Si definisce spesso (e giustamente) come “straccione” il colonialismo italiano in Africa. Il Villaggio del Duca degli Abruzzi nel Uebi Scebeli (Somalia), al contrario, fu un raro esempio di grande capacità organizzativa, logistica, tecnologica e di sensibilità verso le popolazioni indigene. Il personale era reclutato su base volontaria e il Duca interpellava sempre i capovillaggio, e i contratti venivano sottoscritti davanti al Residente. Si disponeva della migliore tecnologia dell’epoca sulla bonifica e sui sistemi irrigui. Nel Villaggio, oltre ai somali, diedero il loro contributo lavorativo anche eritrei e yemeniti, creando così un nucleo operaio – contadino multietnico e multireligioso. Il tutto grazie alle grandi capacità del Duca e ai denari degli investitori (tra cui la COMIT di Toeplitz) che investirono nella S.A.I.S. (Società Agricola Italo Somala) ingenti somme, sopportando il periodo iniziale di start up. Vista l’alternatività del modello del Villaggio rispetto agli schemi (brutali) del fascismo di De Vecchi (uno dei quadrumviri della marcia su Roma relegato in Somalia da Mussolini, dopo che negli scontri con gli operai a Torino nel 1920 erano stati uccisi alcuni lavoratori), il Duca fu comunque sempre molto cauto e faceva spesso visita al Ministro delle Colonie Federzoni, come ci documentano i Diari di quest’ultimo redatti nei primi mesi del 1927.

Col suo villaggio il Duca degli Abruzzi, il mitico principe esploratore appartenente ai Savoia e che non volle mai essere coinvolto dalla politica e dalle trame di palazzo, era andato contro i canoni della colonizzazione classica dell’epoca, basati sul latifondo, il reclutamento forzoso degli indigeni e sull’uso massiccio delle monocolture, e che erano contestualmente perseguite dal governatore De Vecchi e dai fascisti nelle grandi estensioni concesse loro (quasi gratis) a Genale. Il Duca mirava invece ad un’ampia serie di produzioni agricole attraverso appositi contratti di mezzadria stipulati con gli indigeni somali, senza trascurare la zootecnia, il tutto accompagnato da un’organizzazione industriale favorita indubbiamente dall’accesso al capitale finanziario della COMIT (che non a caso aveva designato quale vicepresidente della S.A.I.S. l’AD della banca, Giuseppe Toeplitz, dal 1920 al 1937). Ma furono veramente raggiunti gli obiettivi del Duca degli Abruzzi?

Questa visione idilliaca e molto mitizzata del Villaggio è stata messa in dubbio. Vi furono infatti periodi in cui la manodopera fu reclutata forzosamente, specie all’inizio e durante la guerra d’Etiopia, ma anche alla fine degli anni Venti si verificarono gravi carenze. In un suo saggio Ernesto Milanese evidenzia che in genere viene riconosciuto da tutti che la S.A.I.S. ebbe effettivamente una funzione propulsiva per lo sviluppo economico dell’intera Somalia, e contribuì a creare un nuovo clima di fiducia, costituendo un centro di irradiamento e di diffusione della buona tecnica agraria (che invano avevano tentato di divulgare Romolo Onor e Leopoldo Franchetti), in aperta antitesi ai canoni della colonizzazione classica del fascismo, che al contrario era ancora imperniata sulla monocoltura, sull’agricoltura pura e semplice e sull’uso della violenza.

Il Villaggio del Duca mirava invece ad un’ampia serie di produzioni agricole, senza trascurare la zootecnia e affiancando il tutto con un’adeguata organizzazione industriale supportata dal capitale privato, e soprattutto da un modello sociale sostenibile che prevedeva il rispetto degli indigeni e la loro tutela sul fronte culturale, religioso, economico e sanitario. Il Villaggio del Duca dovette superare svariate crisi dopo la sua costituzione. Una prima avvenne nel 1923 a seguito di terribili inondazioni dello Uebi Scebeli, del diffondersi della peste bubbonica e dalla bassa resa del cotone; una seconda si verificò nel 1926, quando si abbatté una nuova inondazione cui seguì la diffusione di malattie (tra cui la malaria); e una terza avvenne nel 1930, a causa di una nuova piena che danneggiò le arginature e minacciò anche la linea ferroviaria, cui seguì un’epidemia di amebiasi.

Rispetto a Genale, dove in vaste monoculture il fascismo costringeva al lavoro coatto migliaia di somali, il Villaggio del Duca fu dunque un’isola felice, e fino agli anni Sessanta del Novecento (l’AFIS, l’amministrazione fiduciaria della Somalia, durò dal 1950 al 1960) il personale proveniente da esso non aveva bisogno di referenze. Il Duca morì nel 1933 e volle essere sepolto proprio lì, nel suo villaggio somalo. Da mozzo di Marina nel 1879, esplorò il Monte sant’Elia in Alaska (1897) e il Polo Nord (1899) a bordo della nave Stella Polare, conquistò il Ruwenzori in Equatoria (1906) e il Bride Peak sul Karakorum (1909). Questo nobile di altri tempi, taciturno e melanconico, che da giovinetto visse le sue prime esperienze esplorative con le sue fedeli guide alpine nel Gran Paradiso, il 18 marzo 1933 morì in Africa a soli sessant’anni dilaniato dal tumore: lavorò fino all’ultimo e nel 1928 aveva ultimato anche la sua ultima grande spedizione, svelando i misteri geografici ed idrografici dello Uebi Scebeli. Fu sepolto sotto una semplice pietra granitica della Migiurtina.

Il Ministro degli Esteri somalo con una lettera del 9 novembre 1976 negò il permesso di traslare la salma del Duca in Italia, sostenendo che egli era ormai parte integrante della storia della Somalia. Nel 2006 alcuni ribelli somali distrussero ciò che restava del Villaggio e profanarono la tomba del Duca. Distrussero ogni traccia della presenza italiana e si accanirono contro la tomba profanandola ferocemente, il monolite fu abbattuto, e i resti del Duca furono dispersi. Probabilmente questi ribelli non sapevano nemmeno di cosa si trattasse.

Oggi si ripete, spesso a sproposito, la formula salvifica «aiutiamoli a casa loro», senza sapere spesso come fare e da dove cominciare. Ebbene, il Duca degli Abruzzi lo fece davvero e dedicò gli ultimi intensi anni della sua vita, sapendo andare contro corrente e rinunciando agli agi della sua condizione principesca. Il dramma vero oggi tuttavia è un altro: abbiamo perso la memoria. Ma così si finisce per distruggere anche la storia, col risultato che non si sa più come affrontare il presente e meno che mai il futuro, soprattutto in un’area – il Corno d’Africa – che oggi torna prepotentemente alla ribalta della geopolitica mondiale. E dove in un lontano febbraio 1885 sbarcammo (ma per fare che?).

 

 

 

 

 

Autore articolo: Alessandro Pellegatta

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia:

Luigi Amedeo di Savoia, Le esplorazioni dello Uabi-Uebi Scebeli, Mondadori, 1932, con introduzione storica di Attilio Mori; G. Scassellati – Sforzolini, La Società Agricola Italo-Somala, Istituto Agricolo Coloniale, Firenze, 1926; E. Milanese, La Società Agricola Italo-Somala e l’opera del Duca degli Abruzzi in Somalia tra il 1920 e il 1933, in Miscellanea di storia delle esplorazioni, XXIV, Genova, 1999; G. Speroni, Il Duca degli Abruzzi, Rusconi, Milano, 1991. Per chi volesse approfondire la tematica della colonizzazione italiana della Somalia si suggerisce la lettura di Alessandro Pellegatta, Patria, colonie e affari, Luglio editore, Trieste, 2020.

 

 

 

 

 

 

 

Alessandro Pellegatta è uno scrittore appassionato di letteratura di viaggio, storia coloniale e dell’esplorazione. Tra le sue ultime pubblicazioni storiche ricordiamo Manfredo Camperio. Storia di un visionario in Africa (Besa editrice, 2019), Il Mar Rosso e Massaua (Historica, 2019) e Patria, colonie e affari (Luglio editore, 2020). Ha in pubblicazione un nuovo volume dedicato alla storia dell’esplorazione italiana intitolato Esploratori lombardi.