Stavo facendo delle ricerche d’archivio per il mio nuovo libro intitolato “Esploratori lombardi”, che spero di pubblicare presto, quando mi sono imbattuto nella figura di Pietro Felter, un personaggio di rilievo nelle vicende coloniali italiane di fine Ottocento, anche se scarsamente studiato e conosciuto.

Entrato volontario nella carriera militare, trascorse dieci anni difficili nell’esercito italiano a causa del suo temperamento impulsivo. Nel maggio del 1884 fu destinato ad Assab quale ufficiale di commissariato in congedo. Assistette Franzoj di ritorno dal suo viaggio nello Scioa per recuperare le spoglie del Chiarini. Rientrò in Italia l’anno successivo: nel 1885 gli italiani sbarcarono a Massaua e abbandonarono così al suo destino Assab, la prima colonia che nel 1869 Rubattino e Sapeto avevano acquistato a nome del governo italiano. Gran parte delle iniziative di Felter (in particolare una sua spedizione condotta per liberare un gruppo di schiavi) erano state infatti boicottate dalle autorità militari ufficiali. Abbandonata Assab, Pietro Felter a partire dal 1890 si recò nuovamente ad Harar, dove nel 1893 diventò un agente segreto italiano, conoscendo Arthur Rimbaud e svolgendo un ruolo prezioso e delicato al tempo stesso nell’ambito dei difficili rapporti fra il governo italiano e le autorità etiopiche.

Nel clima di sospetto e di diffidenza che caratterizzarono tutto questo periodo dell’avventura coloniale italiana, Felter venne addirittura accusato, data la sua familiarità coi capi abissini, di collaborare col nemico e di aver comprato la liberazione del contingente italiano rinchiuso a Macallè. Che le iniziative di Felter non fossero mai risultate particolarmente gradite alle autorità governative (ed in particolare a Cesare Nerazzini, funzionario degli Esteri inviato in missione in Eritrea dal di Rudinì) lo dimostra anche il fatto che, dopo tante promesse di incarichi prestigiosi e gratificanti, egli fu nominato commissario e rimandato nella colonia dimenticata di Assab, vale a dire nella residenza allora più disagiata e malsana dell’Eritrea, dove riuscì a resistere fino al 1907, rientrando in Italia quasi cieco e minato dalla lebbra. Morì a Sabbio Chiese (Brescia) il 25 gennaio 1915. Documenti su Felter si possono rinvenire nel corposo Carteggio Felter che fa parte della Collezione Castellini, Fondo Gherardo Pantano, conservata al Museo del Risorgimento di Milano: più di un migliaio di pagine manoscritte, resoconti ufficiali, lettere private, furono donate a tale Museo da Eugenia Del Bo, vedova del generale Gherardo Pantano, che a sua volta le aveva ricevute da Alba Felter, figlia di Pietro.

Illuminanti sulla situazione della colonia di Assab sono le pagine di Pietro Felter del suo volume (La vicenda affricana, 1895-96) pubblicato postumo nel 1935 a cura della figlia Alba per i tipi di Giulio Vannini editore di Brescia. Nella prefazione Giuliano Bonacci lo definisce “[…] una tempra eccezionale di uomo, di statura superiore alla media […], gli occhi vivi, intelligenti, hanno mille rughe intorno (solchi segnati dal sole e dalle cure affricane), le sopracciglia sollevate alle estremità esterne danno talora al volto di lui […] un’espressione diabolica”.

L’astio delle autorità assabesi aumentò quando Pietro Felter accolse Augusto Franzoj, che ritornava ad Assab con le ossa di Chiarini (morto per avvelenamento durante la prigionia nel Ghera). Anche Franzoj non era affatto gradito. Nel 1883, infatti, durante una seduta della Società Geografica Italiana l’Antonelli aveva chiesto cinquantamila lire per prolungare il suo viaggio nello Scioa e prelevare le ossa del Chiarini. Saputa la cosa, Franzoj – che si trovava a Massaua quale inviato speciale del Corriere di Roma – il 20 luglio partì armato di una scimitarra e di un revolver sprovvisto di cartucce percorrendo in solitaria – attraverso tremila chilometri – tutta l’Abissinia e i paesi Galla. Tra Franzoj e Antonelli covava un’inimicizia profonda: Franzoj era un isolato, un fuori casta, un contadino del Vercellese sempre pronto alla rissa e al duello, mentre l’Antonelli era un aristocratico romano che della casta fu un esponente di rilievo, oltre che un fine diplomatico. Franzoj, recuperate le spoglie mortali del Chiarini, ritornava così ad Assab. Il tutto spendendo la bellezza di trecento lire!

Il governo centrale “largheggiava” nel bilancio di Assab, e la principale preoccupazione dei funzionari coloniali era solo quella di dare fondo alle centinaia di migliaia di lire fornite generosamente dalla madre patria per quell’insediamento desolato e inutilizzato affacciato sul Mar Rosso. L’orto sperimentale, che era stato insediato in quel territorio infuocato e arido, dopo tre anni era riuscito a mala pena a portare a maturazione solo un cavolo cappuccio, che costò all’Erario italiano 10mila lire dell’epoca, senza tener conto delle spese del pranzo offerto a tutti i funzionari e agli ufficiali della Regia marina per festeggiare l’avvenimento! Questa “allegra gestione” scandalizzò a tal punto Felter da indurlo a tornare in patria nel 1885, l’anno dello sbarco italiano a Massaua.

Ma l’esperienza di Felter in Africa orientale non era che agli inizi. Ripartito dall’Italia, tornò presto a impiegarsi presso le saline Bulgarella e Guastalla di Aden, poi divenne agente della Perim Coal Company e infine fu nominato rappresentante della casa Bienenfeld ad Harar nel 1890. In Italia aveva in precedenza conosciuto ras Maconnen, ras di Harar e cugino del Menelik, con cui in seguito ebbe stretti rapporti meritandone la fiducia e benevolenza. E soprattutto Felter venne nominato agente segreto del governo italiano. Nel citato Fondo Gherardo Pantano presso gli Archivi del Museo dei Risorgimento di Milano è custodita la lettera (riservatissima) di nomina, a lui indirizzata, firmata su carta intestata del Ministero degli Affari Esteri da Cesare Nerazzini, che reca la data del 12 novembre 1893 e che appare particolarmente illuminante sulle strategie politiche perseguite dal governo italiano in quell’area. Una strategia filo-scioana che, come ben sappiamo, fu fallimentare e ci porterà dritto al disastro di Adua.

Felter operò in un periodo delicatissimo. Fallita clamorosamente la politica pro-scioana dell’Antonelli e a seguito della disdetta da parte etiope del trattato di Uccialli, oltre a determinare la liberazione del forte di Macallè egli infatti proseguì nelle sue relazioni con ras Maconnen. Fece liberare Giuseppe Candeo ed Enrico Baudi di Vesme, prigionieri del citato ras, recuperando anche il materiale scientifico che era stato loro sequestrato; rientrò in possesso della corrispondenza del conte Augusto Salimbeni e liberò quest’ultimo nel 1892 dopo il suo arresto. Prima che Maconnen, alla luce dello stato di guerra tra Italia ed Etiopia, espellesse tutti gli italiani da Harar, Felter fu informato dal ras in persona in anticipo, e ciò gli permise di mettersi in salvo lungo la costa e in seguito di adoperarsi per la citata evacuazione di Macallè. Se le autorità militari dell’epoca avessero coinvolto e consultato di più Felter, forse non avremmo avuto la disfatta di Adua: Maconnen cercò infatti più volte e invano di mettersi in contatto con lui per addivenire ad una trattativa di pace, che Baratieri altezzosamente rifiutò. E dopo aver fatto tutto questo, le autorità italiane pensarono di ripagare Felter assegnandogli il Commissariato di Assab, la prima colonia africana e la residenza più abbandonata e disagiata dell’Eritrea, dove Felter resistette fino al 1907 e che riportò faticosamente al pareggio di bilancio (dopo decenni di sperperi), anno in cui quasi cieco e malato di lebbra rientrò al suo paese natio, dove spirò il 25 gennaio 1915.

 

 

 

Autore articolo: Alessandro Pellegatta

Fonte foto: dalla rete

 

 

 

Alessandro Pellegatta è uno scrittore appassionato di letteratura di viaggio, storia coloniale e dell’esplorazione. Tra le sue ultime pubblicazioni storiche ricordiamo Manfredo Camperio. Storia di un visionario in Africa (Besa editrice, 2019), Il Mar Rosso e Massaua (Historica, 2019) e Patria, colonie e affari (Luglio editore, 2020). Ha in pubblicazione un nuovo volume dedicato alla storia dell’esplorazione italiana intitolato Esploratori lombardi.