Massimo D’Azeglio nacque a Torino nel 1798, in pieno trambusto napoleonico. Suo padre, il marchese Cesare d’Azeglio, gran croce dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, sfuggendo all’invasione del Piemonte, lo destinò agli studi a Firenze, presso gli Scolopi.


Tornati a Torino, il suo insegnamento continuò a casa, privatamente, tra numerosi contrasti col suo precettore, come emerge dalle sue memorie: “Il prete di casa (un don Andreis), buonissimo uomo, m’aveva talmente seccato a forza di latino, che un giorno risolsi di vendicarmi. Essendo soli in campagna a spasso in un prato, e trovandomi io molto svelto e forte per la mia età, gliene detti tante, che lo misi tutto a sangue. Vista la gravità del caso il curato del luogo, ch’era Re vigliasco sopra Moncalieri, pensò che la repressione doveva farsi con solennità. Mi si disse che era arrivata la scomunica del vescovo di Torino e fui escluso da tutte le funzioni e specialmente da un rosario che mi seccava molto, e mi diede buona idea della scomunica; e forse è cagione che questa non m’ha fatto più effetto. Ma dopo 15 giorni mi fu fatto vedere una gran lettera venuta dal vescovo, per la quale ero riammesso alle delizie del rosario, e che io accolsi con quella gratitudine ch’ognuno può immaginare”.

Caduto il Bonaparte, fu dal padre obbligato a vestire la divisa di ufficiale in un reggimento di cavalleria, la carriera militare, però, non si confaceva alla sua indole ed alla fine ottenne di poter andare a vivere a Roma per studiare arte. Approfondì Salvator Rosa, Claudio Lorense, il Potter, solo un amore infelice lo portò a lasciare la città, dopo ben otto anni, per tornare a Torino. Già in lui emergevano le idee del futuro: “Feci poi nel 1829 il quadro della sfida di Barletta, ora presso il conte Porro Schiaffinati di Milano. Non dimenticherò mai che nel dipingere il gruppo di mezzo mi venne il pensiero che ci sarebbe da fare un romanzo di questo fatto, ma mi parve troppo audace impresa l’essere allo stesso tempo pittore e scrittore. Tuttavia, perché ho sempre amato di tentare anche il difficile, cominciai a scrivere l’Ettore Fieramosca (1829), principiandolo all’impazzata, senza troppo sapere dove andava a finire. Scritti i primi capitoli li feci vedere a Balbo, che mi fece un coraggio maraviglioso, e così andai avanti con più animo, alternando questo con altri lavori”.

L’anno dopo suo padre morì e Massimo d’Azeglio decise di riprendere il suo pellegrinare. Fu a Milano, presso Alessandro Manzoni e ne sposò la figlia. Portò a termine l’Ettore Fieramosca ed ebbe così successo che non tardò ad avviarsi alla scrittura di un secondo romanzo, il Nicolò de’ Lapi.

Rimasto vedovo sposò Luisa Maumaury, vedova del proprio zio Enrico Blondel, che era fratello di Enrichetta, prima moglie di Manzoni. Con essa fu a Parigi nel 1836 e qui espose parecchi suoi quadri: la Disfida di Barletta, La morte del Montmorency, L’ombra dell’Argalia, Il combattimento di Bradamante con Atlante, La Vendetta

Morta pure sua madre, volle viaggerà in Toscana immergendosi nella stesura del secondo lavoro letterario. La sua idea d’Italia intanto si era formata: “Già conoscevo assai bene l’Italia, scrive egli, e per questa conoscenza, considerate le condizioni politiche estere e mostre, mi pareva di sentire nelle viscere della Penisola quel rombo che ne vulcani annunzia le grandi eruzioni”.

Tornò quindi in Piemonte, convinto che quello stato fosse destinato a divenire protagonista della futura temperie rivoluzionaria. Visitò le provincie, le città, i villaggi, strinse legami, contatti, accordi, e divenne uno dei principali protagonisti della formazione dell’esplosione del 1848: “L’idea ch’era venuta a me, era venuta anche ad altri d’Italia. Molti fra quelli che avendo preso più o meno parte alle rivoluzioni passate avevano però abbastanza cervello per conoscerne il vizio radicale, desideravano di lasciare la via vecchia, ma si sentivano impotenti a trovarne una nuova. Da varie parti dell’Italia media ne vennero eccitamenti ad eseguire il medesimo disegno, che avevo già immaginato, con la differenza che essi mi proponevano di divenire una specie di Grande Oriente di tutte le società più o meno segrete e più o meno repubblicane, una specie di grande impresario di tutti gli spettacoli rivoluzionari da darsi in futuro. Io che non volevo legarmi con nessuna setta, per sogno, non volli accettare questo generalato, ma dissi che volentieri avrei intrapreso un giro, nel quale officiosamente avrei esposto i miei progetti; liberi coloro cui non piacevano di respingerli. Così rimanemmo d’accordo, ed una mattina me ne partii solo, per esser certo di non aver meco una spia, e con un vetturino della Marca uscii fuori di Porta del Popolo ad intraprendere la mia Via Crucis. Andavo a piccole giornate di paese in paese. Al primo nel quale avevo un nome, ricevetti da questo un secondo nome pel paese vicino, e così di mano in mano potei andare dappertutto. S’intende che per trovare ove abitavano i proprietari dei suddetti nomi, non m’informavo né da camerieri di locanda, né da alcuna di quelle persone che suole prediligere la polizia. Era un piccolo lavoro diplomatico, nel quale avevo abbastanza grazia, e di fatto non ho mai compromesso nessuno”.

E Venne il 1848 e venne il suo Gli ultimi casi di Romagna, il suo distacco dal mazzinianesimo, dalle violenze. Il libro si diffuse in tutta la Penisola e D’Azeglio si trasformò in personaggio scomodo, fu espulso da Roma e dalla Toscana, ma tornò egualmente in queste terre sfidando le polizie. Esaltò Pio IX, il suo liberalismo, il suo riformismo, ed ancora ricorse alla penna: Il lutto di Lombardia, opuscolo scritto sull’onta degli avvenimenti, fu il primo lavoro dedicato alle Cinque giornate di Milano. D’Azeglio corse a pigliar parte alla guerra d’indipendenza, e col generale Durando passò il Po alla testa delle armi pontificie, da colonnello. Combatté nel Veneto, fu sconfitto a Vicenza e, gravemente ferito, ritornò a Firenze. Carlo Alberto di Savoia voleva affidargli la Presidenza del Consiglio del Regno di Sardegna, ma D’Azeglio rifiutò l’incarico che fu invece assunto da Vincenzo Gioberti.

Disilluso fu a Genova, a Pisa, ovunque scontrandosi coi mazziniani. Ritrovò le sue speranze in Vittorio Emanuele II, il re che chiamò galantuomo, l’unico re in Italia che non volle ritirare lo statuto concesso, ed accettò la carica di Presidente del Consiglio.

Divenne Primo Ministro del Regno di Sardegna, si adoperò per concludere la pace con l’Austria, dopo la disfatta di Novara, poi, con la Legge Sicardi, abolì i privilegi ecclesiastici ed introdusse al governo il Conte di Cavour. La vita politica, però, non piacque a D’Azeglio e si dimise una prima volta, poi una seconda: “Quando io venni al governo il paese era occupato da stranieri soldati fino alla Sesia; a Genova i repubblicani erano in aperta rivoluzione. Si prese Genova con la forza; si allontanò l’Austria con gli accordi: il firmarli, ove si risguardi alla mia vita, fu per me un atto di abnegazione. La Camera dei deputati, irritrosendo, fu sciolta. Gli elettori mandarono uomini che fecero della sorte saviezza. La fede rinacque; l’idea della monarchia costituzionale fu salva. Nel 1850 e nel 1851, il partito del movimento, fidando nel Governo e nella Corona; non tentò novità; il partito del regresso avea in su gli occhi lo spettro del 1852, e non osava fiatare. Venne il 2 di cembre. I nemici della libertà esalarono. Si levarono a speranze che il tempo forse mostrerà false. Per tutti questi rivolgimenti degli uomini e della fortuna, io fui sempre quel desso. Dacchè cominciai a pensare, la mia politica è stata sempre la stessa; la politica cioè della giustizia, e perciò della libertà, la politica della dignità e perciò dell’indipendenza. Quando l’opinione trascorrea agli eccessi, o della rivoluzione o del regresso, io la combatteva. Scrissi la Lettera agli elettori di Strambino, ma scrissi ancora gli Ultimi Casi di Romagna. Combattei il partito demagogico, e per combatterlo, a Pisa mi trovai stretto dai birri, e dovetti andarmene per Maremma; in altri luoghi mi trovai minacciato dal popolo. Ora il pericolo è altrove”.

Tornato a vita privata, fu in Francia, con Cavour, per incontrare Napoleone III, poi in Inghilterra, salutato da entusiasmi ancora maggiori. Ci ritornò una seconda volta, quando ormai il suo ruolo era divenuto determinante nella costruzione di quella rete di alleanze perno della congiuntura politica favorevole al Regno di Sardegna. Nel 1859, dopo la vittoria delle armi franco-sarde, fu a Bologna e ne resse il governo a nome di Vittorio Emanuele II, nel 1860 divenne Governatore di Milano. Il suo sogno s’era finalmente compiuto. Morì il 15 gennaio del 1866.

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: V. Bersezio, Massimo D’Azeglio