Una delle pagine più interessanti della Guerra Italo-Turca fu l’Impresa di Macabez del 10 aprile, quando un convoglio nella notte iniziò lo sbarco della Divisione Garioni sulla penisola di Macabez sfidando la furia del mare e consentendo la conquista del forte di Bu-Cahmez. L’occupazione della penisola di Macabez, fu così descritta nella relazione del maggiore Ropolo.

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Alla simulata dimostrazione su Zuara furono assegnate le navi Carlo Alberto e Marco Polo, gli incrociatori ausiliari Città di Catania e Città di Siracusa, alcune torpediniere, i trasporti ausiliari Sannio, Toscana, Hercules, sui quali si imbarcarono due battaglioni di granatieri. Lo sbarco effettivo sulla penisola di Macabes fu operato dalla nave ammiraglia Re Umberto, dalle navi Sardegna, Sicilia, Agordat, dalle torpediniere d’alto mare Cigno, Canopo, Clio, Ardea, dalla torpediniera Airone, dal cacciatorpediniere Espero, dall’ariete torpediniera Iride e dal rimorchiatore d’alto mare Ercole, con alcuni pontoni e i trasporti militari Bulgaria, Verona, Lazio, Europa, Valparaiso, Cavour, Re Umberto, Washington, sui quali erano imbarcate le truppe destinate allo sbarco. La squadra era comandata dall’ammiraglio Borea Ricci e le truppe dal generale Garioni. La dimostrazione s’iniziò il giorno 8 con siluranti. Alle nove del mattino del 9 le navi apparvero dinanzi a Zuara ed aprirono il bombardamento. Frattanto, per compiere lo sbarco effettivo sulla penisola, il convoglio navale partito da Augusta la notte del 6, si riuniva alle ore 16 del 9 aprile, a quindici miglia a nord di Zuara, con l’Agordat, l’Iride e il Ca provenienti da Tripoli e proseguivano insieme avvicinandosi al punto dello sbarco per quanto il fondo lo permettesse. Così, a lumi spenti, si avanzarono sino a sei miglia dalla costa. Cominciarono le operazioni di sbarco preparate nella notte secondo le seguenti disposizioni: un battaglione di marinai con una batteria da sbarco e una compagnia di zappatori doveva spingersi su barche a vapore verso la penisola per raggiungerla e sbarcarvi all’alba. Alle 2,45 l’ammiraglio Borea Ricci, fra un grande silenzio di trepida attesa e di commozione, salutò con nobili parole i marinai destinati allo sbarco. Alle ore tre il battaglione dei marinai, agli ordini del comandante Candeo, vibranti d’entusiasmo per il saluto del loro ammiraglio, lasciarono la Re Umberto, scortati dall’Agordat, dall’Espero, dall’Airone e dal Cigno, che avevano ricevuto l’ordine di accompagnare le imbarcazioni sino a quanto più loro fosse possibile verso terra. La perigliosa avanzata si effettuò perfettamente nella notte, nonostante le molte e gravi difficoltà a causa dei bassi fondali, non essendo esatta la carta idrografica. Ma alle ore 3 e 15 minuti, senza resistenza, le truppe atterravano. Pochi minuti dopo si trinceravano sulla prima salda posizione. Frattanto alle ore 8 sbarcavano gli altri reparti di truppe del ao battaglione del 7° bersaglieri, una compagnia del 6°, un battaglione eritreo. Sbarcò poscia il generale Lequio, che assunse subito la direzione delle operazioni, e con lui il colonnello Di San Marzano, comandante dell’artiglieria, il maggiore Gasca del genio, quindi atterravano gli altri reparti di bersaglieri, del 60º fanteria, una batteria da montagna. Mentre lo sbarco continuava, il Genio gettava i primi piccoli pontili.

Alle ore 10 lo sbarco era già regolato. Si erano spostate le trincee in modo da avere circa otto chilometri di terreno sicuro dal punto primitivo di sbarco. L’intera penisola fu così occupata e si formarono gli accampamenti distinti per specialità e per arma. Ma lo sbarco fu dovuto sospendere, essendosi alle ore 21 levato un fortevento di greco. A quell’ora non restava da occupare che il fortino di Bu Kamech, il quale presentava gravi difficoltà, dovendosi passare l’imbocco di una baia mai esplorata. Per conoscerlo e potervi poi con sicurezza guidarvi il convoglio delle imbarcazioni, il comandante Cacace, nella notte dall’8 al 9 aprile, compì un’ardita ricognizione. Travestitosi da arabo, preso a compagno un marinaio che conosceva l’arabo, l’animoso ufficiale lasciò l Canopo e su di una barchetta si spinse audacemente nell’insenatura pericolosa, sotto il fortino di Bu Kamech. Potè così constatare che il canale era difficilissimo ad attraversarsi, a causa del fondo scarso. Ma arrivato proprio al di sotto del fortino udì alcune voci, scorse una luce. All’alba il comandante Cacace tornò col suo compagno a bordo del Canopo. Ma lungo la rotta tentata nella notte dal Cacace, si spinsero alcune imbarcazioni con a bordo la seconda compagnia eritrea comandata dal capitano Bianchi, un drappello di marinai comandato dal tenente Carniglia, un drappello del genio e un altro di guardie di finanza agli ordini del tenente Canuba. Fra difficoltà asp e e arresti pericolosi, il convoglio raggiunse la spiaggia, a 500 metri al di là del fortino. Erano le 10,40. Gli ascari, i marinai e i soldati del Genio, spiegatisi in catena, cominciarono ad avanzare. Frattanto alcune pattuglie s’incamminavano verso una grande duna dominante il forte, ad ottocento metri dal lato sud. Giunta alla distanza di trecento metri circa dal forte, la compagnia s’arresto, mentre i reparti della squadra di corsa raggiungevano il forte, lo aggiravano, tentando di penetrarvi. Ma essendo chiusa la porta, si dovette profittare di una garitta e dare la scalata al muro. Pochi minuti dopo fu issata sul torrione la bandiera italiana fra gli applausi dei soldati. Le altre truppe che dalla penisola seguivano ansiose l’operazione, con i cannoni pronti, risposero agli applausi ed agli evviva. Intanto si era levato un forte vento da greco, che sollevava un mare tale da impedire le operazioni di sbarco del materiale. Ma é durato poco, e cessato il vento, si era ripreso sulla penisola lo sbarco dei materiali sotto la direzione del generale Garioni che era già disceso a terra. Il pomeriggio e la notte trascorsero tranquilli. Ma all’alba del 12 aprile apparvero alcuni gruppi di arabi che tentarono di ostacolare il rifornimento che si faceva dalla penisola al forte di Bu Kamech. Qualche cannonata li ricacciò indietro. Frattanto sotto la direzione del comandante Cacace e del maggiore Grazioli continuarono febbrilmente i lavori di sbarco e di sistemazione, mentre un gruppo di soldati diretti dal generale Lequio lavorava alle trincee, e un altro, agli ordini del colonnello Cavaciocchi, attivava due pontili. Ma una gradita sorpresa salutò questa prima operosità fervida. Improvvisamente apparvero i dirigibili, accolti con grande entusiasmo. Il P. 2 lasciò cadere un messaggio contenente il risultato delle osservazioni fatte; un altro messaggio lanciò il P. 3. Indi, le due navi aeree, rifornite di benzina, dopo essere state ancorate per un pezzo fra le navi… del mare, ripresero la rotta per Tripoli. Il giorno 13 soffiava il ghibli. Il generale Garloni, profittando della foschia, ordinò al battaglione eritreo di compiere una ricognizione, uscendo dalle trincee e costeggiando la baia sino al forte di Bu Kamech. Qui giunto, il valoroso battaglione riuscì a sorprendere un nucleo di quattrocento arabi oltre parecchi cavalieri turchi che si trovavano appostati in trincee ad ovest del forte. S’impegnò un vivacissimo combattimento. Il nostro battaglione, col concorso del presidio del forte, cercò di aggirare il nemico e di ricacciarlo verso il mare, ma l’aggiramento riusci solo in parte, essendo alcuni gruppi arabi riusciti a svignarsela tra le maglie. Violentemente assaliti, gli arabo-turchi furono sbaragliati ed inseguiti per oltre quattro chilometri ad ovest dal forte verso la frontiera tunisina. Le loro trincee furono distrutte. Numerosi morti e feriti furono raccolti dagli ascari. Spazzato cosi il terreno il valoroso battaglione rientrò nell’accampamento alle ore 18. Il nemico non si fece più vivo. Tutto ritornò in calma. Così sino a stamane si è potuta tranquillamente procedere ai molti e gravi lavori di sistemazione e di comunicazione attraverso la baia.

 

 

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