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Manfredi, fine di un viaggio

8 maggio 1266, sono passati poco più di due mesi dalla battaglia di Benevento. Carlo d’Angiò ha fatto seppellire il corpo del suo avversario, Manfredi di Svevia, sotto il ponte dal quale le truppe dello svevo avevano raggiunto il campo di battaglia.

Carlo ormai è padrone del Regno di Sicilia, anche se gli svevi torneranno ad essere una minaccia da lì a due anni, quando un esercito di cavalieri germanici guidati da Corradino, giovanissimo nipote di Manfredi e figlio dell’imperatore Corrado IV, proverà a riconquistare il regno. Ma al momento nessuno seriamente si oppone al dominio angioino sul meridione d’Italia.

Il vero deus ex machina di tutta questa vicenda, che sovvertirà l’ordine costituito nella penisola del XIII secolo, è papa Clemente IV, colui che ha fortemente voluto la discesa dell’Angiò in Italia, colui che con tutte le sue forze voleva liberarsi del giovane sovrano svevo da quel trono di Sicilia che riteneva un suo appannaggio di diritto, suo feudo.

Quel cadavere seppellito a Benevento doveva causargli ancora degli eccessi di bile, se in una missiva datata 8 maggio 1266 che doveva celebrare la vittoria ed indirizzata al cardinale Ottobuono di Sant’Adriano ci teneva tanto a sottolineare ancora quella sgradita presenza.

Il fastidio di vedere qualcuno recarsi su quella tomba ad omaggiare il coraggioso svevo doveva essere tanto, perché Clemente si decise a far sparire quel corpo.

Presumibilmente nell’estate di quello stesso anno il papa ordinò all’arcivescovo di Cosenza Bartolomeo Pignatelli di dissotterrare il cadavere di Manfredi e trasporlo in una località sconosciuta. E’ dunque proprio il Pignatelli il “pastor di Cosenza” di cui parla Dante Alighieri nella Commedia. Quasi tutti gli studiosi concordano su questo punto. Chi meglio del Pignatelli avrebbe potuto compiere quest’ultimo scempio al corpo di Manfredi? Apparteneva infatti ad una nobile famiglia napoletana, da sempre nemico giurato degli svevi che avevano di fatto spogliato il fratello Cesario Pignatelli di tutti i suoi averi. Si era opposto combattendo all’avvento di Corrado IV sul trono di Sicilia, e dopo l’assedio di Napoli ribellatasi a Corrado IV fu lui, Bartolomeo Pignatelli, ad essere inviato in Provenza incaricato direttamente di offrire la corona del regno a Carlo d’Angiò. Era ancora al fianco di Carlo durante la sua vittoriosa spedizione in Italia.

E’ una sera d’estate dunque e l’alto prelato sta compiendo la sua missione. Alcuni uomini scavano la fossa, sotto il tumolo di pietre posto a guardia di quel sepolcro. Ci sono guardie che tengono lontani i curiosi. Lentamente il corpo viene riportato alla luce e adagiato su un piccolo carro coperto tirato da una coppia di buoi. Inizia l’ultimo viaggio di Manfredi di Svevia. Qual è la direzione che prenderà il Pignatelli?

Diversi anni dopo, raccogliendo le confessioni relative a quel macabro tragitto che giravano nei corridoi della corte papale, tra i nobili guelfi che in guerra avevano servito gli interessi del pontefice, Dante Alighieri decise di registrare il luogo ove le spoglie di Manfredi furono disperse, come ultimo omaggio ad un giovane coraggioso che aveva sfidato il destino per difendere la sua corona ed il nobile retaggio paterno, e a cui il rancore del Papa aveva voluto negare persino una tomba. Riferendosi proprio alle spoglie dello svevo, Dante fa dire al suo Manfredi incontrato in Purgatorio:

Or le bagna la pioggia e move il vento

di fuor dal regno, quasi lungo ’l Verde,

dov’e’ le trasmutò a lume spento.

Sono dunque due gli elementi geografici che Dante sta dando ai suoi lettori per individuare il luogo esatto dell’ultima sepoltura di Manfredi: “fuor dal regno”, e “quasi lungo ‘l Verde”. Il primo dato certo è che il corpo di Manfredi fu portato “di fuor dal regno”

All’epoca dei fatti, ma ancora almeno fino a tutto XVIII secolo, con la locuzione “il regno” si intendeva il Regno di Sicilia, poi Regno di Napoli ed infine Regno delle Due Sicilie, non esistevano all’epoca di Dante altri “regni” per antonomasia nella Penisola.

Dunque il corpo di Manfredi è stato portato quasi sicuramente fuori dai confini del Regno di Sicilia. Già, ma da che parte? A Nord o a Sud?

Le ipotesi meno accreditate considerano possibile che il corpo di Manfredi fosse stato portato e disperso sul Tronto, al confine tra il Regno di Sicilia e la Marca anconetana. Ma è poco probabile che il Pignatelli con il suo piccolo corteo composto da guardie, famigli e almeno un carro (se non due) abbia compiuto un viaggio di circa 350 chilometri via terra, attraversando gli Appennini in zone dove non mancavano pericoli, in meno di un mese, considerando che il 30 settembre del 1266 il Pignatelli si troverà a Messina per ricoprire il suo nuovo incarico pastorale affidatogli dal papa.

Il trasferimento del corpo di Manfredi ed il seguente viaggio verso Messina devono essersi conclusi tutti nell’arco di un massimo di quattro mesi (giugno, luglio, agosto, settembre), e un alto prelato qual era il Pignatelli difficilmente avrebbe condotto quel viaggio senza mai sostare, dunque risulta improbabile che meta del tragitto fosse il confine all’estremo nord del regno.

Qui gioca un ruolo importante il secondo elemento geografico riferito da Dante: “quasi lungo ‘l Verde” dice il Poeta. Dunque stiamo parlando di un fiume. Basta vedere dove si trova “il Verde”, direte voi, ed il gioco è fatto. Ma purtroppo non esiste nessun fiume nella toponomastica contemporanea che si chiami Verde e che sia al confine dell’allora Regno di Sicilia, l’unico Verde che risulta oggi è un affluente del Sangro in Abruzzo, che si trova però ancora ben dentro i confini del regno.

Come ulteriore elemento di confusione bisogna ricordare che in epoca medievale la toponomastica fluviale poteva cambiare spesso e volentieri, e che con la definizione “verde” sono stati identificati diversi corsi d’acqua nei secoli X-XV.

Come risolvere il mistero dunque? L’unica soluzione che restava agli storici era quella di tuffarsi nella documentazione antica e lavorare di intuito e logica.

Un’ altra ipotesi, a dire il vero non tanto battuta dai ricercatori, ma che di certo porta elementi validi è quella di uno studioso della Commedia, Cono Mangieri, secondo cui il senso di possesso che il Pontefice faceva del Regno di Sicilia, considerandolo un proprio feudo, porterebbe a ritenere che quel fuor dal regno non si riferisca ai soli confini del regno siciliano, ma del complesso dei territori controllati dal papa, compreso i territori pontifici. Ed escludendo che il Pignatelli abbia raggiunto i confini a nord tra le Marche e la Romagna, ne deduce che il corpo di Manfredi sia stato portato a sud in un tragitto che avrebbe facilitato il successivo trasferimento a Messina dell’alto prelato. Ma come potete notare facilmente tutto il sud era il regno.

Per Mangieri il mistero si risolve valutando che il Mar Ionio doveva essere considerato fuori dal regno, essendo un’area battuta costantemente da predoni arabi e bizantini, a differenza del Tirreno che invece rientrava nella “cristianità”. E si dà il caso che in Calabria, presso Capo Bruzzano, nelle vicinanze di Africo Nuovo sia presente la foce de “Laverde”. Secondo questo studioso era questo “il verde” riferito da Dante. Pignatelli avrebbe dovuto fare solo una deviazione, con un viaggio compiuto probabilmente via mare proprio per evitare i numerosi pericoli che avrebbe comportato un tragitto terrestre, per raggiungere la foce de Laverde nello Ionio, gettare lì il corpo di Manfredi e tornare verso il punto d’imbarco da cui attraversare poi lo Stretto ed approdare alla sua nuova diocesi. La foce de Laverde, che all’epoca doveva conformarsi come zona paludosa ed insalubre, disabitata ed acquitrinosa, sarebbe stata perfetta per far sparire il corpo di Manfredi, gettandolo nello Ionio. Ma Laverde era il Verde di Dante?

Ci sono due elementi che mi fanno ritenere errata questa ipotesi. Sebbene sia congruente l’idea di un tragitto via mare del Pignatelli verso sud prima di raggiungere Messina, rimangono molti dubbi sulla considerazione toponomastica: perché Dante userebbe il maschile per identificare quel corso d’acqua che ha un nome al femminile? Ma soprattutto siamo propri sicuri che con l’espressione “di fuor dal regno” il grande poeta fiorentino volesse intendere l’insieme dei territori del regno siciliano coi possedimenti pontifici?

In realtà in tutti i documenti coevi con l’espressione “il regno” si è sempre inteso l’unico e solo regno della Penisola! Nessuno dei contemporanei di Dante avrebbe mai avuto dubbi in merito. Il “regno” è il regno di Sicilia. Quindi non era necessario intraprendere un lungo viaggio verso lo Ionio, come lascia intendere Mangieri, bastava raggiungere i confini con i territori pontifici a circa 150 km a nord di Benevento, tragitto che era possibile compiere in poco più di un giorno di marcia.

Ma c’è un fiume denominato “Verde” in quell’area? Per capirlo vi chiedo di seguirmi in un lungo salto temporale all’indietro rispetto all’epoca di cui stiamo parlando, ed in particolare nel I secolo a.C. quando il geografo e storico greco Strabone scriveva la sua “geografia”. Nel libro III della sua opera Strabone afferma che dall’agro di Palestrina, nell’attuale Lazio, parte un corso d’acqua che egli definisce “Verestis Fluvius” (Fluit autem per agrum, di Palestrina, Verestis fluvius).

Pasquale Cayro, storico ed antichista di fama, nel XVIII secolo ricondurrà l’espressione usata da Strabone al fiume Tolero (oggi Sacco), che infatti parte proprio dal territorio di Palestrina.

Il Tolero (Sacco) sfocia nel fiume Liri/Garigliano circa 4,5 km a sud di Ceprano lungo quello che nel XIII sec. era proprio il confine tra Regno di Sicilia e lo Stato della Chiesa.

Secondo lo storico Camillo Minieri Riccio, che nel 1850 manda alle stampe un’opera che raccoglie alcuni studi rivolti proprio alle figure di Manfredi e Corradino, il termine di Strabone “verestis” nel basso medioevo veniva corrotto in “veredis” o “veridis” e finalmente volgarizzato in verde.

Lo confermerebbe un testo di Pietro Diacono (1107-1159) che descrivendo un viaggio di San Teodemaro scrive: “Hic igitur dum relictis, spretisque saeculi pompis, casinum peteret, venit ad FLUVIUM VIRIDE, qui secus CEPERANUM INFLUIT”. In sostanza si sta dicendo che il santo volendo andare a Cassino raggiunse il fiume Verde che corre presso Ceprano!

Abbiamo dunque trovato finalmente il verde e sappiamo che sfociava nel Liri che segnava il confine tra il regno e i domini del papa.

Se il Pignatelli voleva portare Manfredi “di fuor dal regno”, non gli bastava fare altro che raggiungere Ceprano. E’ questa a mio parere l’ipotesi che risulta più credibile.

E’ molto probabile che l’Arcivescovo Pignatelli con il suo triste carico si dirigesse a nord verso Cassino per proseguire poi al confine con i possedimenti pontifici, attraversando il fiume Liri/Garigliano ed abbandonando il corpo di Manfredi lì dove il fiume Sacco (ToleroVerde) sfocia nel Liri, “quasi lungo ‘l verde” dunque!

Il luogo aveva anche una forte valenza simbolica. Era infatti proprio lì che Manfredi aveva fatto atto di sottomissione al papa Innocenzo IV nell’ottobre 1254 quando tentava ancora di accreditarsi come vicario del regno con il favore della Chiesa. In quell’occasione Manfredi svolse ufficio di statore per il papa e pronunciò il giuramento di fedeltà. Riportare le sue spoglie lì dove si era sottomesso al papa prima di rinnegare l’atto di sottomissione e conquistare la corona con la forza, voleva rappresentare l’ultimo insulto allo svevo.

Da Ceprano con ogni probabilità il Pignatelli si recò diretto a Roma per riferire al papa di aver compiuto la sua missione, ripartendo in seguito per Messina.

Il papa avrebbe voluto relegare all’oblio eterno il luogo dell’ultima sepoltura dell’odiato Manfredi di Svevia, ma non aveva fatto i conti con Dante Alighieri.

Oggi non sappiamo di preciso dove fu “gettato” il corpo di Manfredi, ma a me piace credere che lungo le sponde del fiume Sacco, proprio come rivelava il Sommo Poeta, a ridosso della confluenza con il Liri/Garigliano, in quell’ansa che separa terra ed acqua, limes naturale tra passato e presente, tra il regno dei morti e quello dei vivi, lo spirito dell’ultimo re svevo, rivolgendo un amaro sorriso verso Roma, vegli ancora e protegga il confine del suo regno.

 

 

 

 

 

 

Autore articolo: Giuseppe De Simone

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia:

C. Minieri Riccio, Alcuni studi storici intorno a Manfredi e Corradino; G. Di Cesare, Storia di Manfredi; AA.VV., Eclisse di un regno – L’ultima età sveva – Atti delle diciannovesime giornate normanno-sveve, Bari, 12-15 ottobre 2010; G. Iorio, La Battaglia di Benevento nei cronisti coevi – Schola Salernitana – Annali XXI, 2016; F. Morante, Manfredi di Svevia da Benevento al Verde – da atti del convegno “Da Benevento all’Oblio – l’ultimo viaggio di re Manfredi”, Ceprano 8 ottobre 2017; P. Grillo, L’aquila e il Giglio; C. A. Mangieri, Le ossa di Manfredi – da miscellanea di studi critici in onore di Pompeo Giannantonio vol I: Studi danteschi “critica letteraria”, 1995; M. Zabbia, Manfredi di Svevia nella cultura storiografica delle città italiane tra due e trecento – Istituto storico per il medioevo – Scritti per Isa, 2008; E. Pispisa, Il regno di Manfredi – Proposte di interpretazione, Sicania, 1991

 

 

Giuseppe De Simone, laureato in Scienze Politiche indirizzo storico, presso la Sapienza – Università di Roma, con una tesi in Storia Militare su “L’esercito francese e la Guerra d’Algeria”, è studioso di storia del Mezzogiorno d’Italia.

 

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