L’apertura dei mercati del Mezzogiorno medioevale alle pellicce avvenne soprattutto sotto la spinta dell’espansionismo musulmano.Gli arabi apprezzavano molto la pellicceria e si rifornivano presso bulgari restando in continuo contatto con le città di Tana, situata sul fiume Don, a brevissima distanza dal mare, e Caffa, in Crimea, porto del Mar Nero.

Le cronache riferiscono di splendide pellicce di vaio russo, zibellino, griso, ermellino e martora, indossate dai normanni di Sicilia, probabilmente approdate nei porti pugliesi da Venezia e dai Balcani o giunte ad Amalfi da Bisanzio, grande centro di smistamento di pellicce russe.

Le pellicce sostanzialmente restarono un bene di lusso da indossare in cerimonie o durante viaggi, anche quando la loro lavorazione, in età federiciana, si sviluppò nei laboratori pugliesi e siciliani.

Le cose furon meglio disciplinate dagli angioini. Abituati a fare largo sfoggio di pellicce preziose, costoro emanarono una serie di rigide norme suntuarie. Per esempio nelle leggi suntuarie di Carlo I del 1290, l’ermellino, il griso ed il vaio vengono riservati ai soli fideles, mentre agli altri nobili e guerrieri viene imposto di ricorrere a tali pellicce solo per cappucci e mantelline.

Le pellicce di produzione locale erano quelle di scoiattolo, animale presente ovunque ad eccezione delle isole, di conigli e lepri, quelle di cervi, caprioli e daini dei Monti Picentini e del Vulture, apprezzatissime per raffinati oggetti di pelletteria.
Numerose erano pure le attestazioni di pellicce di linci ed orsi mentre decisamente meno apprezzati erano faine e lontre, nonché lupi e volpi che, temuti per gli allevamenti, erano oggetto di spietate caccie.

Discorso diverso invece per le pelli, una delle più importanti merci del Regno di Sicilia, fulcro di un vasto mercato interno e d’esportazione. Pelli di coniglio e scoiattolo del Regno di Sicilia erano smerciate a Pisa, Genova, Venezia, Londra e Bruges.

Il primo posto nei mercati era però occupato dalle pelli d’agnello, calde, impermeabili e facilmente reperibile, e da quelle di montone. Le pelli di montone, robuste e fitte di pelo erano commerciate invece in loco, diffuse tra i ceti rurali più umili.

Dai porti di Puglia e d’Abruzzo, da quelli di Napoli, Salerno, Siracusa, Agrigento, Mazara, Trapani, Palermo e Messina partivano carichi destinati a tutto il Mediterraneo. La lavorazione locale oltretutto permetteva buoni redditi sia ai conciatori che ai calzolai, ai ciabattini, ai fabbricanti di lacci e cinture ed ai sellai.

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra
Fonte foto: dalla rete
Fonte bibliografica: A. Nada Patrone, “Pelli e Pellami”, in Uomo e Ambiente nel Mezzogiorno normanno- svevo, AA.VV., Bari 1989.