Il dottor Marco Vigna è collaboratore di siti e testate giornalistiche nazionali a carattere storico, profondamente coinvolto nella divulgazione di approfondimenti risorgimentali. Lo ringraziamo per l’intervista che ci ha gentilmente concesso intrattenendosi con noi a discutere di Risorgimento e revisionismo.

 

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Oggigiorno conosce una notevole diffusione il cosiddetto “revisionismo del Risorgimento”, che però è largamente criticato dagli storici universitari. Queste critiche sono fondate e perché?

La diffusione dell’ideologia del cosiddetto revisionismo del Risorgimento si presta ad una serie di considerazioni. Coloro che propalano il cosiddetto revisionismo abitualmente si servono di una serie di canovacci, che non hanno alcun valore storiografico ed in generale “scientifico”, sono invece utili e funzionali come mezzi di propaganda ed indottrinamento:

Si ha il ricorso alle categorie di amico/nemico, al posto di quelle di vero/falso. Coloro che rifiutano l’ideologia revisionista o peggio ancora si oppongono ad essa sono descritti come “venduti” o “traditori” se meridionali, “oppressori, colonialisti, leghisti” se sono settentrionali. Tutti divengono “nemici del Meridione”. Si attua quindi una pressione psicologica diretta sia all’interno, verso la comunità virtuale dei sostenitori, sia all’esterno, in direzione di chi è indifferente o contrario. S’esercita in questo modo un ricatto morale, perché chi rifiuta l’ideologia revisionista è criminalizzato. Il meccanismo è tangibile nelle aggressioni concertate che sono spesso condotte nelle discussioni in Rete, in cui arrivano gruppi di esagitati ad insultare, schernire, talora minacciare coloro che nel dibattito s’oppongono alla fanta-storia nostalgica delle Due Sicilie. Si cerca così di occupare lo spazio mediatico sulla Rete con un’azione da branco con cui schiacciare ed inibire le critiche;

Gli storici accademici, che praticamente per intero (con rarissime eccezioni) sono agli antipodi di questa ideologia, vengono dipinti quali “mercenari”, “massoni”, “prezzolati”. Si adotta qui il principio secondo cui, se non si può distruggere il ragionamento, si deve provare a distruggere il ragionatore. Non potendosi obiettare nulla di sostanziale allo sterminato patrimonio di conoscenze storiche acquisite, che confutano la favolistica borbonica, si ricorre all’attacco personale agli studiosi;

Si mescolano arbitrariamente cronaca contemporanea e storia passata, per indurre ad una arbitraria confusione e sovrapposizione. Ad esempio, se un’azienda meridionale fallisce nel 2019, ciò che può avvenire per le ragioni più diverse, si parla di Cavour. Sorge una polemica giornalistica sulla camorra di Napoli, dovuta ad un fatto di cronaca? La banalità è forzatamente ricondotta ad una presunta avversione razzista dei settentrionali verso i napoletani, che si pretende pure d’inquadrare nel contesto del Risorgimento! Sarebbe “colpa di Garibaldi”. Tale modus operandi è la negazione del senso storico, ma risulta efficace nel suscitare reazioni emotive ed irrazionali;

La conferma delle proprie tesi è spesso realizzata con un ragionamento circolare. Un “revisionista” cita preferibilmente scrittori della propria parte, senza che nessuno sia uno storico professionista, che a loro volta utilizzano lo stesso modo di fare. Nel tentativo di puntellare un’ipotesi storica, sbagliata, Tizio cita Caio, che aveva cita Sempronio, il quale prima ancora aveva citato Tizio. Il risultato finale è che Tizio cita Tizio: un classico caso di tautologia, del genere «è così perché lo dico io», sviluppato ricorrendo a trucchi da giocatore delle tre carte. Altre volte si ha una sorta di effetto valanga, in cui un errore storico od un falso storico sono progressivamente ingranditi in una sequenza di riformulazioni. Tizio scrive di 100.000 morti sul brigantaggio. Caio cita Tizio ed ipotizza sull’esclusiva base dei suoi calcoli che ve ne siano stati anche di più, 200.000. Arriva Sempronio, cita i primi due e conclude che i morti sono stati 500.000. Giunge Mario, cita i tre che lo hanno preceduto ed argomenta appellandosi a loro che i morti siano stati 1.000.000. A questo punto ritorna Tizio, che cita Mario e conclude che quella cifra è vera. È la deformazione parodistica dell’uso delle citazioni che viene fatto nella letteratura scientifica.

La pubblicistica, non storiografia, del “revisionismo del Risorgimento” è un tambureggiamento di slogan. Tale termine originariamente indicava un grido di battaglia ed era sorto per imitazione, ossia onomatopea, del suono prodotto da un martello che batte sull’incudine.  Lo slogan pertanto è un’incitazione alla lotta e non un ragionamento. Il vocabolo esprime un concetto antitetico all’ellenico logos, che invece racchiude, similmente al sanscrito dharma, l’idea di un sistema complesso ed organico di comprensione e conoscenza razionali. Alcuni fautori del “revisionismo” addirittura rivendicano l’utilizzo strumentale che compiono della storia, ridotta a serva della loro ideologia, poiché dicono di volere fare politica servendosi proprio della storia. È un’ammissione che riconosce ciò che comunque era evidente. Un principio basilare di ogni scienza, incluse quelle umane, è la separazione netta da ogni forma di condizionamento, sia esso religioso, politico o di altra natura. In storiografia e sociologia ciò è stato affermato da alcuni fra i padri di queste discipline, Leopold von Ranke e Max Weber, che hanno posto il requisito dell’oggettività, dunque dell’imparzialità.

Gli autori “revisionisti” non sono storici universitari, quasi mai hanno un’istruzione accademica, soltanto sporadicamente fanno ricorso a ricerche originali. Sul piano strettamente scientifico potrebbero e dovrebbero essere ignorati. La diffusione delle loro ipotesi avviene con il ricorso a mezzi che sono propri del mondo della propaganda politica o della pubblicità ed estranei alle comunità scientifiche.

La storiografia accademica sul Risorgimento ha dei limiti e sono necessari ancora oggi approfondimenti su alcuni aspetti del periodo?

Il revisionismo sorge dai limiti della storiografia del Risorgimento, ma non nel senso di un tentativo di migliorarla, bensì come figlio spurio ed illegittimo di questi limiti stessi. Questo punto va spiegato.

Tutto ciò che è storico risulta relativo per definizione: questo è banale. Pertanto, è ovvio che anche la storiografia debba essere interpretata storicamente, tanto che un ramo di questa disciplina è quello della storia della storiografia. La ricerca storica ha condotto nell’arco dei secoli sia ad un costante accrescimento delle conoscenze fattuali, sia ad un affinamento ed una moltiplicazione delle metodologie. Si pensi alle diverse discipline ausiliarie della storia, come la filologia, l’archeologia etc., oppure al sorgere di metodi di studio prima inesistenti, come la geografia umana, la sociologia, l’applicazione alla storia di forme d’analisi riprese dalla psicologia, dall’etologia, dall’antropologia e così via.

La storiografia sul Risorgimento, come tutte, è limitata, poiché è certo come non si sappia e non si possa sapere “tutto” su di un dato periodo storico. Sarebbe impossibile conoscere “tutto” anche soltanto della vita di un singolo uomo, perché richiederebbe né più né meno di una divina onniscienza.  Inoltre si hanno mutamenti nell’interpretazione, nel paradigma e nella metodologia, che portano ad un loro affinamento, ma che comportano anche delle cesure ed abbandoni. Il revisionismo, come certi mostri della mitologia che si celano nei luoghi oscuri o nei cimiteri, s’annida proprio negli inevitabili vuoti di conoscenza e nelle teorie abbandonate. Laddove rimangono spazi bianchi da riempire, i revisionisti arrivano non con la ricerca, ma con l’invenzione, come nel Medioevo sulle regioni sconosciute delle mappe geografiche si dipingevano esseri antropomorfi o zoomorfi immaginari. Oppure sono riesumate vecchie ipotesi, ormai superate ed abbandonate da tempo. Un esempio è la ripresa della teoria del “colonialismo interno”, secondo cui il nord avrebbe sfruttato il sud. Nonostante sia stata ripudiata da decenni dagli storici, essa viene ripescata dai revisionisti che citano fiduciosamente testi vecchi magari più di un secolo, trascurando il posteriore corso della storiografia che ha approfondito la questione.

Certamente vi sono alcuni aspetti del Risorgimento che meriterebbero un approfondimento.

In primo luogo, la storia su questo periodo è sorta con grande attenzione per gli aspetti politici e militari evenemenziali, mentre rimane a tutt’oggi un lavoro immenso da realizzare per le componenti culturali e sociali. Beninteso, vi sono molti e validi studi in proposito, ma si tratta di un terreno vasto ed ancora in buona misura inesplorato. Contrariamente a quanto si è creduto a lungo, la partecipazione popolare al processo di unificazione è stata ampia: il Risorgimento non è stato una faccenda soltanto di una ristretta minoranza d’estrazione nobile o borghese. Le figure apicali, come Mazzini, Garibaldi, Cavour etc., sono assai studiate e lo sono pure anche personaggi importanti anche se chiamati “minori” della foltissima schiera di politici, militari, intellettuali di secondo livello. Resta però scarsamente nota la storia della gran massa di coloro che parteciparono, in un modo od in un altro, ad una dinamica storica protrattasi per molti decenni.

In secondo luogo, resta da approfondire il retroterra storico del Risorgimento ottocentesco, almeno a partire dalle sue premesse settecentesche. Il grande Gioacchino Volpe nel suo capolavoro Italia moderna aveva prodotto una sintesi monumentale, ma la sua lezione magistrale è stata successivamente poco seguita, non perché se ne disconoscesse l’importanza e la validità, ma per la complessità e difficoltà di seguire le sue orme. Pure, un’investigazione più profonda sulla continuità nell’aspirazione ad una Italia unificata o meglio riunificata, perché già lo era stata con Roma antica, è indispensabile e bisognerebbe partire come minimo dal secolo XVIII, anche se si potrebbe risalire sino all’Alto Medioevo.

In terzo luogo, pesano ancora, seppure meno che in passato, i guasti provocati dall’adozione nella storiografia di canoni ideologici e politicizzati, dovuti anzitutto alla stagione dell’egemonia marxista nelle cattedre di storia contemporanea. Ad esempio, talora capita di leggere libri in cui si presenta il brigantaggio come una forma di lotta di classe o sollevazione contadina, nonostante la demolizione sistematica che è stata compiuta nella ricerca storica di questa vecchia, anacronistica ipotesi, che era stata riconosciuta quale sostanzialmente erronea persino dai suoi principali fautori come Hobsbawm e Molfese. Altro discutibile retaggio, in parte ancora perdurante sebbene molto contestato, è il ruolo determinante attribuito nella genesi del Risorgimento alla rivoluzione francese, che misconosce la peculiarità ed originalità del processo italiano di unificazione, che aveva le sue radici nella storia e cultura italiane ed in un periodo molto, molto anteriore ai sommovimenti repubblicani di Francia. L’invasione della penisola da parte delle armate rivoluzionarie e gli anni dell’occupazione francese furono soltanto un segmento in un lento movimento che era iniziato assai prima e che era destinato a perdurare almeno sino alla prima guerra mondiale, di fatto la IV guerra d’indipendenza nazionale italiana.

Che cosa ha significato storicamente il Risorgimento per l’Italia? L’unificazione è stato un fenomeno positivo?

L’importanza del Risorgimento italiano è stata immensa, ma non soltanto per l’Italia, bensì per il mondo, ciò che dovrebbe rispondere alle critiche fantasiose dei sedicenti revisionisti e chiarire perché sia tanto complessa la storiografia sul periodo. Il periodo storico chiamato in italiano “Risorgimento”, ossia la fase che ha condotto alla riunificazione politica dell’intera Italia sotto un unico stato, dopo la lunga epoca di frantumazione seguita alla caduta di Roma, è potuto divenire per interi popoli, europei, africani, americani, asiatici, il paradigma stesso del riscatto nazionale. La riconquista dell’unità d’Italia (concetto che in italiano viene scritto con la maiuscola, indicando l’Unità per antonomasia nella storia nazionale), ha ottenuto una fama, un’ammirazione ed un consenso che hanno abbracciato buona parte del mondo, coinvolgendo paesi in Europa, Asia, Africa, America.

Il maggior condottiero del Risorgimento, Giuseppe Garibaldi, è soprannominato l’Eroe dei Due Mondi in riferimento alle sue imprese guerresche in Sudamerica ed in Europa. Egli potrebbe però essere definito “Eroe del Mondo”, perché era ed è conosciuto ed altamente stimato nelle più diverse parti del globo. Egli fu per molto tempo il personaggio più noto ed amato al mondo. L’immensa popolarità di Garibaldi, davvero universale, è paragonabile soltanto all’altrettanto incalcolabile diffusione del pensiero di Giuseppe Mazzini. Questo pensatore politico è stato per i concetti di patria e di nazione ciò che ha rappresentato Karl Marx per quelli di classe e socialismo. Il pensiero mazziniano si diffuse in tutta Europa prima, in tutto il mondo poi. Anche se sarebbe un’opera improba per le dimensioni e la vastità dell’argomento, sarebbe da compiersi una ricerca sull’importanza del pensiero di questo intellettuale, soprannominato l’Apostolo laico, nelle dinamiche della decolonizzazione avvenuta nel Novecento e sui processi di nation building che hanno interessato i popoli più differenti. Le figure, le vicende e le idee del Risorgimento italiano sono state prese a modello nei paesi più differenti: in Serbia, in Ungheria, in Polonia, in Grecia, in Romania, in Russia ma anche in India, in Cina, in Giappone, nel Vietnam, in Siria, in Africa, insomma in buona parte del mondo.

Il Risorgimento infatti ha coinvolto una nazione che è fra quelle che hanno dato i maggiori contributi alla civiltà mondiale ed ha portato al tempo stesso alla sua indipendenza, unificazione e modernizzazione. Limitandosi a dati quantitativi, oggettivamente misurabili, il mezzo secolo posteriore all’unificazione ha condotto ad un rapido sviluppo economico in tutta Italia (non solo al nord) ed ad un miglioramento delle condizioni di vita (più intenso al sud che al nord) come salute, alimentazione, istruzione. Un paese che era sino a pochi anni prima in condizione di vassallaggio dinanzi a stati occupanti stranieri era divenuto una potenza fra le principali al mondo. Il successo dell’unificazione si palesa anche dal forte sentimento patriottico esistente da quel momento sino alla seconda guerra mondiale. L’Unità è stata un grande successo da ogni punto di vista, politico, economico, sociale. I problemi dell’Italia attuale non hanno origini nella storia ottocentesche, ma in quella molto più recente.

Quale fu l’effettivo ruolo dei Savoia nel processo risorgimentale?

Il Risorgimento, come ogni fenomeno storico, è stato collettivo e plurale, quindi sarebbe irriducibile riportarlo soltanto a casa Savoia. Tuttavia, è indubbio che questa famiglia reale abbia avuto un ruolo determinante nel raggiungimento dell’Unità.

Uno storico della rivoluzione industriale, David Landes, ha affermato che la storia si fa anche con i “se”, ossia avanzando ipotesi su ciò che sarebbe potuto accadere. Questo aiuta a meglio comprendere quanto è realmente accaduto. Con tutte le cautele del caso, ci si può chiedere che cosa sarebbe avvenuto senza il diretto e totale sostegno di re Carlo Alberto, di re Vittorio Emanuele II poi, alla causa nazionale.

È davvero difficile pensare che si sarebbe raggiunta l’unificazione senza il ruolo di motore di uno stato, il regno di Sardegna, poiché l’esperienza pregressa dimostrava che le insurrezioni ed i moti, da soli, non avevano forza sufficiente per affrontare la duplice minaccia della reazione dei governi locali e dell’intervento dell’Austria. Mazzini ha avuto un ruolo incalcolabile nella diffusione dell’ideale nazionale, ma il suo progetto politico di una repubblica trovava consenso minoritario dell’Italia ottocentesca, che era a schiacciante prevalenza monarchica.

Senza i Savoia, l’aspirazione ad una riunificazione dell’Italia avrebbe trovato due ostacoli difficilmente superabili: l’assenza di uno stato che la appoggiasse e guidasse; la debolezza politica del repubblicanesimo. Nessuno altro governo italiano, a parte quello del regno di Sardegna, si proponeva la realizzazione di uno stato unitario o federale.

Comunque, a prescindere dall’ipotesi sul what if, ciò che è accaduto non lascia dubbi. Re Vittorio Emanuele II optando consapevolmente per il mantenimento della costituzione paterna e per la causa nazionale, condusse il suo stato ad una lotta durissima ed altamente pericolosa (si pensi al divario delle dimensioni fra l’impero d’Austria ed il regno di Sardegna, oppure al peso politico del papato …) al fine d’unificare l’Italia. Questo sovrano fu assai popolare, anche nel Meridione come ricorda il recentissimo saggio del prof. Carmine Pinto. Egli rientra certamente fra i principali protagonisti dell’era, accanto a Cavour, Garibaldi e Mazzini.

 

 

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