Fin dalla sua giovinezza negli eserciti della Repubblica, Murat è invaghito di Maria Nunziata Bonaparte, la più giovane sorella di Napoleone. La storia ce la consegna con un altro nome… Il generale stesso, probabilmente memore di un suo primo amore, litigando con la madre Letizia, la fa chiamare Carolina ed è con questo nome che Murat se ne innamora, si infiamma per lei.

E’ un amore pienamente corrisposto ma Napoleone ne è inizialmente contrariato, avrebbe voluto dare in sposa sua sorella a Moreau e già aveva respinto le pretese del divorziato Lannes. Su tutto ciò pesano anche i sospetti di una vecchia e chiacchierata relazione tra il giovane Gioacchino e e la bella Giuseppina di Beauharnais, l’amata del generale. E’ proprio lei, Giuseppina la creola, però, a convincere Napoleone ad accettare quel fidanzamento. Lo fa col segreto intento di trovare in Murat un cognato alleato contro la suocera ed il “clan” Bonaparte.

Il contratto di matrimonio è stipulato a Parigi, il 18 gennaio 1800. Sulle sue scarsezze economiche Murat costituisce alla moglie una controdote di dodicimila franchi, mentre Carolina ne riceve quarantamila dai fratelli, assieme alla proprietà di Neuilly, rinunciando ad ogni eredità paterna e materna. Con gioia Gioacchino scrive a suo fratello, il giorno dopo l’accordo: “M’affretto ad annunciarti che parto per una delle terre del console Bonaparte perchè domani sposerò sua sorella. Il contratto è stato firmato ieri. Dillo alle nostre sorelle… Dì a mamma che muoio dal desiderio di riabbracciarla. La mia cara piccola Carolina deve scriverle. Fa in modo che nostra madre le risponda in tono amorevole. Addio. Domani sarò l’uomo più felice di tutti, domani avrò per me la donna più bella”.

Sicuramente Carolina bella lo è – come testimonia il ritratto della Vigée-Lebrun – ma che sia la più bella al mondo è un’idea da innamorato. Murat non può che esserlo, ha quindici anni più di lei, nata ad Ajaccio nel 1782, altezzosa, elegante, avvenente. Così attraente che la propaganda non ha tardato a infangarla. Sono persino girate infamanti dicerie su un suo rapporto incestuoso col console, ma ciò che è certo è che la sua educazione e la sua istruzione lasciano ancora a desiderare. Vigée-Lebrun annota: “Mi sarebbe impossibile descrivere tutte le contrarietà, tutti i tormenti che dovetti sopportare mentre facevo questo ritratto. Cominciamo che alla prima seduta vidi arrivare madama Murat con due cameriere che dovevano pettinarla mentre io la dipingevo, Pure, alla mia osservazione che mi sarebbe impossibile in tal modo cogliere i suoi tratti, acconsentì a rimandare le due donne. Poi, mancava sempre agli appuntamenti che mi dava, di modo che, desiderando io terminare il lavoro, mi ha fatto trascorrere quasi tutta l’estate a Parigi, il più delle volte aspettandola invano, il che mi spazientì come non saprei dire. Inoltre, l’intervallo fra le pose era così lungo, che le accadde di cambiare acconciatura. Per esempio, nei primi giorni portava i riccioli pendenti sulle guance, e io li feci come li vedevo; ma qualche tempo dopo, questa pettinatura essendo passata di moda, tornò diversamente acconciata, di modo che fui costretta a grattare i capelli che avevo dipinti sul viso, e anche dovetti cancellare le perle che formavano una banda, e rimpiazzarle con cammei. Lo stesso mi accadde per gli abiti. Quello che avevo fatto prima era assai aperto, come si portavano allora, e guarnito da un largo merletto; cangiata questa moda, dovetti chiudere l’abito e riprendere i merletti, venuti a trovarsi troppo distanti. Insomma tutte le noie fattemi provare da madama Murat finirono col mettermi in tanto cattivo umore che un giorno, trovandosi lei nel mio studio, io dissi al signor Denon, abbastanza ad alta voce perchè lei potesse sentirmi: ‘Ho dipinto vere principesse che non mi hanno mai tormentato e non mi hanno mai fatto aspettare’. Il fatto è che madama Murat ignorava perfettamente che la puntualità è la cortesia dei re, come diceva tanto bene Luigi XIV che, n verità, non era un parvenu”.

In parte addolcita nei modi con l’esperienza maturata in un soggiorno nel pensionato di Saint-Germain-en-Laye, diretto da madame Campan, ex cameriera della regina Maria Antonietta, Carolina è avvenente ed ambiziosa quanto capricciosa, sfacciata, folle amante dei gioielli e del lusso. Col senno di poi si è scritto che gli errori del marito, dovuti al suo ego, furono accresciuti da quelli di lei, motivati da un basso calcolo di accrescimento del potere. Non è un caso se Talleyrandne disse: “Ha la testa di Cromwell sulle spalle di una bella donna”.

Il matrimonio civile è celebrato a Mortfontaine nella proprietà di Giuseppe Bonaparte, da Luigi Dubos, presidente dell’Amministrazione Municipale del Cantone di Plailly, Dipartimento dell’Oise. I testimoni di Murat sono Bernardotte e Calmelet, quelli di Carolina sono Luigi Bonaparte ed il generale Leclerc. Alla cerimonia assiste anche Madame Bonaparte madre, non Napoleone, non Giuseppina. C’è una sorta di presagio in questo?

 

 

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

Fonti librarie:

M. Mazzucchelli, Gioacchino Murat, 1932
G. Doria, Murat Re di Napoli, 1966
R. De Lorenzo, Murat, 2011
A. Dumas, Murat, 2005