Che ci faceva un cavaliere saraceno con la sua cotta e l’elmo arabo al fianco di un cavaliere tedesco nella sua armatura pesante col caratteristico elmo a secchio, lungo le sponde del fiume Calore il 26 febbraio dell’anno del Signore 1266? Che ci facevano fianco a fianco arcieri saraceni e milizie dell’Italia meridionale presso Benevento in quello stesso giorno? E perché soldati addobbati in fogge arabe e berbere innalzano il vessillo dell’aquila nera su campo bianco del re di Sicilia, Manfredi di Svevia? Questa è la storia di Lucera, l’ultima città musulmana del Regno di Sicilia.

 

Per capire come si arriva ad una tale situazione bisogna fare un passo indietro di alcuni decenni. Si tratta forse, giocando con le parole, del più emblematico esempio di sindrome di Stoccolma collettiva della storia, applicata cioè ad una intera comunità, quella degli islamici di Sicilia.

A partire dalla metà del X secolo tutta la Sicilia è in mano araba e lo resterà sino alla conquista normanna, cominciata nel 1061 con l’ingresso delle forze normanne nell’agone insulare chiamate in causa dall’emiro di Messina Ibn at-Timnah, e terminata trent’anni più tardi con la definitiva acquisizione dell’isola sotto le insegne della dinastia Altavilla.

Malgrado inevitabili contrasti i sovrani normanni instaureranno un rapporto di reciproco beneficio con la comunità araba. Alla corte degli Altavilla non era raro incontrare funzionari, astronomi e geografi arabi, e da qualche parte era ancora possibile ascoltare il richiamo alla preghiera del muezzin, così come nei mercati e nei porti di Sicilia si continuavano a mischiare tra loro gli idiomi di marinai e commercianti arabi, greci, ebrei e latini. Lingue e costumi che si intrecciano in una società eclettica e multiculturale. Una condizione talmente diffusa ancora al principio del XIII secolo tanto da richiamare la sanzione ufficiale del papa.

«In alcune province i Giudei e i Saraceni si distinguono dai Cristiani per il diverso modo di vestire; ma in alcune altre ha preso piede una tale confusione per cui nulla li distingue. Perciò succede talvolta che, per errore, Cristiani si uniscano a donne giudee o saracene, o Giudei e Saraceni si uniscano a donne cristiane. Perché la riprovazione di tanta condannata unione non possa godere della copertura offerta dalla scusante di un simile errore, stabiliamo che questa gente dell’uno e dell’altro sesso in tutte le province cristiane e per sempre debbano distinguersi in pubblico per il loro modo di vestire dal resto della popolazione, come fu disposto d’altronde anche da Mosè». E’ questo il testo di una parte della costituzione LXVIII del IV Concilio Lateranense, convocato nel 1215 da papa Innocenzo III dove per la prima volta per il diritto canonico si imponeva inequivocabilmente ad ebrei e musulmani di distinguersi dai cristiani perché in alcuni contesti, come quello siciliano appunto, era sempre più difficile riconoscerli.

Dal momento della sua ascesa al trono Federico II tentò di reprimere le forze centrifughe che volevano declinare il potere in maniera particolaristica; le città da un lato con la loro continua richiesta di autonomia e la nobiltà meridionale che voleva preservare i propri benefici, si scontrarono con la volontà del sovrano svevo di accentrare il potere.

Approfittando, dopo la morte di Enrico VI, della minore età di Federico, i saraceni di Sicilia avevano già tentato di ottenere uno stato autonomo, un nuovo sultanato, sotto la guida di Mohammad Ibn ‘Abbad, arroccandosi sui monti dell’entroterra siciliano grazie ad un composito sistema di fortificazioni. Quei centri autonomi di comunità islamiche entrarono in rotta di collisione con lo Svevo quando questi, ottenuta la corona di imperatore nel 1220 e pacificato il nord Italia, decise di fare i conti finalmente con la ribellione islamica. Nei due anni successivi espugnò una ad una le roccaforti dei ribelli ottenendone al fine la sottomissione.

A cominciare dal 1224 l’Imperatore decise di “deportare” la popolazione islamica di Sicilia sul continente per depotenziarne l’effetto destabilizzante. Trasferimento che ebbe decisivo impulso dopo un’ultima disperata rivolta nel 1223 nuovamente stroncata dalle truppe di Federico.

Secondo Pietro Egidi quello dei musulmani di Sicilia nel continente fu un trasferimento in diversi momenti a cominciare dal 1224 fino al 1225. In seguito verrà stabilito per tutti i musulmani del regno l’obbligo di risiedere a Lucera anche se stanziamenti islamici verranno certificati in altre località come al confine con la Basilicata, a Foggia, a Troia, a Civitate e a Stornara.

L’insediamento di Lucera dovette essere adattato in base alle esigenze dei nuovi arrivati. Furono edificate moschee e scuole coraniche. Secondo gli studiosi Licinio e Fornari l’afflusso di nuovi abitanti rilanciò l’area sotto il profilo economico-demografico. All’interno della città si praticava libertà di culto per gli islamici che potevano conservare usanze, tradizioni e articolazioni sociali, con un certo grado di controllata autogestione amministrativa. Potevano viaggiare ovunque nel regno esclusa la Sicilia, e la loro città fu talmente centrale nei traffici commerciali dell’area che a partire dal 1234 divenne sede di un’importante fiera annuale.

Non deve ingannare però la liberalità dell’imperatore svevo il quale se da un lato mostrerà  di avere una sincera simpatia per il mondo islamico soprattutto sul piano culturale, intrattenendo ottimi rapporti con alcune istituzioni arabe del Mediterraneo, dall’altro ribadiva fermo il suo obiettivo di accentrare il potere nel regno ed eliminare ogni possibile fattore di destabilizzazione, non in un’ ottica di scontro di civiltà ovviamente, tantomeno in un’ottica prettamente religiosa, ma per un mero scopo politico. Benché i musulmani a Lucera fossero liberi di professare la propria fede e di applicare la legge islamica quella di Federico poteva essere vista come una strategia per ridurre drasticamente la loro presenza nel resto del regno ed in particolare in Sicilia, per isolarli in un contesto cristiano senza la possibilità di comunicare con il mondo arabo nordafricano e dunque progressivamente integrarli. Anche se l’idea di Federico non era propriamente quella di favorirli gli islamici di Lucera diventeranno tra i più fedeli alleati dello Svevo, così come di suo figlio Manfredi e in ultimo del nipote Corradino, dimostrando un attaccamento del tutto particolare alla casa Sveva.

Nelle Costituzioni di Melfi emergeva tutta quell’idea di laicità e universalità del diritto che doveva regolare i rapporti dello stato anche verso le minoranze, il grande disegno dell’imperatore per rafforzare lo stato, e nel paragrafo riguardante il diritto di difesa in tribunale l’imperatore si preoccupava di garantire anche alle minoranze religiose la possibilità di difendersi e non essere condannati ingiustamente. Gli ufficiali regi erano tenuti a impedire che venisse negata o non considerata la difesa di un musulmano o di un ebreo, in particolare nei casi di crimini violenti nei quali erano spesso utilizzati come capro espiatorio, affinché non venissero esclusi dalla giustizia dello stato e non venissero condannati anche se innocenti. Aggiungeva inoltre che se qualcuno fosse stato scoperto a denunciarli ingiustamente sarebbe stato privato dei propri beni. Come gli altri sudditi, anche i Saraceni, e gli ebrei, erano protetti dall’imperatore nel momento in cui si richiamavano al nome del sovrano per ottenere il diritto alla difesa. Si garantiva inoltre anche ai saraceni e agli ebrei il diritto ad essere risarciti delle perdite subite.

Per Saba Malaspina i lucerini si affidarono al principe poiché videro in lui il solo che avrebbe potuto garantire loro la salvezza in una realtà ostile, e seguirono Manfredi succeduto al padre perché sarebbe stato l’unico principe a garantire loro libertà contro il pontefice e i suoi alleati. Riconduce dunque la loro fedeltà imperiale e il loro attaccamento agli svevi alla protezione che questi offrivano loro permettendo di fatti il perpetrarsi di fatto di quell’impius foedus tra Hohenstaufen ed infedeli. Ma i musulmani di Lucera erano anche ottimi agricoltori. In pochi anni le terre demaniali incolte donate dal sovrano ai lucerini vennero lavorate tanto da trasformare la città in un importante centro di produzione. Erano anche buoni artigiani, in particolare per quello che interessava ai regnanti svevi, fabbri, maniscalchi, ottimi armaioli. Ci si affidava loro per la realizzazione di balestre, lance, armature, archi e coltelli. Inoltre truppe musulmane erano inserite stabilmente nell’esercito regio. I saraceni furono impiegati inizialmente a partire dal 1228 durante le lotte per il possesso del ducato di Spoleto e della marca di Ancona. Erano al fianco dell’Imperatore nella sua lotta contro i comuni lombardi tra il 1237 e il 1238, partecipando attivamente, così come riportano gli Annales Placentini Gibellini, alla brillante vittoria di Cortenuova in cui veniva sbaragliata la Lega Lombarda (1237). Erano ancora circa 10.000 i lucerini che militavano nell’esercito di Manfredi dopo la sua ascesa al trono. Si trattava prevalentemente di tiratori, frombolieri e soprattutto arcieri, sia appiedati che a cavallo. In numero minore ma pur sempre molto efficace era la loro cavalleria leggera.

Secondo Piero Pieri i contingenti di arcieri saraceni furono uno dei primi tentativi di contrapporre una fanteria leggera di tiratori alla pesante fanteria comunale che con l’utilizzo di lance lunghe aveva trovato il modo di resistere agli assalti della cavalleria. Saranno presenti anche nella stessa guardia del corpo di Federico II. Disciplinati e bene organizzati garantirono sempre ottime truppe ai loro sovrani e per questo non mancheranno mai nei loro eserciti nei momenti più importanti, come a Cortenuova appunto, ma anche come a Benevento. Mancheranno solo nel decisivo scontro di Tagliacozzo perché assediati dagli angioini proprio mentre Corradino discendeva la penisola. La loro città, irriducibile, continuerà ad issare l’insegna dell’aquila imperiale in campo oro ancora per circa un anno dopo la morte dell’ultimo svevo, quando si arrenderanno definitivamente a Carlo d’Angiò il 27 agosto del 1269.

A voler essere sinceri non diedero ottima prova di loro nel presidiare i confini del regno durante l’avanzata angioina nel 1266 prima dello scontro di Benevento. Vennero letteralmente travolti dagli assalti dei soldati francesi a San Germano e alla Rocca Janula, ma coraggiosamente saranno ancora al fianco di Manfredi nell’ultima carica a Benevento.

D’altronde oltre alle funzioni militari molti musulmani erano stati impiegati proficuamente nei servizi di corte già sotto Federico II. E’ nota la passione dell’imperatore per la falconeria e per gli animali esotici e quasi tutti i suoi falconieri saranno islamici, come coloro che si occuperanno di leopardi o cammelli. L’importanza economica, strategica e militare di Lucera fu immediatamente compresa anche dai sovrani angioini che affatto contrariati dalla fedeltà della città ai loro nemici cercarono di trarre dal centro islamico gli stessi benefici di cui avevano goduto gli svevi.

Ancora una volta la storia ci dimostra che al di là della propaganda politica il pragmatismo è sempre stato al centro dell’operato dei regnanti. I paradossi legati a questa storia non finirono infatti con l’impiego di islamici accanto ai cavalieri svevi, proseguendo anche in epoca angioina.

Carlo d’Angiò tenne in piedi questo particolarissimo esperimento sociale di una città musulmana nel cuore del suo regno valutando il potenziale in termini economici di Lucera e della sua popolazione. I saraceni continuarono a vivere sotto gli angioini sostanzialmente alle stesse condizioni che avevano avuto quando a regnare erano gli svevi con diversi dei loro uomini impiegati da Carlo I d’Angiò addirittura nelle sue successive guerre. Ma il clima che circondava l’enclave musulmana di Lucera andava via via deteriorandosi dopo la morte dell’ultimo svevo. La propaganda che gli ecclesiastici avevano utilizzato contro gli Hohenstaufen e che vedeva come protagonisti in negativo gli islamici di capitanata aveva fatto breccia nella popolazione e se il pragmatismo dei regnanti era riuscito a tenere a bada le intemperanze, cominciava comunque a sortire un certo effetto in quelle realtà che con i musulmani di Lucera condividevano spazi ed interessi.

Sulla carta sia Carlo I d’Angiò che il figlio Carlo II, succedutogli al trono, si dichiaravano garanti della comunità di Lucera, ma era sempre più difficile tenere a bada il clima di ostilità che si stava creando da parte delle città vicine. Carlo II In una lettera, inviata a «Universis Sarraceni Lucerie», in risposta alle diverse denunce pervenute, intimava ai lucerini di non turbare più i loro vicini comunicando loro però che, tutti coloro che li avevano molestati, sarebbero stati puniti.

E arriviamo così al fatidico luglio del 1300. Il Consigliere Regio Giovanni Pipino si presenta alle porte della città per una visita, e chiede alle guardie di lasciarlo passare. E’ un uomo del re, quel Carlo II che solo un mese prima aveva inviato premurosamente una lettera ai saraceni, in seguito a dei tumulti sorti nella città a causa di vessazioni subite, tranquillizzando la popolazione e confermando la sua protezione. Pipino entra in città con la scorta di alcune decine di cavalieri. Durante la notte i suoi uomini tolte di mezzo le guardie, apriranno le porte e condurranno all’interno un esercito con il compito di procedere ad un sistematico sterminio di tutti gli abitanti.

Le moschee e tutte le strutture islamiche in città verranno rase al suolo, tra le grida degli uomini passati a fil di spada e le urla delle donne portate via in catene, mentre nelle chiese delle città vicine si intonavano i Te Deum per propiziare l’impresa. I sopravvissuti saranno venduti come schiavi. In pochissime ore, con un attacco del tutto inaspettato dopo che le guardie saracene avevano praticamente aperto le porte ai loro carnefici, verrà posta fine alla storia della Lucera musulmana.

Sulle motivazioni di questa scelta improvvisa del re di Napoli Carlo II d’Angiò, al di là della propaganda dello stesso re che si accreditava come paladino del cristianesimo contro gli infedeli, dichiarando di aver finalmente compiuto quella missione che già chi lo aveva preceduto meditava da tempo, e ribadendo la sottomissione alla fede cristiana della sua dinastia, peseranno certamente di più le motivazioni economiche, con l’acquisizione e l’incameramento di tutte le ricchezze di Lucera, terre e beni, oltre che gli introiti della vendita degli schiavi che riempiranno le casse della corona. Ad accreditare questa tesi c’è il fatto che persino i papi non avevano più mostrato nessuna attenzione alla sorte di Lucera glissando sulla questione quando inizialmente gli Angioini mostrarono di voler proseguire verso la città la stessa politica degli Svevi. L’interesse si rinnovò solo quando Carlo II decise di porre fine all’insediamento. Così nel 1301 Bonifacio VIII in una lettera indirizzata all’Ordine dei frati Minori di Lucera loda Carlo II per la sua azione «zelo fidei et devotionis accensus» per aver espulso i saraceni e posto fine alla loro «osceni operibus».

La storia dell’umanità così come la nostra è costellata da eventi drammatici e certamente la sorte della Lucera saracena, degli islamici del regno di Sicilia, è uno di questi. A noi più che un giudizio morale su scelte compiute da uomini del loro tempo compete piuttosto comprendere quanto questi episodi rappresentino inesorabilmente pezzi di quel puzzle che compone la nostra identità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Autore articolo: Giuseppe De Simone

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: P. Egidi, Codice diplomatico dei saraceni di Lucera; P. Egidi, La colonia Saracena di Lucera e la sua distruzione; D. Abulafia, Federico II. Un imperatore medievale; D. Abulafia, La caduta di Lucera sarracenorum, in Per la storia del Mezzogiorno medievale e moderno. Studi in memoria di Jole Mazzoleni, Ministero per i beni culturali e ambientali, Ufficio centrale per i beni archivistici, Roma 1998, pp. 171-186; F. Cardini, Federico II e l’Islam, in “La porta d’oriente”, 12/13 (1997), pp. 13-36; F. Gabrieli e U. Scerrato, Gli arabi in Italia; E. Kantorowicz, Federico II imperatore; P. Pieri, I Saraceni di Lucera nella storia militare medievale, in “Archivio Storico Pugliese”, 6 (1953), pp. 94-101; E. Pispisa, Il regno di Manfredi. Proposte di interpretazione; V. Fiori, Lucera tra Cristiani e Musulmani; G. Strccioli, M. Cassar, L’ultima città musulmana; F. Delle Donne – La percezione della differenza etnica e religiosa in alcune cronache del XII e XIII secolo, soprattutto relative all’Italia meridionale – in À travers le regard de l’Autre – Réflexions sur la société médiévale européenne (XIIe-XVe siècles)- 2018

 

 

 

 

 

 

Giuseppe De Simone, laureato in Scienze Politiche – indirizzo storico, presso la Sapienza – Università di Roma, con una tesi in Storia Militare su “L’esercito francese e la Guerra d’Algeria”, è libero professionista, collaboratore della pubblica amministrazione.