Will Durant descrive il complesso e pittoresco rituale di investitura cavalleresca (L’epoca della fede).

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Il giovane che aspirava al cavalierato si sottoponeva a lunga e rigida disciplina. A sette od otto anni incominciava a servire come paggio, a dodici o quattordici anni diventava scudiero nobile di un signore; lo serviva a tavola, in giostra e in battaglia. Rinvigoriva il corpo e lo spirito con esercizi e sport pericolosi; imparava imitando e provando, a maneggiare le armi della guerra feudale. Quando il periodo di tirocinio era terminato, allora il giovane era accolto nell’ordine cavalleresco con un rito di dignità sacramentale. Il candidato prendeva un bagno, simbolo di purificazione spirituale e forse pratica igienica; da allora veniva chiamato “cavaliere del bagno” per distinguerlo da quei “cavalieri della spada” che avevano ricevuto il titolo su qualche campo di battaglia come immediata ricompensa del loro coraggio.

Egli veniva vestito di tunica bianca, manto rosso e cotta nera, simboli rispettivamente della supposta sua purezza spirituale, del sangue da versare per l’onore o per Dio, della morte da affrontare senza timore. Digiunava un giorno intero, passava una notte in chiesa, immerso in preghiere, si confessava, ascoltava la messa, riceveva la comunione, ascoltava un sermone sui doveri morali, religiosi, sociali e militari del cavaliere e solennemente prometteva fedeltà a tali doveri. Avanzava verso l’altare con una spada appesa al collo; il prete prendeva la spada, la benediceva e la riponeva al collo del candidato. Questi si volgeva allora al signore che gli era seduto vicino e che gli domandava severamente: “A qual fine desideri entrare nell’ordine? Se è per diventar ricco, per fare i tuoi comodi e ricevere onore, senza fare onore all’ordine, allora non sei degno; saresti rispetto all’ordine dei cavalieri, ciò che è il simoniaco rispetto alla dignità ecclesiastica”. Il candidato sapeva già come rispondere e allora dame o cavalieri gli davano l’usbergo, la corazza o pettorale, i bracciali, i guanti di ferro, la spada e gli speroni. Il signore, alzatosi, gli dava tre colpi sul collo o sulle spalle con il piatto della spada e talvolta un buffetto sulle guance, quasi a simboleggiare le ultime offese che il giovane poteva subire senza reagire; quindi il signore pronunziava la formula: “Nel nome di Dio, di San Michele e di San Giorgio, io ti faccio cavaliere”. Il nuovo cavaliere riceveva una lancia, un elmo e un cavallo; si poneva in testa l’elmo, balzava sul cavallo, brandiva la lancia, agitava la spada, usciva cavalcando dalla chiesa, distribuiva doni e dava un festino agli amici.

 

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