Parleremo di un episodio poco conosciuto, un’azione di sabotaggio compiuta dagli ADRA, gli Arditi Distruttori Regia Aeronautica, nelle ultime fasi della Seconda Guerra Mondiale, in Africa Settentrionale contro obiettivi alleati.

A seguito all’Operazione Torch che portò alla conquista dell’Africa del Nord, gli anglo-americani usarono gli aeroporti occupati (altri ne furono costruiti, stante l’enorme potenziale bellico) come base per le incursioni aeree sull’Italia meridionale. Non essendo più possibile contrastare i bombardamenti alleati con strumenti ordinari, a causa della preponderante supremazia aerea degli anglo-americani, la Regia Aeronautica decise che la soluzione altro non poteva essere affidata che al sabotaggio ed alle incursioni negli aeroporti occupati da parte di paracadutisti e guastatori.

L’obiettivo era quello di distruggere la maggior parte dei velivoli (caccia/bombardieri) ancora a terra negli aeroporti nordafricani, operazioni estremamente rischiose e molto probabilmente senza ritorno. Bisogna riconoscere anche che in caso di successo l’equilibrio delle potenze nel Mediterraneo non sarebbe cambiato.

Nella notte del 13 giugno 1943 iniziò l’impresa. Il comando dell’operazione era affidato al Generale di Divisione Aerea della Regia Aeronautica, Umberto Cappa in collaborazione con il ten. col. pilota Klinger. I bersagli dell’operazione assegnate alle 10 pattuglie dell’ADRA erano i seguenti: aeroporti di Benina 1 e 2 (Bengasi), aeroporto di Tafaraui (Algeria), aeroporto di Blida (Algeria), aeroporto di Castel Benito (Tripoli), aeroporto di Biskra (Algeria), aeroporto di El Diem (Libia).

Dall’aeroporto di Rimini partirono 12 SM.82 “Marsupiale” con a bordo 122 paracadutisti. I lanci vennero effettuati senza scorta, di notte, sulle aeree desertiche oltre le basi nemiche. Sfortunatamente, molti di questi lanci fallirono a causa delle condizioni metereologiche avverse, con conseguente ferimento di paracadutisti e perdita del materiale. Quasi tutti gli altri aerei, regolarmente decollati, si allontanarono però di parecchio dalla rotta prestabilita, per cui i lanci risultarono effettuati in zone molto distanti da quelle prescelte; inoltre un violento vento aveva reso estremamente difficile l’atterraggio degli uomini, comportando procedure di sgancio approssimative, quindi parecchi contusi, ed un’ampia dispersione di gran parte degli aerorifornitori. Due pattuglie, infatti, effettuarono un atterraggio in prossimità dell’obiettivo, ma risultò guastato proprio da una serie di infortuni e dalla dispersione degli aerorifornitori. Esse tennero una condotta elusiva per un paio di giorni ma, prive di acqua, si ritrovarono costrette ad una serie di scontri a fuoco ravvicinati ed alla resa.

Solo due arditi, il 1° aviere Vito Procida e l’aviere Francesco Cargnel, inviati in perlustrazione, riuscirono a sottrarsi alla cattura. Intuita la resa dei commilitoni, essi decisero di avviarsi verso gli obiettivi assegnati.

Dopo 3 notti e 2 giorni di marcia per evitare la sorveglianza nemica e gli arabi, particolarmente stimolati dalle ricompense promesse dagli inglesi, raggiungevano il punto stabilito, prossimo a Bengasi, per l’inizio dell’azione. L’ingestione di compresse di simpamina sopperì alla stanchezza fisica e alla sete che attanagliavano gli arditi e consentì il mantenimento della concentrazione necessaria per osservare l’area dell’obiettivo e le ronde di vigilanza. L’aeroporto era a circa 7 km dal punto di osservazione ed era sovraffollato di quadrimotori americani a pieno carico di bombe.

Il 18 giugno 1943, sopraggiunta l’oscurità e verificate le armi individuali e le 10 cariche di ciascuno in dotazione, Procida e Cargnel iniziarono l‘azione: alla mezzanotte erano sotto la rete di recinzione.

Apertisi un varco con le cesoie, si portarono a ridosso degli aerei, talmente numerosi da essere allineati ala contro ala, e innescarono tutte le cariche a disposizione. L’azione portò alla distruzione di circa 25 quadrimotori con relativo carico bellico e all’uccisione di una quarantina di membri degli equipaggi di volo, alloggiati nelle tende, oltre numerosissimi feriti.

I due avieri, dopo essere riusciti a rifocillarsi ed a dissetarsi grazie allo spontaneo aiuto di un pastore arabo, ex soldato delle nostre truppe coloniali, ripresero la marcia verso la zona dove era stato previsto un tentativo di recupero a mezzo aereo. Traditi da un altro arabo, vennero catturati dagli inglesi.

Anche se la missione riuscì solo in parte, fu un’azione notevole con un numero molto elevato di aerei distrutti o danneggiati ad opera di due avieri. Il risultato fu davvero incredibile se si pensa che gli inglesi del SAS, nella loro prima azione in Africa Settentrionale, paracadutati oltre le linee italo-tedesche, ebbero notevole difficoltà e furono quasi tutti uccisi o catturati, ma senza riuscire ad arrecare nessun danno, infatti mai più tentarono nuovamente un’operazione del genere. Egualmente la più celebre azione del LRDG, il Gruppo Desertico a Lungo Raggio, a Barce, celebrata come un trionfale successo, portò alla distruzione di 16 aerei, non paragonabile a quella compiuta dai nostri ADRA che distrussero 25 quadrimotori.

 

 

 

Autore articolo: Antonio Lombardo
Fonte foto: dalla rete
Bibliografia: G. Oliva, Combattere
Daniele Lembo, I paracadutisti italiani nella seconda guerra mondiale