Murat e la presa di Capri

Murat e la presa di Capri

Il 4 ottobre del 1808 le truppe franco-napoletane di re Gioacchino Murat conquistarono Capri. L’isola era stata occupata dagli Inglesi nel 1806 divenendo una postazione centrale per operazioni di disturbo nel golfo di Napoli. Le navi inglesi che stazionavano nelle acque di Capri minacciavano incursioni e sbarchi, erano oltretutto un costante pericolo per il naviglio mercantile napoletano, così l’obbiettivo della presa di Capri era divenuto per i Napoleonidi estremamente importante. Per due volte lo sbarco delle armate di Giuseppe Bonaparte fu impedito dal maltempo e rimandato. Con Murat le cose andarono diversamente. Egli aveva sempre agognato la conquista dell’isola scrivendo a suo cognato Napoleone, appena due giorni dopo il suo arrivo a Napoli, l’8 settembre del 1808: “Non dispero di poter presto annunciare a Vostra Maestà la ripresa di Capri”. Il re incaricò quello che allora era solo un giovane ufficiale napoletano, Pietro Colletta, di operare una ricognizione delle coste dell’isola governata da Hudson Lowe, futuro carceriere di Sant’Elena. Capri si palesò ai suoi occhi fortificata, ben difesa, ottimamente munita di pezzi d’artiglieria. L’iniziativa si palesa di non facile natura ma Murat non intende rinunciarvi. Così Colletta, nella sua Storia del Reame di Napoli, descrive l’audace impresa:

“[…] Quattromila abitanti coltivano l’isola, ed erano in quel tempo fedeli al presidio inglese, forte di milleottocento soldati. Dovunque mai uomo ardito approdar potesse, l’impediva o fossa, o muro, o guardia; chiudevano il porto e la marina batterie di cannoni; cinque forti, uno ad Anacapri, quattro in Capri, bene armati, difendevano ogni parte del terreno; la città era cinta di mura. Gl’Inglesi, credendo quel posto inespugnabile, lo chiamavano «la piccola Gibilterra»; ma nulla trattener poteva l’impeto militare di Gioacchino, che tenevasi a vergogna vedere dalle sue logge sventolare la bandiera nemica, e starsi i presidi sicuri e spensierati. Maturato il disegno, armate molte barche, più molte caricate di soldati francesi e napoletani, dato supremo comando al general Lamarque, nella notte del 3 ottobre muove la spedizione dal porto di Napoli, ed altra minore da Salerno. Al mezzo del giorno 4 l’isola è investita da tre parti: al porto, alla marina, ad un luogo alpestre dal lito di Anacapri: de’ tre assalti i due primi erano finti, benché, per numero di barche e per impeto, i più veri apparissero; quello di Anacapri, modesto e quasi inosservabile, era il vero. Qui, sopra piccolo scoglio che le onde coprivano, sbarcammo alcuni uffiziali, ed appoggiando alla rupe una scala di legno, ascesimo all’alto, arrampicandoci per quei sassi per non breve cammino; indi, posta altra scala e salita, giungemmo a terreno alpestre e spazioso, naturalmente coronato di grandi pietre disposte in arco, ultimi e superabili impedimenti per poggiare al dosso dell’isola. Era fatta la strada; succederono a’ primi sbarcati altri ed altri, già più di ottanta tenevano il piede su l’isola, il generale con noi; in cima di ogni scala, per segno e per trionfo, stava piantata la nostra banderuola, e i male accorti difensori nulla avean visto. Fummo alfine scoperti: accorse il nemico sulla cresta della soprastante collina; ma, trattenuto da’ colpi che di dietro a’ macigni si tiravano, e timido, irresoluto, aspettando da Capri i dimandati soccorsi, non osava di appressarsi, e frattanto altri soldati disbarcavano, e sì che in breve cinquecento de’ nostri combattevano. Ma il mare si fece procelloso, le nostre navi presero il largo; lo avvicinarsi al primo scoglio era impossibile, piccolo stuolo di audaci che lo tentò fu sommerso, cessò lo sbarco. Non bastando i disbarcati all’impresa (giacché di cinquecento, sette erano morti, centotrentacinque feriti), si attese la notte oramai vicina, sperando che coprisse al nemico la pochezza de’ nostri mezzi, e gli aggiungesse spavento. Frattanto si combatteva in tutto il giro dell’isola: il colonnello Lowe, dotto in astuzie di Polizia, inesperto di guerra, disordinò, confuse tutte le regole del comando; come agevolmente movevano in mare le nostre barche, così a stento nell’isola egli faceva volteggiare i presidi, senz’opera e senza scopo, ed intanto Anacapri ed un piccolo reggimento maltese che il guerniva, non erano afforzati. Giunse la notte, e le apparenze, non le cure di guerra, cessarono. Il cielo fu per noi. Dopo breve oscurità la luna, uscita limpida e piena su l’orizzonte, illuminò la cresta della collina che il nemico guardava. Visti i soldati inglesi da noi che i macigni e le ombre del colle coprivano, erano uccisi o feriti; e sì che, arretrandosi, lasciando alcune ascolte, che presto cadevano o fuggivano perché da tutti i nostri mirate ed offese, restò il luogo deserto. Ed allora formata in due colonne la nostra piccola schiera, superati senza contrasto quegli ultimi ostacoli del terreno, marciando chetamente una colonna per la diritta, l’altra per la sinistra de’ macigni, dietro a’ quali, a strepito e ad inganno, pur si lasciarono alcuni soldati a durare il fuoco, giungemmo inosservati al piano del colle, poco lontani dalle squadre nemiche. Le assalimmo con impeto, grida, spari e sonar di tamburi; le ponemmo in rotta, e prigioniere si arresero, fuorché poche, più celeri ed industriose, nella confusione della notte e fra gl’intrighi delle strade e del paese, pervenute a chiudersi nel forte. Nella notte istessa, occupata la testa della lunga scala che mena in Capri, e quanta terra si poteva e conoscevasi di Anacapri, fu circondato il forte. Ed a’ primi albòri del dì 5, intimata la resa e minacciato il presidio di sorte estrema, se facesse difesa, che l’ambasciatore (com’è costume) dimostrava inutile, dopo breve consiglio, il forte fu ceduto, altri trecento soldati si diedero prigioni, e, uniti a’ quattrocento già presi, furono a trionfo mandati in Napoli. Vi giunsero quando la malignità di alcuni, o la timidezza di altri, e la ingenita loquacità della plebe, dispensiera di sventure, diceva noi morti o presi: noi già padroni di Anacapri, perciò dell’isola, superbi di avere espugnato luogo fortissimo, assalitori, benché di numero quanto la quarta parte del presidio nemico, e tenendo prigioni al doppio delle nostre forze; noi, se Francesi, lieti di combattere sotto gli occhi di capitano antico e valorosissimo, e se Napoletani, più lieti perché ammirati dal nuovo re, dalla nostra città spettatrice, e facendo gara di arte e di animo con le schiere francesi. In tutto quel giorno, il re da su le logge guardò gli assalti e le difese, spedì ordini e provvedimenti, non cessò che per la notte; ed al dì vegnente, non ancor chiaro il giorno, ripigliò le sospese cure; ma dipoi, impaziente, si recò a Massa, prossimo il più che poteva a Capri.

V. Nello stesso giorno, esplorato il promontorio di Anacapri, posti i campi, formata batteria di cannoni per offendere, benché ad estrema portata, la sottoposta città, si ordinarono tutte le parti
del militare servizio chiamando in fretta altre schiere, che giunsero per la via stessa del primo sbarco, non avendo trovato nella calma delle osservazioni altro luogo men disagevole di quello scelto fra i moti e le sollecitudini della guerra. Aspettata la notte per discendere in Capri, credevasi ad ogni passo incontrare il nemico, giacché per case, muri ed altri impedimenti era il terreno adatto
alle difese; ma il colonnello Lowe con più di mille soldati tenevasi chiuso nella città, onde noi, cingendola di posti nella notte, cominciammo nel vegnente giorno ad assediarla. Ma gl’Inglesi ch’erano in Ponza ed in Sicilia, avvisati del pericolo di Capri, accorsero con parecchi legni da guerra; e giunti corrispondevano con l’assediata città per la via del porto, rompevano le nostre comunicazioni con Napoli, tentavano o fingevano assalti ad Anacapri, e per continuo copioso fuoco di artiglieria disturbavano l’assedio. Ed allora i Franco-napoletani, offensori ed offesi, con accrescimento di fatica e di gloria, provvedendo alla doppia guerra, formarono nuova batteria (chiamata per onor di assedio «da breccia», ma che distava dalla città trecento metri), così che, aperti i fuochi, le palle, che erano da sei, bucavano i muri senza scuoterli, e bisognò menomare la carica per ottenere qualche effetto di breccia. Ma il colonnello Lowe, timido per sé, vie più discorato da parecchi Napoletani, che, fuggiaschi per delitti o fabbri di congiure, stando in Capri temevano di cader nelle mani della Polizia di Napoli, inalberò bandiera di pace; ed a patti, che si fermarono in quel giorno 18 di ottobre, diede la città, le rocche, i magazzini, tutti gli attrezzi di guerra, e prigioni con sé stesso settecento ottanta soldati inglesi e còrsi, da essere trasportati in Sicilia con giurata fede di non combattere i Napoletani né i Francesi, o gli alleati della Francia per un anno ed un giorno: quei tristi o rei che stavano in Capri ebbero asilo, prima del trattato, sopra i legni inglesi. La città fu consegnata, i prigionieri in due giorni partirono; e fra quel tempo giungevano da Sicilia, ma tardi, altre navi, altre genti, altri mezzi di guerra. Capri restò presidiata e meglio fortificata dai Francesi; perciocché il recente assedio avea scoperto molti errori di arte, e l’isola, di nemica divenuta parte del regno, avea mutate le condizioni di guerra. Il Governo donò i tributi di un anno agl’isolani, ma il dono era minore de’ guadagni che innanzi facevano a cagione della liberalità degli Inglesi, e delle occasioni di controbando, e delle dissipazioni del denaro pubblico fra le sollecitudini della guerra. Quella impresa per celerità, modo ed effetti accrebbe gloria a Gioacchino. […]”

La riuscita dell’impresa è accolta positivamente da Napoleone. L’imperatore già il 18 settembre aveva fatto sapere che “la presa di Capri sarebbe cosa ottima poichè farebbe temere, agli Inglesi, per la Sicilia…”, ma non va tutto secondo i piani. Il generale Lamarque concesse alla guarnigione inglese di trasferirsi in Sicilia. “Non posso che esprimervi la mia meraviglia per l’armistizio che avete accordato al nemico. Al suo rifiuto d’arrendersi dovevate continuare il fuoco. Ve lo ripeto: la guarnigione doveva essere fatta prigionierà”, scrisse Murat al generale. Più tardi anche Napoleone gli diede ragione: “Ho letto con piacere la vostra relazione sulla presa di Capri. Penso come voi che il generale Lamarque ha commesso una bestialità a lasciarsi sfuggire gli inglesi”.

Istruzioni di Re Murat al generale Lamarque per la spedizione di Capri (M. Mazzucchelli, Murat il Cavaliere di Napoleone, 1932)

Il successo esalta Murat che nel comunicato ufficiale acclama il valore delle truppe napoletane “che si son mostrate degne di combattere a fianco di quelle imperiali”. Napoleone però fece cancellare questa frase, il Corso mostrò irritazione anche per le modalità con cui il successo di Capri era stato comunicato ufficialmente, una semplice nota del Ministro degli Esteri: “Questo è ridicolo; Capri essendo stata conquistata dalle mie truppe, io dovevo aver conoscenza di questo avvenimento dal mio ministro della guerra, al quale voi dovevate renderne conto. Bisogna aver cura di non far nulla che possa, su questo punto, ferire me o l’esercito francese” (M. Mazzucchelli, Gioacchino Murat, Milano 1932). Questi litigi furono solo i prodomi di quanto accadde più tardi tra i due.

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Foto: Angela Greco

1 Comment

  1. poi, fortunatamente, sia gli inglesi, sia i francesi, furono sonoramente cacciati dai “veri” nmapoletani

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