Il fiume che dà il nome all’intera area nasce a 1100 metri di quota nelle Alpi Giulie.  Nello specifico, l’area dell’Alto Isonzo è delimitata dai rilievi del tratto fra Plezzo e Tolmino. I luoghi che vanno ad elencarsi sono oggi tutti sloveni ovvero Plezzo (Bovec), Caporetto (Kobarid), Tolmino (Tolmin) e Nova Goriza. Il nostro esercito vi irruppe il 24 maggio del 1915 e qui avvenne la prima conquista italiana ovvero l’occupazione del Monte Nero, massiccio che aveva fama di rocca inviolabile. In questa zona si verificarono il 12 giugno del 1915 l’occupazione della conca di Plezzo, la riconquista del Monte Nero del 16 giugno dello stesso anno e poi lo sfondamento austriaco fra Tolmino e Caporetto il 24 ottobre del 1917 mentre, sostituito Cadorna dal generale Diaz, i fatti che segnarono l’offensiva vittoriosa degli italiani si verificarono tutti sul Medio e Basso Isonzo.

A Plezzo, la valle dell’Isonzo si allarga formando una conca orientata da nord-est a sud-ovest, dominata a settentrione dal Rombon, ad est dallo Svignag, a sud dal Polonig ed ad ovest dalle pendici del Canin. Fu il punto di partenza ed appoggio dell’esercito nell’area. Il nemico invece usò come testa di ponte la vicina conca di Tolmino: un ampio arco di otto chilometri dal Monte Merzli al Monte Santa Lucia.

Il fronte dalla conca di Plezzo a Gorizia era affidato alla 2° Armata guidata dal generale Pietro Frugoni. Ricevuto l’ordine di passare il confine nella notte del 24 maggio del 1915, furono occupate Saga, lo Stol e la conca di Caporetto nonché la dorsale tra l’Isonzo e Judrio. Nei giorni successivi, passato l’Isonzo, fu raggiunta la linea di alture Kozliak (Monte Capraro) – Pleca (Plecia) – Libussina, sulle propaggini occidentali della catena Monte NeroSlemeMerzli.

L’armata di Frugoni schierava, a Nord, il IV Corpo del generale Di Robilant ed, a Sud, il II Corpo del generale Reisoli. Ci fronteggiavano gli austriaci del XV Corpo d’Armata, dal Monte Nero ad Auzza, e del XVI, da Auzza al Vippaco, mentre nel settore di Tarvisio operava la 20° Divisione Honved.

A fine maggio l’esercito si muoveva per espugnare il massiccio; mentre la Divisione speciale bersaglieri avrebbe coperto l’ala sinistra contro eventuali attacchi da Plezzo, occupando la stretta di Saga ed il Polounik (Polonig), i gruppi alpini A e B, al comando del generale Etna, avrebbero attaccato la dorsale VrataMone Nero, e l’8° Divisione, con le Brigate Modena e Salerno, avrebbe assaltato la linea Sleme-Merzli. Solo dopo l’occupazione del Monte Nero, si sarebbero sviluppate a Sud le operazioni contro Tolomino. Il 31 maggio, il Battaglione alpini Susa conquistava il contrafforte Vrsic (Ursig) – Vrata, a Nord del Monte Nero e, nella notte del 2 giugno, un plotone di volontari dello stesso battaglione prese possesso di Quota 2102, altra importante posizione sulla cresta Vrata – Monte Nero. Il 5 giugno, un drappello di 50 uomini comandati dal sottotenente Vallero, calandosi a piccoli gruppi da un canalone nevoso, riusciva ad occupare la cima più elevata della parte est del Vrata cui fu dato il nome di Vallero in onore dell’ufficiale caduto qualche giorno dopo.

Gli sforzi del nemico di respingerci furono vani, ma non andarono altrettanto a buon fine i nostri sforzi per conquistare il gruppo SlemeMerzli. Tra il 27 maggio ed il 4 giugno, per cinque volte l’8° Divisione, con la cooperazione del 2° Reggimento Bersaglieri e di reparti alpini de Battaglioni Pinerolo ed Exilles, videro i loro attacchi vanificarsi: il 12° Reggimento Bersaglieri ebbe ferito gravemente con lesioni al midollo spinale il suo comandante, il colonnello Eugenio de Rossi, oltre un migliaio di uomini tra morti e feriti, caduti pure due comandanti di battaglione; perdite gravissime conobbero anche le Brigate Modena e Salerno. Non fu però possibile conquistare quella dorsale. Riuscimmo invece a respingere gli attacchi del 2 e del 3 giugno rafforzandoci sulla linea Kozliak (Monte Capraro) – Pleca (Plecia) – Libussina.

Il 14 giugno il generale Etna volle attaccare il Monte Nero da due lati: dal Vrata e dal Kozliak (Monte Capraro). La 35° compagnia di alpini (Battaglione Susa), al comando del capitano Vittorio Varese, dal Vrata irruppe di sorpresa nelle trincee avversarie di quota 2138 costringendo alla resa il nemico e conquistando poi anche quota 2133. Contemporaneamente, l’84° compagnia (Battaglione Exilles), al comando del capitano Vincenzo Arbarello, preceduta dagli esploratori del battaglione comandati dal sottotenente Alberto Picco, mosse dal Kozliak sgominando il nemico e conquistando la vetta del Monte Nero in un’impresa che vide la morte del sottotenente Picco mentre Arbarello fu insignito dell’Ordine Militare di Savoia ed il capitano Varese della medaglia d’oro al valor militare. Entrambi i decorati, di lì a poco sarebbero morti: Arbarello travolto da una valanga in Carnia nell’aprile del 1917, e Varese di malattia al fronte.

Il 16 giugno, dopo gli ultimi assalti nelle trincee austriache con le baionette, gli alpini conquistarono l’altura. Monte Nero apparve poter essere una formidabile posizione di partenza e di appoggio, non solo il primo colpo di piccone all’esercito austro-ungarico ma anche un momento di speranza d’una guerra rapida e poco dolorosa. In realtà su questa linea ora conquistata dal Rombon a Tolmino, si infransero giorno dopo giorno le aspettative nostrane con la Prima Battaglia dell’Isonzo e la Seconda Battaglia dell’Isonzo.

Le operazioni militari ripresero all’inizio di luglio ed il IV Corpo d’Armata completò la conquista del massiccio del Monte Nero espugnando le vette del Maznik(Masnig) e del Rudecirob (Croda Rossa), dello Sleme, del Merzli e del Vodil. Furono impegnati gli alpini del gruppo A, appoggiati sulla destra dalle truppe dell’8° Divisione: i Battaglioni Val Toce ed Exilles contro il Maznik ed il Rudecirob; l’Intra e L’Aosta contro lo Sleme ed il Merzli. La 7° Divisione ebbe il compito di compiere una diversione contro le alture di Santa Maria e Santa Lucia; l’artiglieria bombardò per due giorni. Il 3 iniziò l’attacco ma dovette subito arrestarsi perché il nemico non s’era affatto fiaccato. La Brigata Valtellina della 7° Divisione aveva però preso una piccola ridotta ai piedi dell’altura di Santa Maria da cui mosse un ulteriore attacco la notte seguente mentre la Brigata Bergamo attaccava le difese davanti a Santa Lucia e l’abitato di Kosarsce (Cosarsa). La lotta, fino all’alba, vide i nostri costretti a ripiegare falcidiati dalle mitraglie austriache. Il mattino del 6, i Battaglioni alpini Cividale ed Exilles attaccarono il Monte Rosso (quota 2163), poco a sud-est del Monte Nero, ma anche qui, dopo due ore, gli alpini esausti dovettero ripiegare. L’impeto dei fanti conobbe il terribile incubo delle artiglierie nemiche. Finì così la Prima Battaglia dell’Isonzo.

Già il 18 di luglio un nuovo piano d’attacco portò il IV Corpo d‘Armata ad assaltare Monte Rosso e tentare di aprirsi una via di avvolgimento di Tolmino da Nord, attraverso la Val Lepenha (Lepegna) e la Val Tominski (Tolminca). Il Battaglione Susa attaccò invano il Veliki Lemez (Dosso Grande) e lo Smogar; sul pianoro del Monte Rosso, il Battaglione Intra raggiunse quota 2052 col supporto dell’artiglieria da montagna. Il 21 luglio, gli alpini dell’Intra, insieme al Battaglione Val d’Orco, espugnarono quota 2163. Gli austriaci passarono al contrattacco e tre volte la posizione trasnità di mano in mano ma alla fine fu italiana. Il Veliki Lemez (Dosso Grande) e lo Smogar invece restarono austriaci. Cessava la Seconda Battaglia dell’Isonzo.

Ogni azione riprese ai primi di agosto. Contro Plezzo si mosse una colonna speciale costituita dal Comando della zona Carnia, comandata dal generale Giardina e formata da battaglioni della Brigata Aosta e reparti alpini, la Divisione speciale bersaglieri e l’ala sinistra della 33° Divisione; contro Tolmino furono impiegati la destra della 33° Divisione e l’8° Divisione dalla linea Monte Nero Sleme Merzli, i gruppi alpini A e B per le alture del Vodil ed il fondo valle; la 7° Divisione, infine, puntò contro Santa Maria e Santa Lucia.

Dopo due giorni di bombardamenti, il 14, si mossero le fanterie. Al 23 di agosto, le truppe della Carnia avevano occupato il margine ovest della conca di Plezzo, cioè la linea Krnica Planina (Planina Carnizza) – Gozica Planina (Planina Godizza) – Podturo, e la Divisione speciale bersaglieri aveva ampliato la difesa della stretta di Saga a nord e ad est raggiungendo il Polianika (Polanza) ed il Polounik  sboccando quindi nella conca di Plezzo occupando questa località e la sommità del monte Cukla, sotto il Rombon. Il 27 agosto i Battaglioni Ceva e Val d’Ellero tentarono inutilmente di tenere il Rombon raggiunto con enorme sforzo; più a Sud, con una battaglia durata fino al 19, il 6° Reggimento dei Bersaglieri, gli alpini del battaglione Aosta ed i fanti della Liguria riuscirono ad espugnare un largo tratto della cresta del Vrsic (Ursig). Furono vani i tentativi dell’8° Divisione di prendere il Monte Rosso, lo Sleme ed il Merzli, vani pure i tentativi degli alpini nel fondo valle; le Brigate Bergamo e Valtellina, invece, vedevano in parte coronato il loro impegnano con l’espugnazione della prima cintura di difese della alture di Santa Maria e Santa Lucia e la cattura di circa mille prigionieri. Dovettero poi ripiegare gli alpini della Susa ed il battaglione bersaglieri della 7° Divisione nel tentativo di prendere la sommità di Santa Lucia (quota 588).

Nuovi attacchi nella conca di Plezzo e contro Santa Maria e Santa Lucia ebbero inizio il 9 ma fu tutto inutile ed il 13 l’azione fu nuovamente sospesa. Qualche piccolo progresso si registrò sul costone del Vrsic (Ursig) ma dal 19 settembre le nostre operazioni rallentarono accendendosi solo il 28 settembre con un attacco a sorpresa del gruppo alpino A contro le posizioni del Vodil che riuscì a prendere qualche tratto di trincea sul costone di Dolje (Dollia).

Ad ottobre, nuovi tentativi di conquistare la cintura montana della conca di Plezzo finirono in un nulla di fatto, mentre il 90° Fanteria, Brigata Salerno, riuscì a conquistare un importante trinceramento sulle falde nord-ovest del Merzli ed il gruppo A degli alpini riuscì a prendere l’intero trinceramento sul costone sud-est dello stesso. In questo peri l’VIII Corpo d’Armata, col generale Briccola, tentò per due volte di superare l’Isonzo con la 27° Divisione nel tratto tra Auzza e Canale nella notte del 21 ottobre. A novembre anche la 2° Armata attaccò contro le posizioni austriache del Merzli e quelle di Santa Maria e Santa Lucia. I nostri fanti si schiantarono, però, contro una fascia continua di reticolato e filo spinato. Sempre, violentemente contrattaccati, nonostante il valore spiegato, fummo fermati. Giungevano ora il gelo, la neve, il freddo tremendo a tormentare le truppe già duramente provate da tante fatiche e stenti.

 

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: R. Raja, La Grande Guerra giorno per giorno; A. Sema, La grande Guerra; J. R. Schindler, Isonzo. Il massacro dimenticato della Grande Guerra; Consociazione Turistica Italiana, Sui Capi di Battaglia. Il Cadore, la Carnia, l’Alto Isonzo; G. Baj-Macario-Anton von Pitrich, Prima di Caporetto; A. Sema, Piume a Nord Est