Nato a Capodistria nel 1876, Nazario Sauro, giovanissimo entrò nella marina mercantile seguendo le orme paterne. Divenne un eccellente marinaio, di salda tempra, alla guida delle navi austriache nelle acque sotto le rocce che strapiombano sul Quarnaro. Talvolta, entrando nel porto di Ancona, col piroscafo austriaco che comandava, aveva fatto alzare per brevi attimi il tricolore italiano. Il suo sentimento era forte, un fiamma che non riusciva e nè voleva spegnere e che l’avrebbe condotto sulla forca, a Pola. Era Nazario Sauro. Allo scoppio della guerra, come tanti altri irredenti che volevano evitare di combattere contro l’Italia, riparò a , poi, nell’autunno del 1914, si offrì come pilota alla spedizione dei volontari italiani che, partendo da Marsiglia, intendeva sbarcare sulle coste dalmate per provocare una sollevazione degli italiani. Svanito il progetto, si dette alla propaganda interventista fino a quando fu ammesso nella marina italiana col grado di tenente di vascello equiparato. Da quel giorno fu protagonista di continue e pressanti richieste di missioni d’un’audacia folle che spesso trovava l’opposizione dei superiori. Ciononostante riuscì a prender parte ad operazioni rischiose, molte da lui stesso suggerite.

Iniziò la sua attività con la presa di Porto Buso, compì temerarie ricognizioni fin dentro i porti nemici. All’inizio dell’offensiva russa, di notte, spinse la silurante che comandava fin dentro il porto di Trieste, si avvicinò al molo di San Carlo e qui lasciò un fascio di giornali italiani. Poco dopo fu con una squadriglia che penetrava nel porto di Parenzo sbarrato dalle torpedini. Scese con altri ufficiali a terra e restò a conversare coi cittadini e uando sopraggiunsero gli austriaci, ne catturò uno, e lo portò come suo prigioniero sulla nave. Più tardi, con i sommergibili, compì numerose scorreri nel golfo di Trieste e del Quarnerolo. Sembrava privo dell’idea del pericolo, era gioviale, cordiale, pensava le sue audaci gesta come burle giocate al nemico. Fu così nominato tenente di vascello effettivo della Regia Marina.

Il 23 maggio del 1916 gli fu pure conferita la medaglia d’argento al valor militare con una motivazione che lo indica come patecipe di quarantanove operazioni di guerra in acque nemiche. Pochi giorni prima che partisse per l’ultima missione gli fu consegnata anche l’insegna di cavaliere della Corona d’Italia.

Scrive Augusto Vittorio Vecchi, alias Jack La Bolina, in Esempi di virtù navale italiana: “Era espediente che per vibrare colpi così assestati a Fasana, a Pola ed altrove, per sorprendere l’austriaco dentro le sue basi minute, difese, qualcuno, audace ed accorto insieme, praticasse assidue ricognizioni nelle acque nemiche ed anche dentro le terre; bisognava che codesto qualcuno portasse al consesso di Venezia la informazione che tutte le altre supera, quella raccolta personalmente con l’occhio e con l’orecchio. L’uomo ci fu che si chiamò Nazario Sauro. Sauro, il suo nome sia benedetto!, ha partecipato a ben sessantadue spedizioni sulla costa nemica e appena dopo la quarantesima gli venne conferita la medagli a’drgento alla virtù militare! Due volte si è recato a Parenzo per bombardarvi la rimessa degli aerei, e due volte è sceso a terra da una silurante per comunicare ai fratelli istriani le vittorie russe sugli eserciti d’Austra in Galizia. La seconda volta, incontrato un gendarme, lo ha catturato, e trascinato a bordo della sua navicella. Con un sommergibile è andato a Capo d’Istria, suo paese nativo, per dormir la notte nel proprio letto. Ha bruciato dentro Trieste un piroscafo da trasporto. A Sestiana, bombardato da quattro torpediniere, è rimasto ferito. Fu il pilota di tutte le balde imprese sino all’infausto giorno di luglio in cui, investito, e non per colpa sua, su di uno scoglio il sommergibile di cui era guida, egli ed i suoi compagni abbandonatolo al nemico, poichè non era loro riuscito disincagliarlo, impadronitisi di un battello a vela, se ne stavano ritornando in Italia, quando una silurante nemica li catturò. Poteva sorridere ll’Austria imperiale una morte onorata. Essa invece si compiacque precipitare disonorevolmente nell’abisso, impiccando a Pola come disertore Nazario Sauro; ero del mare di pulezza cristallina…”.      

Nei pressi del golfo del Quarnero, dunque, sulla rotta verso Fiume, dove doveva fare un’ incursione, il suo sommergibile si incagliò e poco dopo fu fatto prigioniero dagli austriaci. Riconosciuta la sua vera identità, nulla valse professare il nome di Nicolò Sambo e neanche il confronto davanti a sua madre, la quale in un tremendo e terribile clima, negò che quello di fronte a lei fosse suo figlio. Sauro fu condannato a morte per impiccagione per alto tradimento. La condanna fu eseguita il 10 agosto 1916 presso le carceri di Pola.

Nell’ultima sua lettera scrisse parole toccanti che meritano d’essere riportate: “Cara Nina, non posso che chiederti perdono per averti lasciato con i nostri cinque bimbi ancora col latte sulle labbra; e so quanto dovrai lottare e patire per portarli e lasciarli sulla buona strada, che li farà proseguire su quella di suo padre: ma non mi resta da dir altro, chi io muoio contento di aver fatto soltanto il mio dovere di italiano. Siate pur felici, che la mia felicità è soltanto quella che gli italiani hanno saputo e voluto fare il loro dovere. Cara consorte, insegna ai nostri figli che suo padre fu prima italiano, poi padre e poi uomo”.

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete