Il 12 giugno del 1915, un dispaccio dell’Agenzia Stefani così descriveva i primi passi degli italiani nella Grande Guerra: “In tutti i punti dell’estesissimo fronte che dallo Stelvio va fino al mare, le qualità del soldato italiano si sono in queste prime settimane splendidamente confermate. Tutte le truppe hanno dimostrato uno slancio aggressivo che, per ragioni strategiche o tattiche, dovette essere perfino talvolta contenuto”. Pochi giorni dopo però inizieranno a contarsi gravissime perdite e luttuosi massacri. Il 15, infatti, la brigata Reggio Emilia fu decimata nel tentativo di prendere il Sass de Stria, una montagna alta 2.477 metri, posta tra il Lagazuoi e il Col di Lana, che sovrasta il passo Falzarego, nelle Dolomiti Orientali. Il 16 la vittoria arrise agli alpini sul Monte Nero, preso e lasciato più volte ed infine conquistato, ma con l’orrore di violenti combattimenti ed assalti con le baionette alle trincee austriache. Il 23 Cadorna ordinò l’attacco su tutto il fronte in quella che passò alla storia come la Prima Battaglia dell’Isonzo.

L’efficienza delle truppe sul Monte Nero sembrò ai comandi italiani un auspicio favorevole. Si era anche capito come soltanto attacchi ben preparati dal fuoco dell’artiglieria potessero vincere i moderni sistemi difensivi. Bisognava abilmente coordinare il tiro all’azione delle fanterie con una precisa identificazione dei bersagli. La cosa non era facile perchè gli italiani si trovavano spesso ad attaccare dal basso gli austriaci installati su posizioni elevate. Una circolare poi risolveva la questione dei reticolati: bisognava eliminarli di notte, avvicinandosi il più possibile e poi trincerarsi ad immediata vicinanza delle linee nemiche con tracciati a zig zag, protetti dall’artiglieria. Questo piano di Cadorna era davvero infernale… tanto per gli austriaci quanto per i suoi stessi soldati.

Gli obbiettivi principali della Prima Battaglia dell’Isonzo erano la testa di ponte di Gorizia, affidato alla II Armata, ed il Monte San Michele, affidato alla III armata. Gli italiani eran 250.000 mila, meno della metà gli austriaci che però riuscirono a respingere l’assalto. Il 7 luglio si poterono contare 15.000 perdite tra i nostri, morti e feriti, più di diecimila tra gli austriaci. Il nemico passò allora a rafforzare le difese ed aumentare le postazioni d’artiglieria. Tutto il mese fu  vissuto tra attacchi, contrattacchi, resistenze, sacrifici. Lo sbalzo iniziale agognato da Cardona poteva già dirsi fallito. Si erano sperimentati con successo i tubi esplosivi per distruggere i reticolati, ma la difesa austriaca resse bene. I fanti erano stremati, i reparti di bersaglieri e cavalleria, che sarebbero dovuti penetrare nel basso Isonzo, finirono rallentati in uno stillicidio di scontri e trincee. La Seconda Battaglia dell’Isonzo, apertasi il 18 del mese, si protrasse sino al principio di agosto con combattimenti furiosi, ma ancora una volta Gorizia non fu raggiunta ed il San Michele, conquistato il giorno 20, fu perso il 23. Il pontefice lanciò il suo appello, “si fermi l’orrenda carneficina”, ma le sue parole caddero nel vuoto.

In mare i successi furon tutti austriaci: la tragedia si sfiorò quando il sommergibile austriaco U-26 affondò l’incrociatore Amalfi nelle acque di Venezia, ma l’equipaggio fu salvo; l’incorciatore corazzato Garibaldi fu affondato dal sommergibile austriaco U-6, a poche miglia da Cattaro; il sommergibile Nereide fu silurato e affondato nei pressi dell’isola di Pelagosa.

Quell’estate si concluse con la dichiarazione di guerra dell’Italia alla Turchia che da tempo andava fomentando le rivolte nella Libia e che al principio del mese aveva vietato agli italiani di lasciare i porti dell’impero, imponendo loro anche un balzello. Ciò che finì negli annali fu però il volo di Gabriele D’Annunzio su Trieste, anticipazione di quello clamoroso su Vienna. L’aereo del poeta fu bersagliato dall’artiglieria austriaca, ma non colpito. D’Annunzio, invece, fece piovere sulla città bandiere italiane ed un messaggio ai triestini: “Coraggio fratelli! Coraggio e costanza! Per liberarvi più presto, combattiamo senza respiro. Nel Trentino, nel Cadore, nella Carnia, su l’Isonzo, conquistiamo terreno ogni giorno. Non v’è sforzo del nemico che non sia rotto dal valore dei nostri. Non v’è menzogna impudente che non sia sgonfiata dalle nostre baionette. Abbiamo già fatto ventimila prigionieri. In breve tutto il Carso sarà espugnato. Io ve lo dico, io ve lo giuro, fratelli: la nostra vittoria è certa. La bandiera d’Italia sarà piantata sul grande Arsenale e sul Colle di San Giusto. Coraggio e costanza! La fine del vostro martirio è prossima. L’alba della nostra allegrezza è imminente. Dall’alto di queste ali italiane che conduce il prode Miraglia, a voi getto per pegno questo messaggio e il mio cuore. Io Gabriele D’Annunzio. Nel cielo della Patria, 7 agosto 1915”.

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: R. Raja, La Grande Guerra giorno per giorno; A. Sema, La grande Guerra; J. R. Schindler, Isonzo. Il massacro dimenticato della Grande Guerra