Nei giorni immediatamente successivi all’arresto di Mussolini, il 25 aprile del 1945 a Dongo, scomparvero lingotti d’oro, gioielli, titoli di credito.

Quasi tutti i gerarchi ed i funzionari della morente Repubblica Sociale Italiana si erano portati dietro soldi e ricchezze. Qualcuno se ne impossessò. Solo una piccola parte fu recuperata e consegnata al generale Cadorna, comandante del Corpo Volontari della Libertà. Tutto il resto fu trafugato da mani rimaste ignote e le prime indagini naufragarono nel riserbo e nell’omertà.

Tutto iniziò probabilmente quando qualche fascista, fermato a Dongo, lasciò intendere di potersi comprare la salvezza. Fu così che le perquisizioni si fecero più rigorose. Tutti i valori ritrovati addosso a loro e negli automezzi vennero ammucchiati ma tra partigiani e civili accorsi già si iniziò a far man bassa di quanto si stava scoprendo.

Forse il fatto cruciale consumò nei pressi della foce del fiume Mera dove un reparto della Luftwaffe, lasciato passare dagli uomini della 52° brigata Garibaldi, fu fermato da altri partigiani. Nelle trattative, dagli autocarri i soldati gettarono nel lago una gran quantità di colli e furono bruciati fasci di biglietti di banca, alcuni sotterrarono cofanetti con diamanti, ma, anziché restare un segreto, nei giorni successivi la popolazione locale sa tutto.

Per le strade di Dongo si videro da subito ragazzini giocare con sterline d’oro mentre civili e partigiani rastrellarono le rive del lago per recuperare tutto il possibile. Rinvennero pacchi di banconote per lo più bruciati, ma molti erano intatti, sicuramente recuperarono buona parte del bottino dei gerarchi fascisti in fuga.

A quanto ammontava questo tesoro? Impossibile dirlo. Prima di partire da Milano, Mussolini aveva prelevato dalla Banca d’Italia un miliardo di lire a ciò si aggiungano i 300.000 franchi svizzeri in possesso di Marcello Petacci, fratello di Claretta, poi fucilato a Dongo, e le casse valori che ognuno dei ministri in fuga aveva trasportato in valigie o pacchi. Si sa pure che da Salò erano state caricare sulle vetture 2675 sterline carta, 2150 sterline oro, 140.000 dollari, 278.000 franchi svizzeri e 18 milioni di franchi francesi. C’erano poi lingotti d’oro e 26 chili di rottami d’oro in prevalenza risultato delle fedi donate alla patria in occasione delle sanzioni conseguenti alla Guerra d’Etiopia. Si aggiungano infine i gioielli di Claretta Petacci, forse pari a più di due miliardi di lire.

Il mistero si infittì. Il 29 aprile un’automobile carica di valori, tra cui forse un cofanetto foderato di velluto rosso e colmo di diamanti appartenuto a Claretta Petacci, partì da Dongo. L’auto arrivò a Como e si fermò presso la sede della Federazione Comunista. La partigiana Gianna consegnò i valori a Dante Gorreri, segretario del partito comunista comasco, il quale rilasciò pure ricevute che tuttavia non furono mai trovate.

In conseguenza di numerose denunce partite da privati e rappresentanti legali dei fascisti defunti, nel 1957 si aprì il Processo di Padova col quale gli inquirenti tentarono di capire che fine avesse fatto “l’oro di Dongo”. Trentasei imputati affrontano la vicenda giudiziaria per cinque mesi rivelando ben poco. La lista dei testimoni era lunghissima e comprendeva quasi tutti i capi storici del Corpo Volontari della Libertà, c’era pure Enrico Mattei che all’epoca era il tesoriere del CLNAI e su cui poi si appuntarono le voci che l’accusavano di essersi servito dell’oro di Dongo per ristrutturare la AGIP, società in cui, tra l’altro, assunse tutti gli elementi del nucleo della 52° brigata Garibaldi. Lentamente il processo si andò concentrando sulla catena di omicidi che avevano accompagnato gli eventi: il primo, quello del Capitano Neri, ovvero Luigi Canali, redattore di un inventario sul tesoro e avverso all’idea di consegnare il bottino solo al PC (e non pure al CVL), scomparso e mai ritrovato; il secondo, quello della sua amante, la partigiana Gianna, ovvero Giuseppina Tuissi, uccisa e gettata nelle acque del Lago di Como;il terzo, quello di Annamaria Bianchi, un’ausiliaria della Repubblica Sociale Italiana con cui Gianna si era confidata; il quarto quello del padre di Annamaria Bianchi che, saputo della morte della figlia fu udito litigare col sindaco comunista di Como ed il giorno dopo fu trovato nel lago con due pallottole in testa. Nella vicenda dell’oro di Dongo fu ammazzato anche il giornalista Franco De Agazio, dalla Volante Rossa, perchéconsiderato colpevole di aver militato nella RSI e di aver condotto indagini che mettevano in dubbio la versione ufficiale della vicenda. In agosto arrivò un colpo di scena perché uno dei giudici popolari, Silvio Andrighetti, venne trovato esanime nella sua stanza d’albergo e si suppose che il suo fosse un suicidio attuato con barbiturici. Il processo fu rinviato e non si riaprì mai più. Nel 1970, 1972 e 1973, tre diverse sentenze del Tribunale di Padova mandarono tutti prosciolti per amnistia. In realtà molti degli imputati si erano già rifugiati in Cecoslovacchia e in Iugoslavia.

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: M. Serri, Un amore partigiano. Storia di Gianna e Neri, eroi scomodi della Resistenza; A. Petacco, I Grandi Enigmi; R. Festorazzi, I veleni di Dongo ovvero gli spettri della Resistenza; U. Lazzaro, L’oro di Dongo: il mistero del tesoro del Duce