Francesco Maria II della Rovere fu l’ultimo Signore di Pesaro e Duca d’Urbino. La sua morte senza eredi, avvenuta a Casteldurante il 28 aprile del 1631, costituì l’occasione per lo Stato della Chiesa di incamerare i suoi domini.

Aveva preso in moglie la cugina Livia della Rovere, più giovane di trentasei anni, per poter dare al ducato un erede che scongiurasse l’estinzione della casata dei Della Rovere e l’erede venne davvero. Si chiamò Federico Ubaldo e, giovanissimo, assunse le redini del ducato e sposò Claudia de’ Medici nel 1621, dando a Francesco Maria II una nipotina Vittoria, futura granduchessa di Toscana. Federico Ubaldo, però, morì improvvisamente il 29 giugno 1623, lasciando il ducato nuovamente nelle mani del padre. Il 20 dicembre 1624, Francesco Maria II della Rovere, rassegnato all’estinzione della casata, sottoscrisse la devoluzione di tutti i feudi rovereschi a papa Urbano VIII. La devoluzione divenne esecutiva alla sua morte nel 1631.

Già da tempo Roma mirava all’accentramento del Ducato d’Urbino e non tardò ad occuparsi direttamente delle antiche terre roveresche.

Di Pesaro, Urbano VIII approvò “omnia et singula statuta, et privilegia Civitatis” ed il 5 maggio di quell’anno spedì Monsignor Lorenzo Campeggi, Vescovo di Sinigaglia, in qualità di governatore generale. Campeggi si preoccupò d’accattivarsi le simpatie della cittadinanza e per tale ragione abbonò il debito di 60.000 scudi che Francesco Maria II della Rovere aveva contratto nella costruzione del nuovo porto. In segno di gratitudine, più tardi Pesaro fece erigere una statua di marmo lavorata da Lorenzo Ottoni.

L’8 maggio il Consiglio cittadino prestò giuramento di fedeltà a Roma, così finivano le libertà di Pesaro e prendeva il via la lunga serie di delegati pontifici spediti a reggere la città in nome del Papa. Il 24 giungo di quell’anno, il Cardinale Antonio Barberini, Legato Apostolico, raggiunse Pesaro acclamato come un nuovo signore, gettò denari d’oro e argento al popolo festante e fece erigere delle fontane di giochi di vino nella piazza cittadina.

 

Il Cardinale Antonio Barberini lasciò l’incarico presto, già nel 1633, e Pesaro continuò ad esser governata da un Cardinale Legato, ovvero da un Prelato col titolo di Presidente.

Come principi essi tennero a guardia della loro persona e della loro corte un corpo di armigeri svizzeri, sedevano su di un trono, esercitavano la più ampia giurisdizione con decreti – poi raccolti dal Cardinale Astalli, legato apostolico tra il 1693 ed il 1696 – e sanzioni. Erano insomma investiti di quasi tutte le facoltà, di cui avevano goduto in precedenza i Della Rovere.

Pesaro perse il suo prestigio, le fiorenti industrie collassarono, il porto deperì. Agli inizi del Settecento, Papa Clemente XI cercò di migliorare le condizioni igieniche della città facendo bonificare gli acquitrini nei pressi delle mura e debellando così la malaria ma tutto sembrò conservarsi immobile dal 1631 sino alla bufera napoleonica.

Anche le condizioni socio-economiche della popolazione ristagnarono, come del resto avvenne in tutte le Marche. Tuttavia tra Sei e Settecento furono edificate diverse dimore signorili sia in città che in campagna. E’ il caso della scenografica Villa Caprile, con giardini a terrazze, residenza della famiglia Mosca, realizzata nel 1640 e dei palazzi Mazzolari-Mosca, Olivieri e Montani-Antaldi.

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete