Immaginate di avere 15 anni e di essere l’ultimo erede della gloriosa casata degli Hohenstaufen. Immaginate dunque di essere un principe adolescente cresciuto nel mito del nonno, lo Stupor Mundi, Federico II imperatore e re di Sicilia. Immaginate di essere cresciuti nella fredda Baviera sognando un regno baciato dal sole, dove imperano il profumo di zagare e i mandorli in fiore. Quindici anni e uno sconfinato desiderio di ripercorrere le imprese del nonno.

Era il 1267 quando Corradino esortato da importanti esponenti del partito ghibellino in Italia e da nobili tedeschi, si metteva alla testa di 12 mila uomini della casa di Svevia per riconquistare quel regno che Carlo d’Angiò l’anno prima aveva strappato a suo zio Manfredi sul campo di Benevento. Le speranze del partito ghibellino ora si appuntavano su quel giovane che dalla Germania marciava verso Roma. Le sue fila presto si ingrossarono di nobili lombardi e toscani, tanto da fargli credere che in breve avrebbe riavuto la corona dei suoi avi. Battuti gli Angioini e i guelfi in Toscana, e costretto il Papa a riparare a Viterbo, Corradino prendeva la via di Roma, città che s’inchinava a quel giovinetto tributandogli un trionfo in stile imperiale. Carlo, l’austero Angiò, sembrava impotente.

L’obiettivo strategico dell’esercito svevo era raggiungere la Capitanata, il cuore del regno siciliano, radunare i feudatari ancora fedeli agli svevi e soprattutto portare soccorso alla città di Lucera, che con la sua popolazione islamica, facendo fede ad un antico voto di fedeltà agli Svevi, aveva innalzato la bandiera imperiale venendo per questo immediatamente assediata da Carlo. Se Corradino avesse raggiunto Lucera permettendo alle truppe islamiche di unirsi al suo esercito, e avesse raccolto gli uomini dei nobili pugliesi ancora fedeli alla sua causa, per Carlo sarebbe stato impossibile mantenere il controllo del regno. Per questo l’angioino piuttosto che aspettare Corradino a Lucera decise di andargli incontro.

L’esercito svevo uscito da Roma forte di circa cinquemila cavalieri aveva preso la via degli Abbruzzi. Carlo con i suoi quattromila cavalieri circa, riuscì ad intercettarli nella Marsica, ai piani Palentini. Lì, il 23 agosto del 1268, in un’area compresa tra Scurcola Marsicana, Magliano de’Marsi e Albe si svolse lo scontro che in palio aveva il Regno di Sicilia ma le cui conseguenze sarebbero state molto maggiori del mero controllo di quel regno.

Tra le fila degli svevi, oltre ai ghibellini toscani e lombardi e a diversi nobili romani, vi era un forte contingente spagnolo di circa trecento cavalieri comandato da Enrico di Castiglia fratello del re di Spagna. Enrico che inizialmente aveva appoggiato Carlo contro Manfredi, concedendogli ingenti somme di denaro per armare il suo esercito, non aveva ottenuto dall’angioino una ricompensa adeguata al suo sostegno. Aveva vissuto i vari rifiuti di Carlo alle concessioni di terre che aveva avanzato come un vero e proprio affronto e da allora aveva giurato odio eterno all’angioino promettendo che lo avrebbe ucciso di persona sul campo di battaglia.

Enrico comandava ora una delle tre schiere con cui l’esercito svevo si disponeva a battaglia sul campo dei piani palentini. Davanti a lui, nella prima schiera, vi era colui a cui Corradino aveva affidato il comando di tutto l’esercito, l’esperto maresciallo Kropf von Fluglingen con i suoi cavalieri tedeschi e i pisani di Gherardo Donoratico. Al suo fianco Enrico aveva anche un certo numero di cavalieri romani che si aggiungevano ai suoi spagnoli. A chiudere lo schieramento la guardia tedesca con lo stesso Corradino, suo cugino il duca d’Austria Federico di Baden e il marchese Pelavicino con i suoi ghibellini lombardi.

A dividere i due schieramenti un corso d’acqua lungo il pianoro.

Carlo affidò il comando all’astuto veterano Alardo di Valery il quale dispose i suoi uomini in attesa dell’iniziativa sveva che non si fece attendere.

Baldanzose, le insegne delle aquile sveve si appressarono al torrente per attraversarlo creando una certa confusione. Enrico, visto l’accalcarsi di troppi cavalieri per l’attraversamento decise di portare i suoi uomini più a valle, coperto dalla prima schiera, con gli avversari ormai già in formazione, trovò un guado dove attraversare senza essere notato.

Proprio mentre von Fluglingen portava a compimento il passaggio all’altra sponda del fiume e i cavalieri francesi erano pronti a caricare le fila poco compatte dei tedeschi, dal fianco del loro schieramento la fulgida formazione spagnola piombava sugli angioini.

Esperti combattenti i castigliani con la loro manovra avevano sorpreso il nemico, e micidiali lo incalzarono fino a romperne la formazione, proprio mentre i tedeschi ormai pronti li impegnavano anche sul fronte. Presi da due lati i guelfi italiani e i provenzali che costituivano la prima linea angioina furono travolti. E’ in quel momento che Enrico vide in mezzo al trambusto le insegne dello stesso Carlo d’Angiò ormai circondato. Spronò il suo cavallo ed invitò i suoi uomini a seguirlo dritto sul sovrano angioino. Finalmente stava per compiere la sua vendetta. Carlo venne presto disarcionato e letteralmente fatto a pezzi dagli uomini di Enrico di Castiglia, che osservava implacabile il tragico destino di colui che lo aveva tradito.

La seconda schiera angioina, composta da mercenari francesi e forze provenzali guidata da Jean de Clary e Guglielmo lo Stendardo, visto cadere il re cercò di disimpegnarsi e battere in ritirata.

Nel giro di poche ore i 2/3 delle truppe angioine erano state letteralmente spazzate via, il re era caduto e la battaglia per gli Svevi era vinta.

Enrico di Castiglia non pago di aver visto cadere l’odiato sovrano angioino si diede ad inseguire i superstiti tagliando loro la via della ritirata. Il resto dell’esercito svevo invece si arrestò per festeggiare la vittoria saccheggiando le spoglie dei nemici vinti. Molti cavalieri smontarono da cavallo e cominciarono a fare incetta delle armature e delle armi finemente lavorate di fabbricazione provenzale togliendole ai cadaveri degli sconfitti. Corradino, con al fianco il suo coetaneo Federico di Baden, entusiasta veniva guidato sul campo da alcuni dei suoi uomini che mostravano al nuovo sovrano di Sicilia le spoglie del suo rivale ucciso in battaglia. Tuniche e gualdrappe ornate di gigli dorati erano ormai imbevute di sangue.

Nella calma piatta che segue il frastuono dell’acciaio che cozza sull’acciaio e le grida disperate dei feriti e dei morenti, alcuni udirono come un rombo di tuono, dal tono basso e persistente. Corradino come d’istinto alzò lo sguardo al cielo potendo constatare che solo una piccola nube adombrava appena il fulgido sole d’agosto. Ma quel suono stranamente si faceva sempre più distinto, sempre più vicino. Poi seguirono le urla ed il terreno cominciò di nuovo a tremare.

Ottocento cavalieri francesi, nelle loro splendenti armature, in formazione compatta, sbucati chi sa da dove, si lanciarono sugli svevi intenti a fare bottino come una sentenza di morte. Inastati gli orgogliosi gigli piombarono sulle incaute aquile facendone strage.

Fu una carneficina. Soltanto i pochi che riuscirono a rimontare in sella poterono darsi alla fuga.

Corradino, quasi inebetito, veniva trascinato via dalla sua guardia del corpo. Enrico di Castiglia che con i suoi uomini aveva inseguito i nemici, udì le grida dello scontro e fece galoppare indietro la sua formazione. Incredulo, in breve dovette rendersi conto del disastro. Non sappiamo cosa sia passato per la mente di quel rampollo della nobiltà spagnola che fino a poco prima pensava di avere ottenuto la sua terribile vendetta contro il traditore Carlo d’Angiò, ma sappiamo che la sua reazione fu tutt’altro che remissiva. Spronati i suoi uomini si lanciò contro gli angioini, che imbaldanziti dalla svolta che aveva avuto lo scontro e superiori di numero caricarono a loro volta gli spagnoli. Un altro terribile cozzo di armi questa volta vide gli spagnoli avere la peggio. Enrico disarcionato veniva fatto prigioniero. Ed immaginiamo la sorpresa quando si rese conto che tra quegli uomini che lo avevano sopraffatto c’era proprio il suo odiato rivale Carlo, vivo e vegeto che aveva lasciato le sue insegne reali al povero maresciallo del regno Enrico di Cousances, il quale scambiato per Carlo aveva fatto quella terribile fine al suo posto.

Il giovane Corradino riuscì a salvarsi, con pochi suoi sodali e qualche amico fraterno tornando al galoppo verso Roma. Ma la città che lo aveva accolto in trionfo al suo arrivo in Italia ora nascondeva solo insidie. La lasciò nottetempo, mascherato da pastore, nella speranza di trovare un imbarco verso l’alleata Pisa.

Potete vestire un principe dei miserabili panni di un pastore, ma un miserabile pescatore saprà sempre riconoscere la nobiltà. Fu così che contrattando per rimediare una piccola imbarcazione con la quale fuggire Corradino rivelò la sua presenza ai suoi numerosi nemici. Si imbarcò presso Torre Astura, possedimento dei Frangipane alleati del Papa e dell’Angiò che lo consegnarono proprio a Carlo.

Aveva quindici anni Corradino e aveva marciato alla testa di uomini vestiti d’acciaio per rivendicare il posto che gli spettava alla casa del nonno quale re di Sicilia, ma la sua parabola stava per giungere al termine, vestito di stracci su una piccola imbarcazione nelle acque calme che lambivano il castello di Astura. Trascinato dalla costa laziale in catene fino a Napoli, che presto sarebbe divenuta la nuova capitale degli Angioini, sotto lo sguardo severo dell’impassibile Carlo veniva prima processato e poi condannato a morte.

A Campo Moricino (oggi Piazza mercato) la sentenza veniva eseguita il 29 ottobre 1268. Così moriva l’ultimo degli Hohenstaufen.

Il corpo venne trascinato fino alla spiaggia poco distante e abbandonato. La pietà popolare gli fece avere una prima inumazione di fortuna. Solo il pianto disperato della madre giunta al cospetto dei carnefici riuscì ad impietosirli al punto da concedergli una giusta sepoltura. Il corpo del giovane Corradino oggi riposa ancora presso la chiesa di Santa Maria del Carmine Maggiore, poco distante da dove si concludeva la sua triste storia.

 

 

 

Autore articolo: Giuseppe De Simone

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: F. Canaccini, 1268 la battaglia di Tagliacozzo; C. Minieri Riccio, Alcuni studii storici intorno a Manfredi e Corradino della imperiale casa di Hohenstauffen; P. Herde, Corradino di Svevia, re di Gerusalemme e di Sicilia, in Dizionario biografico degli italiani; G. Iorio, La Leonessa e l’Aquila – lotte di fazioni in Italia tra XII e XIV secolo; D. Abulafia, Federico II; E. Horst, Federico II di Svevia; O. Rampone, Non fu tradimento la cattura di Corradino a Torre Astura, in Fatti e figure del Lazio medievale, in “Lunario romano”, 1979, pp. 373-385

 

 

 

 

Giuseppe De Simone, laureato in Scienze Politiche – indirizzo storico, presso la Sapienza – Università di Roma, con una tesi in Storia Militare su “L’esercito francese e la Guerra d’Algeria”, è libero professionista, collaboratore della pubblica amministrazione.