Persino molti torinesi ne hanno perso la memoria, ma nel 1904 accadde un evento che segnò profondamente la storia della città: l’incendio della Biblioteca Nazionale.

A quei tempi, la Biblioteca Nazionale (o, meglio, la “Regia Biblioteca Nazionale”), aveva sede in Via Po, in un edificio accanto a quello dell’Ateneo. Essa era sorta nel 1720, per volontà di Vittorio Amedeo II, che aveva deciso di riunire in un’unica istituzione i volumi già presenti nella biblioteca dell’Università, con quelli della biblioteca ducale. Questa biblioteca possedeva un’ampia collezione di manoscritti e codici miniati, acquisiti soprattutto da Amedeo VIII, il quale, ambizioso, vedeva come molti principi del suo periodo il possesso di una ricca biblioteca come uno strumento sia di potere che di credito politico.

Negli anni successivi, la Biblioteca Universitaria divenne sempre più ampia ed acquistò sempre maggior prestigio, grazie ai numerosissimi lasciti, e alle numerose acquisizioni di valore. Per fare un esempio, la Biblioteca ricevette in dono, da Tommaso Valperga di Caluso, 621 antichi e rarissimi manoscritti talmudici in ebraico, e in dono dal Conte Carlo Alfieri di Sostegno, ben 1.500 volumi stampati a Venezia nel XV-XVI secolo dalla bottega di Aldo Manuzio.

Nel 1749, il patrimonio della biblioteca era già enorme, e l’abate padovano Giuseppe Pasini, nominato Prefetto della Regia Biblioteca Universitaria, assieme ai bibliografi Francesco Berta e Antonio Rivautella, si incaricò di compilare il repertorio di tutti i manoscritti conservati. Questo repertorio richiese più volumi, e venne pubblicato dalla Stamperia Reale, con il titolo “Codices Manuscripti Bibliothecae Regii Taurinensis Athenaei, per Linguae Digesti & Binas in parte distribuiti, in quarum prima Hebraei, & Graeci, in altera Latini, Italici & Gallici”. Come si vede, la biblioteca di Torino possedeva antichi manoscritti ebraici, greci, bizantini, latini, italici e francesi, a partire dall’epoca altomedievale. Le acquisizioni di questi testi preziosi erano continuate: per esempio, nel 1824, il ministro Prospero Balbo incaricò il filologo Amedeo Peyron di raccogliere i manoscritti altomedievali dello scriptorium dell’Abbazia di San Colombano a Bobbio, i quali, dopo la soppressione di tutti i monasteri voluta nel 1810 da Napoleone, correvano il rischio di finire dispersi. Nel 1900, come riportava Georges Bourgin in “L’incendie de la bibliothèque nationale et universitaire de Turin“, essa possedeva 1.095 incunaboli, 10.321 incisioni, tra le quali rare carte geografiche, 4.500 manoscritti su papiro o pergamena, suddivisi nei fondi ebraico, arabo, persiano, copto, greco e latino, oltre a centinaia di codici miniati, che la rendevano una delle biblioteche di respiro europeo. Molti di questi manoscritti erano appartenuti al celebre Cardinale Della Rovere, altri provenivano dallo scriptorium dell’Abbazia di Staffarda.

Nel 1904, del tutto imprevisto, l’incendio: in una sola notte, tra il 25 e il 26 gennaio, andò perduto irrimediabilmente un patrimonio paleografico inestimabile. Come dimensioni generali, l’incendio distrusse circa un terzo del materiale posseduto, ma il danno fu molto più grave, perché distrusse la metà dei materiali più rari e preziosi, che costituivano il tesoro vero e proprio della biblioteca , ossia gli incunaboli, i codici miniati e i manoscritti. Ma come potè accadere, tutto questo? Le cause esatte dell’incendio non furono mai precisate, anche se fu ipotizzato un corto circuito dell’impianto elettrico. Esso, come scrissero i giornali dei giorni successivi, si originò nel cuore della notte, trovando facile esca sia nei volumi, sia nelle strutture lignee, estendendosi con grande rapidità. I Vigili del Fuoco, subito allertati, accorsero dalla Caserma di Corso Regina, con le autopompe, inondando d’acqua le finestre. Sciaguratamente l’acqua, pur fermando il fuoco, imbevendo carta e pergamena, provocò anch’essa a volte dei danni irreparabili nei volumi. Oltre all’oltraggio del fuoco, altri danni furono prodotti dalla buona volontà delle persone inesperte: per esempio i guardiani, pensando di far bene, lanciarono dalle finestre i pezzi più rari, che si sbriciolarono nell’impatto con il selciato. La più celebre foto del rogo di Via Po, venne scattata alle prime ore di quel 26 gennaio, quando il fuoco era ormai spento. È l’immagine che venne riprodotta anche nelle prime pagine dei giornali, in Italia e all’estero. Essa, ripresa dall’alto di una Via Po deserta, mostra un’infilata di arcate di portici, mentre un solitario vigile del fuoco indirizza un getto d’acqua all’interno di una finestra di un edificio il quale ha il tetto in parte scoperchiato, che mostra l’ossatura composta da travi annerite. Ma ciò che colpisce l’osservatore è una grande quantità di quella che sembrerebbe cartaccia gettata a terra, che ingombra la strada per quasi un isolato. La Stampa del giorno successivo, uscì con un grande titolo: “Un gravissimo incendio alla Biblioteca Nazionale. Diecimila volumi perduti. Manoscritti preziosissimi inceneriti. La grande emozione in città”. Il Corriere della Sera di Milano titolò invece: “L’incendio della Biblioteca Nazionale a Torino. Preziosissimi cimeli distrutti dall’acqua e dal fuoco”.

Dopo qualche giorno, si cercò di fare un primo punto dei danni, e la situazione si dimostrò ancora peggiore di quanto si fosse ipotizzato in un primo momento. Un articolo su La Stampa descriveva così la situazione: «Le sezioni più danneggiate risultarono quelle dei manoscritti orientali, di quelli francesi e di quelli italiani […]. Nei codici membranacei, le modificazioni strutturali delle pergamene, provocate dall’effetto del calore, si aggravarono a causa dei getti d’acqua fredda che arrivarono su di essi; sotto l’effetto del calore, si ebbero drastiche riduzioni delle dimensioni dei codici, e l’agglutinamento delle pergamene: il risultato fu la trasformazione di molti codici in blocchi compatti». Quest’ultimo effetto fisico veniva spiegato su La Stampa dallo studioso Pietro Giacosa: «La massa dei codici si è ridotta in una specie di mattone, di quelli cosiddetti ferrigni che escono dalla fornace storti e bruciati. I margini dei fogli si sono saldati in uno strato catramoso, fatto di fumo e di colla di gelatina impastati insieme. Sotto la pressione poi dello scaffale, accresciuta per la dilatazione conseguente al riscaldarsi, l’insieme del libro che non trovava spazio si accartocciò e si contorse come in uno spasimo. Dove il caldo era maggiore e la pergamena perdeva l’umidità sua naturale, essa si ritraeva, s’aggrinziva, seccava e diventava fragile come biscotto. Quando si aggiunga l’azione dell’acqua gettata su queste masse di membrane calde, il crogiolarsi di questa congerie di cose, carta, legno, inchiostro, gomme, colori, ori, cuoj in una lenta combustione, in una carbonizzazione, ora in un ambiente saturo di vapor acqueo caldissimo, ora in spazii secchi, si comprenderà l’aggravarsi delle condizioni […]. I codici cartacei non hanno avuto difesa; il fuoco li ha carbonizzati; l’acqua li ha inzuppati. Sono una poltiglia di fango e carbone. I codici membranacei, invece, si aggrovigliarono contro alla fiamma in una crosta ribelle e aspra, che assorbiva per sé il calore senza trasmetterlo all’interno, che offriva se stessa bruciandosi e carbonizzandosi, ma sotto di sé manteneva intatto il deposito affidatogli». Insomma un danno incalcolabile, e irrimediabile.

Svanirono, in un attimo, dei pezzi preziosissimi: per esempio, andarono perduti per sempre dei rarissimi manoscritti bizantini, come le “Chronĭcas” dello storico Giorgio Sincello (IX secolo) e quelle del patriarca Niceforo I di Costantinopoli (IX secolo), e il “Diplomaire”, un codice miniato e decorato con oro, composto da 258 fogli di pergamena, e risalente al 1286. Torino conservava anche alcuni antichi manoscritti persiani di carattere astronomico, che andarono anch’essi perduti: per esempio, una mezza pagina dai bordi anneriti è tutto ciò che rimane del “Liber Messahala”, manoscritto dell’ VIII-IX secolo dell’astronomo ed astrologo persiano Masha’Allah ibn Atharī. La biblioteca torinese era famosa pure per i suoi i codici miniati: lo studioso francese Georges Bourgin scriveva infatti: «Récemment, une étude de M. Durrieu dans la Chronique des Arts, rappelait l’importance exceptionnelle d’un grand nombre des manuscrits de Turin, et dans chaque fonds, pour l’histoire des arts en général et de la miniature en particulier». Tra questi codici, esistevano alcuni “Livres d’Heures“, che testimoniavano l’affinità del territorio, durante il Medioevo, con il mondo culturale d’Oltralpe. I “Livres d’Heures“ infatti, sono espressioni artistiche tipiche del gotico francese, del XIII, XIV e XV secolo: si tratta di testi devozionali finemente miniati, che contengono salmi, preghiere e brani delle sacre scritture, redatti in base al calendario liturgico, che non erano usati dagli ecclesiastici ma dai fedeli in generale. assieme ad un calendario della liturgia durante l’anno.

Nel rogo di Torino, finirono inceneriti due preziosi “Livres d’Heures“ che facevano parte della collezione del Duca di Savoia, “Les Heures de Savoye” e “Les Heures de Turin”. Il primo di essi, “Les Heures de Savoie, ou le Livre d’Heures de la Comtesse de Savoie“, era stato realizzato, negli anni tra il 1335 e il 1340, dalla bottega di Jean le Noir, su commissione della contessa Bianca di Borgogna. Dopo essere passato di mano in mano durante i secoli, ed essere stato smembrato in due parti, una di queste era finita a Torino, in possesso di Vittorio Amedeo II, che l’aveva conferita alla Biblioteca. Nessuno sapeva più dove fosse finita l’altra parte del codice, così, quando le “Heures de Savoye” furono ridotte in cenere nel 1904, tutti credettero di averle perdute per sempre. Ma nel 1910 accadde un fatto inaspettato: un monaco benedettino che stava compiendo delle ricerche nella biblioteca della diocesi di Portsmouth, ebbe la ventura di scoprire un manoscritto gotico miniato di 26 fogli, che venne identificato dagli esperti proprio come l’altra parte del codice delle “Heures de Savoye”. Questo codice, è oggi conservato nella biblioteca dell’Università di Yale. Il secondo dei “Livres d’Heures” veniva chiamato “Les Heures de Turin” e corrispondeva alla metà delle pagine di un codice originario, le “Très Belles Heures de Notre-Dame du Duc de Berry”. Queste “Très Belles Heures de Notre-Dame” erano state realizzate, attorno al 1380, dalla bottega del celebre Jan van Eyck, su commissione, appunto, del Duca Jean de Berry. Qualche decennio dopo, anche questo codice venne smembrato in due parti, che passarono entrambe di mano in mano, nel corso dei secoli. La prima parte, nel 1720, si trovava in possesso di Vittorio Amedeo II con il nome di “Les Heures de Turin” e finì anch’essa nei conferimenti alla Biblioteca, perduti nel rogo del 1904. La seconda parte, dopo lo smembramento, finì in Baviera e lì venne acquistata dal patrizio milanese Gian Giacomo Trivulzio, all’inizio del XIX secolo, per arricchire la sua ricchissima biblioteca. Queste 28 pagine miniate, denominate “Les Heures de Milan”, fecero parte della Collezione Trivulzio fino al 1935, anno nel quale furono cedute al Museo Civico di Arte Antica di Palazzo Madama, presso il quale si trovano attualmente. Da quel momento, esse vennero ridenominate “Les Heures de Turin-Milan”.

Ma la Biblioteca di Torino possedeva anche, tra i manoscritti francesi, alcuni codici miniati relativi ai poemi cavallereschi: tra essi, Torino conservava cinque manoscritti del “Roman de la Rose” (quattro del XIV secolo, e uno del XV), anch’essi ridotti in cenere. Torino possedeva poi (assieme a Parigi) una delle due uniche copie esistenti del “Livre du Chevalier Errant”, uno dei testi più importanti della “chevalerie médiévale“. Come sappiamo, il “Livre du Chevalier Errant” fu composto proprio a Torino, tra il 1394 e il 1396, da Tommaso III di Saluzzo, mentre era tenuto prigioniero a Palazzo Madama dai suoi nemici Acaja. Del meraviglioso “Livre du Chevalier Errant” torinese, il fuoco non ha risparmiato che qualche frammento di pagina, con i bordi bruciati: se si vuole avere idea di come potesse essere, si può confrontare l’altra copia di Parigi, presso la Bibliothèque Nationale.

L’impressione destata dalla catastrofe del 26 gennaio 1904 fu enorme, sia in Italia che all’estero. La «sventura mondiale», l’«incalcolabile danno» colpendo «Torino madre dell’Italia nuova» avevano ferito «il cuore stesso della nazione». Tutti i giornali esteri diedero ampio risalto alla notizia, e tutte le università e le istituzioni d’Europa organizzarono convegni di studi per capire fino a che punto la cultura fosse stata ferita. Per esempio, nella prima seduta dell’Académie des Inscriptions et Belles-Lettres di Parigi uno dei membri, Paul Meyer, così relazionava ai soci in apprensione: «Voglio richiamare l’attenzione dell’Accademia sul disastro irreparabile che ha appena colpito non solo l’Italia, ma tutta la cultura mondiale. Non abbiamo ancora molti dettagli: sappiamo soltanto che il fuoco ha distrutto interamente quattro saloni, con tutti i libri che contenevano; che la sala dei manoscritti è stata devastata sia dalle fiamme che dall’acqua delle pompe, perché non si è potuto accedere ad essa in quanto sciaguratamente chiusa da un cancello di ferro, che si è potuto abbattere solo dopo lunghi sforzi; che tutti i manoscritti greci e i manoscritti orientali sono bruciati nel rogo. Se siamo riusciti a salvare i manoscritti di Bobbio, pur intrisi d’acqua, un numero enorme di manoscritti latini o in lingua romanza, che costituivano dei testi unici dal valore inestimabile, li dobbiamo considerare irrimediabilmente perduti». La perdita che ebbe a subire la cultura fu così grande che i festeggiamenti per il quinto centenario dell’Università di Torino, che cadeva proprio nel 1904, e per il quale erano già state approntate fastose cerimonie ed erano già state invitate delegazioni di studenti e professori da tutte le Università europee, non ebbero mai più luogo in segno di lutto.

 

 

 

 

 

Autore articolo: Paolo Benevelli

Fonte foto: dalla rete