L’isola di Lesina, in Dalmazia, fu sede dell’antica Pharus, distrutta da Lucio Emilio Paolo nel 218, nell’ambito della Seconda Guerra Illirica. Coi suoi cinque centri, Lesina, Gelsa, Cittavecchia, Verbosca e San Giorgio, fu per lungo tempo in balia delle incursioni turche e per questo, nel 1278, si affidò alla protezione della Repubblica di Venezia.

San Giorgio fu fondato dagli abitanti di Makarska e di Primorje, in fuga dagli ottomani, Gelsa si formò attorno ad una chiesa fortificata del XVII secolo per proteggersi dalle aggressioni musulmane, egual cosa dicasi di Verbosca che mostra la Chiesa di Santa Maria della Misericordia nelle forme di un grosso torrione.

Come parte dell’accordo di protezione, la Repubblica di Venezia ottenne l’uso dei porti di Lesina come basi per la sua flotta. Tuttavia devastanti attacchi musulmani si verificarono anche nel XVI secolo. Nel 1571, la città di Lesina fu razziata e data alle fiamme dalla flotta turca diretta alla Battaglia di Lepanto. Solo la fortezza salvò gli abitanti della città. Tutto ciò si ripeté tristemente nel 1671.

Il vero sito di Pharus, distrutto e poi riportato allo splendore sotto Augusto, è conteso tra i centri di Cittavecchia e Lesina. Entrambi sono, ad ogni modo, gli insediamenti più antichi dell’isola, come dimostrato dai reperti archeologici. È probabile che Pharus venne abbandonata a seguito della Seconda Guerra Illirica, divenendo poi Cittavecchia, mentre rinasceva a Lesina accogliendo poi pure i profughi cacciati nel 639 da Salona ed Epezio, come notato dallo storico Tommaso di Spalato nella sua Historia Salonitana.

Nell’ottavo secolo sull’isola si stabilirono i serbi narentani, a seguito della vittoria turca sui bizantini a Taranto nell’841. I narentani vi trovarono un porto ampio e sicuro da cui si dettero alla pirateria fino al 987, quando il doge di Venezia, Pietro Orseolo II, riuscì nel debellarli.

Nel Duecento, i narentani, stanziatisi ora ad Almissa, guidati da Malducco, misero a sacco e fuoco Cittavecchia che si rivolse ad Andrea II il Gerosolimitano, re d’Ungheria, per ricevere protezione, ma tutto fu inutile. Solo Venezia, potenza emergente dell’Adriatico, avrebbe potuto dare all’isola maggiore tranquillità.

Lesina si dotò di un antico arsenale, utilizzato come cantiere navale per le galee veneziane, e di un fortilizio che fu poi ingrandito nel Trecento. L’esplosione del deposito di polvere da sparo, causata da un fulmine, danneggiò considerevolmente la fortezza nel 1579. Poco tempo dopo fu riedificato un castello in forme più imponenti con diversi torrioni, il più alto dei quali fu fatto saltare in aria dai napoleonidi nel 1812.

Un secondo arsenale fu edificato nel 1611 per servire, al piano superiore, come teatro e Palazzo del Governatore, e, al pianterreno, come magazzino di biade e cantiere. Su questo fabbricato si affaccia una elegante loggia, opera di Sammichieli, dove si raccoglieva il consiglio e si decidevano in pubblico tutte le sentenze.

Quali grandi marinai, gli abitanti di Lesina furono interamente dediti al commercio sino all’Ottocento, nei campi della pesca, della lavanda, del rosmarino, delle olive. Nel 1776, pero, i veneziani trasferirono la loro base navale a Cattaro sulla terraferma, e Lesina andò in declino. Dopo l’occupazione napoleonica entrò a far parte dell’impero austriaco.

Gli italiani dell’isola di Lesina vivevano concentrati nel capoluogo, dove costituivano la metà della popolazione e a Cittavecchia dove erano la maggioranza. Una piccola minoranza viveva poi a Gelsa. In realtà mancano dei precisi dati statistici su italiani ed italofoni, ma le aspre politiche di slavizzazione della Dalmazia verificatesi dalla fine dell’Ottocento, sicuramente comportarono un ridimensionamento delle comunità italiane. Basti pensare che il Consiglio comunale di Cittavecchia, in maggioranza composto da italiani, nel 1885, il venne sciolto d’autorità dai funzionari austriaci e nelle successive elezioni venne conquistato dai croati. La popolazione di lingua italiana, già minoritaria e ridotta alle principali città dell’isola, fu soggetta a un lento e progressivo calo al punto che, dal 1880 al 1900, gli italiani di Cittavecchia calarono da 2163 a 169 unità. A partire dagli anni precedenti la Grande Guerra parte di questa popolazione abbandonò la propria terra per rifugiarsi in gran parte a Zara, nelle province giuliane o a Lagosta. Al termine della guerra l’isola venne occupata dall’esercito italiano, ma solo fino al 1921. Allora gli italiani in massa abbandonarono l’isola che, appena sei anni dopo, contava solo 509 italiani. Queste famiglie che scelsero di rimanere, vivendo qui gli anni del secondo conflitto mondiale, all’arrivo dei titini, nel 1943, andarono in contro a brutalità ed esecuzioni.

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: Chiesa Vescovile di Cittavecchia di S. Glibich; M. Vigna, L’agonia della Dalmazia italiana sotto Francesco Giuseppe; F. Petter, Compendio Geografico della Dalmazia