“Volete un santo? Eleggete Gotti! Un politico? Aldovrandi. Un asino? Eleggete me!” ed al termine di un Conclave estenuante durato sei mesi (il più lungo tenutosi negli ultimi quattro secoli), che aveva visto sino ad allora 254 scrutini andati a vuoto, il 17 agosto del 1740, forse perché convinti da una simile argomentazione, i Cardinali elettori scelsero proprio lui, “l’asino”, cioè il sessantacinquenne Cardinale Prospero Lambertini, che col nome di Benedetto XIV divenne così il 247° successore di Pietro e fu come tale incoronato il 25 agosto successivo.

Bolognese, proveniva da una famiglia di fede profonda, che aveva dato i natali a due beate. La sua era stata una vocazione precoce, supportata da solide doti personali, quali impegno ed applicazione allo studio ed al lavoro, che gli avevano consentito di diventare, giovanissimo, un ottimo avvocato concistoriale ed un perfetto conoscitore del diritto canonico. Così, la sua scalata del “cursus honorum” ecclesiastico fu rapida ed inarrestabile: nominato in un primo tempo vescovo di Ancona, fu poi trasferito nella sua Bologna, di cui divenne Arcivescovo nel 1728, contestualmente alla sua elevazione al cardinalato. In città giunse, come ebbe modo di scrivere un contemporaneo, “senz’altro seguito che le sue virtù”, di cui però era ricco ed in particolare della più rara di tutte, quella consistente nel non farle pesare a nessuno.

Bonarietà e modestia, infatti, ne fecero una sorta di “Roncalli del Settecento”, con l’aggiunta però di una naturale ironia che talvolta sconfinava nel sarcasmo. Aveva sempre la battuta pronta, anche pungente, come quando, ad un alto prelato che, sconvolto, gli riferiva di una certa suora rimasta incinta, rispose serafico: “Lo dite come se si trattasse di un frate!”. Conciliante e mediatore per indole, ebbe sempre ben chiara la distinzione fra sovranità spirituale e temporale. Nel primo campo fu religiosissimo, ma mai bigotto. Inculcò nei vescovi il dovere di residenza, della formazione del clero e delle visite pastorali, che lui stesso attuò senza risparmiarsi, girando in lungo ed in largo le sue diocesi quando ne era il pastore, ma anche improvvisando visite in incognito a questa o quella parrocchia romana, dopo che era diventato Papa, dove non era raro vederlo celebrare la messa al posto del parroco o seguire una processione, mescolato ai fedeli con l’unico appoggio della sua canna da passeggio.

Come sovrano temporale fu l’artefice di una politica internazionale improntata alla diplomazia, che gli consentì non solo di appianare le divergenze insorte fra la Santa Sede e numerosi Stati cattolici sotto i pontificati precedenti, ma anche di instaurare buoni rapporti con Stati che cattolici non erano, quali la Russia di Caterina II, la Prussia di Federico il Grande e persino il Regno Unito.

Appoggiò sempre il sapere scientifico, che difese, fra l’altro, introducendo presso l’Università di Roma le cattedre di fisica, matematica e chimica, ma anche togliendo finalmente dall’Indice dei libri proibiti le opere di Galileo. In occasione del Giubileo del 1750 ordinò importanti lavori di consolidamento del Colosseo e fece illuminare per la prima volta la cupola e la piazza di San Pietro, abbellendo l’Urbe con i recenti ritrovamenti degli scavi archeologici da lui promossi e, non da ultimo, portando a termine i lavori della Fontana di Trevi, che ancora oggi sul suo frontone ricorda proprio il nome e l’opera di questo pontefice.

All’illuminista Voltaire, che gli aveva provocatoriamente dedicato la sua tragedia “Mahomet”, scritta con l’intento di denunciare il fanatismo e l’intolleranza di tutte le religioni, rispose con uno scritto tanto arguto e spiritoso da indurre il filosofo francese (mai tenero con la Chiesa) ad inviargli una famosa lettera aperta che si concludeva col proposito di “baciargli con somma riverenza e gratitudine i sacri piedi”.

Quando morì il 3 maggio del 1758, alla per allora veneranda età di 83 anni, fu universalmente compianto, anche da parte protestante, nella consapevolezza che con lui se ne andava un ottimo Pontefice che, prima di tutto (ma forse proprio per questo), era stato un brav’uomo.

 

 

 

Autore articolo: Anselmo Pagani

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: G. Greco, Benedetto XIV

Anselmo Pagani, laureato in giurisprudenza, è studioso di storia e divulgatore