccio, Storia delle marine militari italiane dal 1750 al 1860; Gay, Le navi di linea italiane, Ufficio storico della Marina Militare, Roma, 2011; Iachino, La campagna navale di Lissa 1866, Il Saggiatore, 1966; Martino, Lissa 1866, perché?, Storia Militare, nn 214-215, luglio e Agosto 2011; Antonicelli, I cannoni di Lissa, Storia Militare, n 223, aprile 2012.