L’impresa dei Mille ed i primi moti unitari nel Molise

L’impresa dei Mille ed i primi moti unitari nel Molise

Anche il Molise partecipò attivamente, dall’una e dall’altra parte in lotta, agli avvenimenti del settembre-ottobre 1860 che culminarono nell’annessione per plebiscito del Regno delle Due Sicilie (21 ottobre 1860) e successivamente nella proclamazione del Regno d’Italia (17 marzo 1861).

In quei giorni si distinsero in particolare gli unitari ed i democratici del Molise centrale e basso (Campobasso e Larino) in contrapposizione ai lealisti dell’alto Molise, (Isernia ed Agnone). Una contrapposizione che derivava, oltre che da ragioni di carattere sociale (la prevalenza della borghesia agraria nel basso Molise e della piccola proprietà contadina in quello alto, più povero) anche dalla maggiore o minore distanza dalle rispettive basi d’azione della monarchia napoletana, le fortezze di Capua e Gaeta, e di Garibaldi, la capitale del regno, Napoli, che Francesco II aveva improvvidamente lasciato il 6 settembre.

La proclamazione della Costituzione e l’apertura ai liberali con la nomina di Liborio Romano al ministero degli Interni, resero più facile agli antiborbonici l’assunzione di ruoli politico-amministrativi in province e comuni di tutto il Molise.

Nicola De Luca e Stefano Iadopi divennero sindaci di Campobasso ed Isernia, mentre Intendente della Provincia di Molise venne fatto Domenico Trotta.

Al contempo settori del mondo contadino e del clero si mobilitarono contro i cambiamenti introdotti da Francesco II, compresa l’istituzione della Guardia Nazionale in sostituzione delle Guardie Urbane.

Fu forse davvero l’inizio della fine per il Regno delle Due Sicilie. In una vera e propria guerra civile, la svolta costituzionale, di fatti armò, la parte borghese contro la parte popolare, storico sostegno tradizionale della monarchia come ai tempi di Ruffo, proprio come prospettato da Francesco De Sanctis: “[…] queste concessioni precipiteranno la crisi, rilevando gli animi e dandoci armi per render più pronta e più facile l’insurrezione. Il Governo si vuol servire di noi per abbattere Garibaldi e la rivoluzio­ne; e noi dobbiamo servirci dè mezzi che ci dà per farlo cadere al più presto.” (Lettera ad Angelo Camillo De Meis del 1° luglio 1860, tratta dall’ Epistolario, Torino, 1965, p.207).

La Guardia Nazionale, per mantenere l’ordine, unò le maniere forti, come a Venafro il 23 luglio, quando sparò sulla gran folla di contadini che si era radunata per contestare la cerimonia del giuramento alla Costituzione e l’adozione del Tricolore.

Al contempo i sostenitori dell’impresa garibaldina, per iniziativa di Ercole Raimondi, noto avvocato di San Pietro Infine, fecero richiesta al Comitato d’Azione di Napoli di una persona esperta per poter guidare i volontari. Furono inviati due ferventi mazziniani, poco più che trentenni già coinvolti nella Spedizione di Sapri: Giuseppe Fanelli, uno dei Mille, e Teodoro Pateras, che aveva già combattuto a Venezia nel 1848 ed a Roma nel 1849 al servizio delle due repubbliche, rimanendo ferito e meritando una Medaglia d’Argento al Valore.

Il Pateras, da poco rientrato dall’esilio in Svizzera, fu nominato da Garibaldi colonnello dell’Esercito Meridionale; sotto la sua guida, nacque quindi, il 27 agosto, la Legione dei Cacciatori del Vesuvio, pochi (meno di 200) e male armati, immediatamente portati a scontrarsi sia con l’ostracismo dei filoborbonici sia con la diffidenza dei liberali molisani di fede moderata.

Primo obiettivo dei Cacciatori del Vesuvio fu il Molise centrale, dove Campobasso aveva già proclamato l’Unità il 2 settembre. Pateras giunse a Boiano il 6 settembre con un centinaio dei suoi, bene accolto dalla popolazione. Scrive il capitano Cesare Cesari: “Le opinioni politiche, o la simpatia che ciascuno credeva doveroso tributare in quei giorni a questo o a quel partito, divisero però subito i militi del Sannio in due parti: una, di ideali mazziniani, si portò a Bosco d’Evandro a rinforzare il battaglione dei Cacciatori del Vesuvio, che stava organizzando Teodoro Pateras per marciare su Isernia, e l’altra più temperata e composta più specialmente di molisani, si presentò a Francesco De Feo” (“La Legione del Sannio e i Cacciatori del Vesuvio nel 1860”, in Memorie Storiche Militari, Ufficio Storico Esercito, Città di Castello, 1912).

Per la fine di settembre tutto il Molise era nelle mani degli insorti, ma in pochi giorni la situazione si capovolse, grazie all’arrivo da Capua di un battaglione di granatieri della Guardia Reale, reduci dalla Battaglia del Volturno, e di una sezione di artiglieria, al comando del maggiore Michele Sardi. Queste truppe fresche e migliaia di contadini armati alla meglio consentirono quindi al maggiore De Liguori, al comando di tre compagnie del 5° battaglione della gendarmeria e di uno squadrone di Cacciatori a cavallo, di marciare verso Isernia e riconquistare la città il 5 ottobre. Seguirono i tragici fatti di Pettoranello, 17-18 ottobre, con l’annientamento (oltre duecento morti ed altrettanti prigionieri) ad opera dei borbonici, militari e guerriglieri, di una forte colonna di garibaldini, circa 1200, tutti meridionali tranne dodici guide a cavallo ed altri ufficiali, al comando del colonnello Francesco Nullo, bergamasco.

Due giorni vi fu l’arrivo ad Isernia dell’esercito sardo al comando di Enrico Cialdini, che ebbe facile gioco a sbaragliare sul Macerone i napoletani, dieci volte inferiori per numero e mal comandati dall’inetto ten. generale Luigi Douglas Scotti.

 

 

Autore articolo: Giovanni Pede

In copertina, Busto di Teodoro Pateras. Fonte foto: dalla rete

 

 

 

Giovanni Pede, autore del volume “La Battaglia del Macerone. I quarantacinque giorni che fecero unita l’Italia”, è appassionato di storia militare italiana

 

 

Autore articolo: Giovanni Pede

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