Di Pino Tosca molti hanno detto e ancora diranno molte cose senza definirne la figura, così poliedrica e vivace essa fu. Ma per chi scrive Pino era, e resta nella memoria, soprattutto l’interlocutore politico, e il politico attivo.
La politica, la scienza della comunità. Pino, vero capo di Cuib, sapeva creare situazioni contingenti e condizioni perenni; creava comunità, ma doveva confrontarsi con il reale, il provvisorio, la politica, anche nel senso più banale. È questa la contraddizione, direi la contaminazione di chi non si appaga di cultura e di riflessione, e non concepisce idee perché altri, forse fra mille anni, le mettano in opera, ma è roso dal bisogno di azione, e agisce perciò nel mondo, sebbene non sia del mondo.
Questa condizione di vita inevitabilmente conflittuale tra ideale e banalità, con la quale già dovettero confrontarsi molti saggi e filosofi e santi, è stata più difficile e dura per quell’ambiente umano che abbiamo chiamato nazionalpopolare, e che, per intenderci e con tutte le riserve, dovrebbe definirsi storicamente postfascista, quell’ambiente condannato dalle circostanze a oscillare in perpetuo tra nobilissimi miti e bisogno quotidiano di sopravvivenza; stranieri in patria, estranei alla società, portatori di valori desueti, nostalgici di un passato conosciuto appena o di riflesso, critici del presente, e di quel passato medesimo.
I postfascisti, o, semplicemente, fascisti, erano, nell’immediato dopoguerra, la “generazione che non si è arresa”, e di questa innegabile altezza morale si facevano un vanto, ma i vincitori (il “sistema”) avevano imposto loro, per consentirne la vita, una strana condizione, quella di “non restaurare”, e, in cambio, permettevano di “non rinnegare”. Ne derivava una palese dicotomia non solo tra le diverse componenti dell’ambiente, ma nelle stesse singole persone, tra volontà – o velleità – rivoluzionarie, e sostanziale accettazione delle regole del nemico: provvisoria, s’intende, sentita come strumentale e metodo di lotta (il rivoluzionario usa sempre gli strumenti del suo avversario, e le sue istituzioni per travolgerle), ma necessaria.
È questa la motivazione profonda per la quale tutti noi siamo passati sì attraverso molte esperienze e gruppi spontanei e movimenti extraparlamentari e persino momenti meno tranquilli!, e, prima o dopo, per molto o per poco tempo, siamo transitati per il Movimento Sociale Italiano con o senza Destra Nazionale. Tutti, più o meno volentieri, più o meno sinceramente, più o meno tutti sperando che quel partito (il Partito, nei nostri discorsi) si dissolvesse in un grande moto nazionale di rigenerazione della Patria. E intanto gli anni passavano, e la Patria mostrava con chiara evidenza di non volersi minimamente rigenerare, anzi di trovarsi benissimo nella situazione di precario benessere e debolezza morale e confusione intellettuale in cui l’avevano collocata, complice essa stessa, i trionfatori stranieri e interni del 1945.
Tutti sapevamo e sentivamo questi concetti, e tutti eravamo anche consapevoli che, se nel 1946 il sistema aveva consentito, anzi favorito la nascita di un partito postfascista istituzionalizzato, era per dare organizzazione e freno agli intenti di rivoluzione o rivolta o rivincita dei vinti del Regime e della RSI. Eppure la sostanziale inconsistenza e provvisorietà e precarietà – e, qualche volta, scarsa trasparenza e sospetta contiguità con il nemico – dei vari gruppi e gruppuscoli più o meno genuinamente e costantemente duri e puri, ci induceva a vedere nel Partito il solo punto di riferimento se non stabile, almeno continuo e non soggetto a effimere mutazioni di persone e idee ed entrate e uscite.
Tutti dunque siamo stati, per molto o breve, missini, e, quel che più conta, ci siamo incontrati e scontrati all’interno del Movimento Sociale; e questo soprattutto dopo il 1970 e l’affievolirsi e sciogliersi dei gruppi extraparlamentari nati, e quasi subito morti, durante la ventata che chiamiamo sessantottina. In quegli anni, tutti i camerati di un certo livello culturale e di qualche volontà di rivolta almeno ideale, avevamo attraversato Ordine Nuovo, Fronte Nazionale di Borghese, Avanguardia Nazionale, Gruppi Nazionalpopolari dell’Orologio, Lotta di popolo… Io avevo fatto con l’Orologio il mio Sessantotto pisano, ma, per quanto mi fosse stato proposto, non volli aderire a Lotta di popolo: se l’avessi fatto, avrei conosciuto Pino Tosca venti anni prima.
Di quel tempo lontano Pino mi raccontò fatti quieti e non quieti; i rischi corsi; il carcere; gli ambienti frequentati e conosciuti, non tutti da salotto; le speranze sublimi e le delusioni: tutto il percorso, in quegli anni, di un soldato politico delle nostre file.
Poi ciascuno di noi tornò al quotidiano, finì gli studi, trovò lavoro e mise su famiglia. Il MSI, dal 1969 retto da Almirante, pareva voler scrollarsi di dosso la polvere grigia della nostalgia del centrodestra mezzo democristiano: breve illusione, che poco dopo il compromesso con i monarchici doveva fugare. Tuttavia Almirante, meno sbracato del suo allievo Gianfranco Fini a Fiuggi nel 1995, tentava sì di fare spazio alla destra borghese e conservatrice, però non costringeva gli altri ad andarsene, a rischio della coscienza come dovrebbe fare oggi un camerata se aderisse a un’Alleanza Nazionale esplicitamente antifascista. Il MSI divenuto anche DN lasciava campo a chi lo interpretava alla Birindelli come una specie di DC laica, e respiro a chi lo interpretava come una modalità magari stretta, però utile alla causa.
Finimmo così in quegli anni tutti iscritti a una sezione missina, e, sia pure ingombranti per i burocrati di quell’organizzazione e per i deputati già in carica o aspiranti al cadreghino, sebbene temuti per la nostra agitazione dai molti dormienti delle Federazioni, sebbene dileggiati per “millenaristi” e utopisti e, tra le righe, tacciati dei peggiori sospetti, inevitabilmente vi compimmo una carriera di fatto, cui, sia chiaro, non corrispondeva quasi mai una carriera formale di dirigente, federale eccetera, sempre riservata a qualche amico del potente locale, e a patto che dirigesse il meno possibile. Noi eravamo quelli dei brillanti interventi ai congressi e ai rarissimi convegni e manifestazioni, noi quelli degli articoli e dei libri, noi quelli da mandare, a nostro pericolo – ma non eravamo noi, gli eroi del Partito? Peggio per noi! -, a farsi bastonare in qualche comizio in partibus infidelium, in paesi dove da decenni non si vedeva un missino e i compagni campeggiavano in piazza baffuti come Peppone, e spesso assai più cattivi.
Di tanto in tanto, quando la nostra fama di matti varcava i confini municipali, giungeva un invito a far da relatori in luoghi lontani: a spese nostre, con un poco di ospitalità se era possibile. Fu così che io conobbi Pino, il 23 aprile del 1989 LXVII, a Bari, convegno “Mezzogiorno, una politica per l’alternativa”, presente Rauti.
Pino Rauti, la nostra speranza, la nostra croce. Tutti ci siamo dovuti confrontare con lui, tutti siamo stati sedotti da qualche sua analisi intelligente, tutti siamo stati prima o poi traditi da Rauti, non dico solo tutti assieme in quanto ambiente, ma ciascuno di noi come singola persona. Di me si era improvvisamente innamorato prima del congresso nazionale del ’79, e mi aveva cooptato nel Comitato Centrale; al congresso dell’81, secondo il suo costume di dare ascolto sempre al peggio del peggio, e alle calunnie in genere, mi aveva dimissionato con la povera scusa di un errore di stampa nella lista: testuale. Seguirono altri due congressi nazionali, e una lunga catalessi del mondo nazionalpopolare (Rauti si contentò al primo di fare il vicesegretario con un collega, al secondo il vicesegretario con altri tre!), finché la prevedibile eclissi anche personale di Almirante suscitò e molte ambizioni di capi, e aspettative di rinnovamento di militanti.
Rauti resuscitò Linea e scese in campo per acquistare consensi. Messi da parte i rancori e i sospetti, eccoci tutti in battaglia, pronti a combattere anche senza troppo credere. Quante illusioni! Anche Pino Tosca, reduce di Ordine Nuovo, e con tutte le riserve immaginabili, stava con Rauti.
Da quel giorno di Bari, mi stette alle poste. Poco dopo, a Sibari, Premio “Una cultura per il sacro”, presenti Piero Vassallo e Tommaso Romano, propose che entrassi, dirigente senza ancora essere iscritto, ma Tosca non si formalizzava, in Tradizionalismo Popolare, la gloriosa associazione che era in quegli anni la forma assunta dal lungo divenire del tradizionalismo cattolico. Questo momento segnò l’inizio di un sodalizio di attività e di amicizia, che oggi per me supera le soglie della morte.
Il nostro punto d’incontro, cementato da comuni valori ideali, era pur sempre la prassi politica, che, in quel finire degli anni ’80, significava per noi l’attesa di conquistare il MSI e farne uno strumento di lotta al sistema. Per Tosca, ma per tutti noi, non era certo una finalità, ma solo una modalità per l’affermazione di più alti principi; tuttavia, entrati ormai da anni nel MSI e non avendo prospettive di altri strumenti, era il Partito il solo modo che potevamo intravedere per dar corpo al pensiero.

 

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Pino Tosca a Civitella del Tronto

Tra il 1989 e il fatale congresso di Rimini del gennaio 1990, l’impeto nazionalpopolare parve una cavalcata in trionfo. I numeri davano la componente “Andare oltre” al 30%, e assai di più in termini di qualità e di attivismo. L’interlocutore, vincitore di Sorrento sul nome di Fini, era Pinuccio Tatarella, la sola mente politica del blocco almirantiano. Il suo progetto era fare del MSI un partito attivo e organizzato, quale certo non era, da usare non davvero per scopi rivoluzionali, magari per dirsela con il sistema e ricavarne uno spazio, ma, quale che fosse il suo scopo reale, comprendeva bene di non poter far nulla disponendo di un partito sclerotico e mero deputatificio, e pieno di quel “generali senza esercito” che erano i Valensise, i Servello, i Lo Porto eccetera. Concepì perciò quello che qualcuno chiamò l’incontro delle militanze, un accordo tra la componente ormai detta finiana e quella rautiana, con l’avallo di Mennitti, e con l’estromissione della vecchia classe dirigente, la cui perdita veniva considerata tutt’altro che irreparabile e dolorosa, anzi un guadagno. Il progetto doveva concretarsi nell’elezione di Rauti a presidente del Partito, mentre Fini avrebbe conservato la segreteria.
La tesi, implicitamente accettata dal mondo nazionalpopolare, aveva il prezioso vantaggio di assegnare a Rauti il solo compito di cui è, o almeno a quel tempo era capace, quello di pensare e parlare, impedendogli di far danno con quell’attività pratica assolutamente non congeniale a un’indole come la sua pigra e a un così maldestro giudice dell’animo umano: come i fatti, ahimè, ampiamente provarono. Si tennero due riunioni dei vertici della componente rautiana, a Perugia e a Roma, e nessuno si oppose all’intesa con Tatarella, se non per affacciare qualche generico timore. A dicembre del 1989 iniziarono i congressi provinciali, tre quarti dei quali vennero vinti da tacite o esplicite intese tra finiani e rautiani, e clamorosamente perduti dal vecchio regime.
Venne poi la follia del Bernini. In questo albergo di Roma, Rauti all’improvviso andò a incontrare i “generali senza esercito”, i quali, vistisi perduti, non trovarono di meglio se non illudere l’astratto intellettuale che erano passati con lui e pronti, i peggiori borghesi, a giurare per lo “sfondamento a sinistra”. E fu la fine: al congresso di Rimini Rauti venne eletto segretario con i voti dei suoi peggiori nemici, e, ma non lo capì, con il loro pesante condizionamento. Chi scrive si onora di essere stato l’unico in tutto l’ambiente nazionalpopolare a dire no al Bernini fin dal primo minuto, ma né ottenne che la commiserazione di molti dalla veduta corta d’una spanna, e accuse di tradimento da parte di Rauti stesso.
Il resto va da sé a cominciare dalla chiusura immediata di Linea. Mai il MSI era stato così gretto conservatore, borghese e di destra filocapitalistica (e basti ricordare la dissennata posizione del MSI a proposito di guerra del Golfo), come quando era suo segretario l’uomo dell’ideologia nazionalpopolare e dello “sfondamento a sinistra”.
Pino Tosca, mente così lucida, era tuttavia anche un uomo di sentimenti ed entusiasmi giovanili, quelli che a volte accecano la ragione. Lo troviamo pertanto, sotto Rauti, nel chilometrico organigramma di dirigenti nazionali con il quale l’ingenua furbizia rautiana cercava di contentare tutti i postulanti innumerevoli cui si doveva l’effimera vittoria di Rimini. Giungendo al fondo della mancanza di senso dell’opportunità, a Tosca venne assegnato un “settore folclore”: la protesta nazionalpopolare, che già montava, si espresse nei suoi confronti persino con amari motti di spirito.
Scoppiò, con la guerra del Golfo, la contraddizione insita nell’accordo con la destra interna. Il MSI, per bocca del segretario, espresse in parlamento “pieno appoggio all’azione del Governo”, cioè alla NATO e per essa agli USA, e, in casa, a Craxi e Andreotti, cui non si osò nemmeno affacciare, se non un’opposizione nazionalpopolare, almeno una critica di destra per il modo palesemente compromissorio con cui gestivano la modesta partecipazione alle operazioni militari: acquiescenza piattissima; mentre Fini, in barba all’ONU, volava a Bagdad insieme a Le Pen. Era troppo, e la protesta dei camerati sfociò in rivolta. Pino Tosca si schierò con la base, contro Rauti. Questi da lì a poco veniva sfiduciato dal Comitato Centrale, e veniva eletto Fini. Era l’esito inevitabile dell’errore di essersi alleati con menti così diverse, e, per di più, subdole, cui il breve momento di Rauti aveva fornito l’occasione per accrescere il loro peso agli occhi di Fini: né per altro si erano finte convertite alla fede nazionalpopolare.
Moltissimi in quei frangenti lasciarono il MSI; tra questi, di fatto, e presto anche formalmente, Pino Tosca. Nel 1995 la dissoluzione del postfascismo ebbe il suo esito quasi naturale con la nascita di AN dai postulati esplicitamente “resistenziali”: sebbene insinceramente, forse, ma non si discute qui di foro interno, bensì di dichiarazioni politiche.
* * *
Dal 1992, e più ancora dopo il 1995, Tosca, abbandonata ogni prospettiva di azione attraverso un partito o il Partito, accentuò la sua capacità di creare cultura e comunità. Come che si chiamasse – Centro Tradizione e Comunità, Azione Sociale… – il gruppo umano radunato da Pino sviluppò un’attività assai intensa e proficua, assai più di ogni stantia sezione di altri tempi.
Secondo una prassi squisitamente rivoluzionaria, Pino decise di cogliere tutte le opportunità offerte dalle circostanze. Conservava egli fuori e dentro AN e Fiamma e altrove la rete fittissima di amicizie tessuta in tutta Italia fin dai primi passi in politica. La serietà del suo dire, e assieme l’umanità del quotidiano, gli attiravano stima e simpatia crescenti, ed era un continuo viaggiare tra le diverse comunità, a portare la parola e l’esempio.
Terra di Bari, Capitanata, Salento, i suoi campi d’azione privilegiati. Non saprei ricordare quante volte mi chiamava per telefono, e “Devi venire a…”; e quante volte, per non disobbedirgli, mi toccò andare e venire da Modugno, da Altamura, da Martina Franca, da San Severo, da Lecce, da Otranto… e spesso, quasi sempre, tornare a casa mia nel cuore della notte, all’alba, e un taglio di barba e a scuola. Non si poteva dir di no a Pino Tosca, non lo avrebbe sopportato. Non risparmiava nessuno, perché non risparmiava se stesso.
Il soldato politico aveva cambiato le armi, non l’animo. Non più veementi manifestazioni di piazza, non più verbosi e sterili congressi di partito, ma la cultura, i libri, le riviste, i convegni, dovunque e in qualunque modo si aprisse un’agibilità. Diceva che sarebbe andato di corsa, se i comunisti gli avessero offerto mezza pagina sull’Unità!
Pino era anche uno straordinario creatore di occasioni. Tra le sue molte virtù, spiccava l’abilità di stringere relazioni non solo sue con molti, ma dei suoi amici tra di loro, e molti rapporti sono stati voluti da Pino e restano tuttora. Le amicizie, sapeva usarle bene, per il nobile fine di trovare spazio al suo bisogno di affermazione della verità.
Da questo, quelle situazioni che spesso coglieva, a volte costanti, non sempre solide, a volte fugaci. Se l’odiata AN offriva uno spazio, egli lo coglieva: per un anno accettò, con l’assenso di tutti noi, l’offerta di Tatarella di organizzare convegni in Puglia, e ne vennero momenti di particolare rilevanza, come il congresso del Sindacato Scrittori a Taranto, il grandioso convegno sul brigantaggio nel palazzo ducale di Martina Franca, i numerosi momenti di Modugno, l’imponente convegno sull’Hispanidad, il coinvolgimento di esponenti della cultura ufficiale alleanzesca, l’apertura di certe riviste alle nostre tematiche… Poi qualcuno temette che il gioco sfuggisse di mano, e finì anche quest’avventura.
Venne il tempo di Casamassella, quando sembrava nascesse una situazione nuova e agibile all’interno della stessa AN, prima ci accorgessimo che era cosa meno nobile che non era parsa. Ma per un momento avevamo costretto lo stesso Fini a venire di persona a patti, e tornammo, non più di un paio di mesi, a riempire il “Secolo d’Italia” di parole nazionalpopolari. Anche questo conato, manco a dirlo, stroncato subito.
Sempre precaria, la vita dei soldati politici! Ma Pino, saggio fanciullo, non si arrendeva. E ora combatteva con la penna – sono ormai celebri i suoi lavori storici, ma meriterebbero non minore attenzione le sue riflessioni dottrinali – e dava vita a riviste, o era presente in innumerevoli pubblicazioni dell’ambiente; e ora con la parola, presente dovunque ci fosse da discutere, da diffondere pensieri; e sempre con l’esempio.
Per Pino Tosca, il dovere del soldato politico non cessava mai, e veramente la vita era milizia sopra la terra, secondo il detto di san Bernardo. Dovunque lo si vedeva arrivare all’improvviso, nelle chiassose manifestazioni dei giovani o nei compassati raduni borbonici, alla testa del suo manipolo di fedelissimi, indifferente alle convenzioni e ai nasi arricciati. Il suo modello di combattente non era certo il rigido militare prussiano, ma piuttosto il guerrillero spagnolo, il soldato di ventura, il brigante meridionale del 1861.
Dovunque portava scompiglio e vivacità con la sua esuberanza, dovunque si guadagnava il rispetto con la profondità del pensiero e il forbito stile. Tutti erano obbligati a confrontarsi con lui, tutti ne rimanevano ammirati, soggiogati, convinti.
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Dei soldati politici del nostro mondo aveva dunque tutte le virtù e pativa tutte le contraddizioni. Militare, per lui, come per tutti noi, non era voler conseguire un qualche obbiettivo, era soprattutto il militare in sé, affrontare il rischio e la lotta per provare se stessi di fronte agli ostacoli. È forse anche per questo che “noi” otteniamo sempre ben poco, forse perché non vogliamo vincere, ma combattere, non ottenere, ma cercare, non toccare la meta, ma correre: e se mai vincessimo, ci sentiremmo delusi. Pino avrebbe sì voluto vincere, ma non per sé, per la Patria, per i figli, non per sé.
Come freccia di un arco spezzato, egli continua a volare, a colpire, non nella memoria, ma nell’azione, negli effetti dell’educazione che ci ha impartita, nel suo essere modello di vita e di fede. Il soldato combatte con il cuore, anche se le membra non reggono più; i suoi guerrieri combattono per lui e in nome di lui, come fossero ancora ai suoi ordini, e di fatti lo sono.
Il “Presente” dei nostri Caduti è per Pino Tosca una presenza reale tra file che non si sciolgono. La morte lo ha trovato vivo, e in mezzo a noi vive e ancora, instancabile, ardito, sorridente, opera.
La sua poliedricità si espresse più con la parola e con l’esempio che con degli scritti organici. Bisognerebbe recuperare i suoi appunti e articoli, specchio di una profonda cultura.
Nato il 27 luglio del 1946, ci ha lasciati, con il corpo, il 4 settembre 2001.

 

 

Autore: Ulderico Nisticò

Fonte foto: Ulderico Nisticò