Merita di essere letta la corrispondenza del 15 gennaio 1876, dedicata alle condizioni economiche e morali di Ruvo di Puglia e firmata dall’ingegnere agricolo Vincenzo Testini, apparsa sul giornale “L’Italia agricola” in quell’anno.

 

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A malincuore prendo la penna su questo argomento perchè dovrò, senza misericordia, battere in breccia vecchi pregiudizii, superstizioni degradanti, gli idoli antichi e coetanei, e quella tale apatia, studiata o inconscia, che infesta generalmente l’Italia. Parmi mondimeno il mio còmpito di buon patriota, onde entro senz’altro in carica esordendo dalla mia città natia: da Ruvo. Qui il risorgimento di un buono stato economico è ancora una speranza insoddisfatta. Le industrie vi hanno esistenza forzata: fanno il vino perchè si coltiva la vite; fanno l’olio perchè si coltiva l’olivo. Le infinite altre piccole industrie si mantengono ancora allo stato patriarcale; alcune, puramente casalinghe, come la tintura, filatura e tessitura della lana e del cotone; altre, puramente della grande coltura, quale la fabbricazione del formaggio e il commercio del bestiame e della lana; altre, affatto particolari, ad esempio, la fabbricazione degli spiriti, del cremore di tartaro e dei vasi in creta cotta. Quale immenso commercio non avremmo mai, se quest’ultima industria fosse messa sulla via del progresso! Quale educazione al bello e al buono non ritrarrebbe l’animo nostro ammirando l’arte negli orciuoli, giarre, vasi di fiori, ecc. ? I vasi, i fiaschi ed ogni altro oggetto in creta che si fabbricano oggidi in questo paese, rammentano poco su, poco giù, quelli che si fabbricavano all’epoca della pietra, colla differenza che allora erano semplicemente seccati e adesso sono cotti in apposite fornaci. Oh! se verso l’oriente mon vi fossero popolazioni più retrograde delle nostre! Sono quelle appunto che ci domandano questo rozzo prodotto. Che cosa dire poi, della fabbricazione del vino, dell’olio e del formaggio? Abbiamo tutto da riformare pel nostro meglio; ma chi pon mano a fare? Del resto i nostri contadini e artieri vestono panni tessuti dalle loro donne, mangiano legumi, erbe e frutti prodotti in gran parte dalla generosità sorprendente di questa terra, e bevono spessissimo, per pigrizia o per incuria delle autorità paesane, acqua piovana putrida; raramente, per insufficienza di mezzi pecuniari, vino salubre. Noi, Greci d’origine, dalla Grecia ereditammo la civiltà orientale, con ingegno pronto, vivace immaginazione, forti passioni, vivo trasporto per i piaceri dei sensi, per la danza, pel canto, pazienza nel sopportare le fatiche, spirito intrepido e animoso, audacia e destrezza nel commercio, nelle industrie, nelle arti…; ma tutto ciò fino a quando l’ingordigia di Roma imperiale, non fece piombare su di noi le sue affamate aquile per dilaniarsi e ingoiarsi l’una dopo l’altra, tutte le nostre libertà repubblicane. Ridotta a schiavitù la Magna Grecia, la sua agricoltura, le sue industrie, il suo commercio, le sue arti e discipline, furono distrutti; i suoi costumi severi si corruppero, prima fra i baccanali delle orde conquistatrici, poscia fra le superstizioni e la mollezza d’un’educazione, sagrestana. Cosicchè oggi la maggior parte della gioventù, condannata in tenera età a vivere col sudore della propria fronte, s’arresta forzatamente nella ignoranza, madre di piaceri selvaggi, d’indifferentismo nelle cose patrie, di apatia e di rassegnazione superstiziosa e pei favoriti dalla ricchezza; di egoismo e d’avarizia. Quasi tutto il segreto dei grandi cuori è in questa parola: perseverando, dice V. Ugo; ma di esempi d’attività nel bene e di filantropia manchiamo purtroppo ed è ciò che accora assai ! Le finanze del nostro comune sono in condizioni deplorevolissime. E quindi nulla può il Municipio contro la melma e le feci sparse per le vie, contro la malaria che dà la febbre e spesso la morte ai miseri cittadini. I nostri proletari, che formano ben il novantasette per cento della popolazione, non abitano quasi mai sani tugurii; convivono per lo più con galline, conigli, porci, asini, pecore, ecc., in stamberghe affumicate, le quali, essendo, per avarizia dei proprietari, sotto, al livello delle strade, fino a due e più metri, vi ricevono le mortali esalazioni delle orine, delle acque, di cucina, di lavanderie, ecc., che si gettano, di sera, dall’alto delle finestre con pericolo dei passanti, e di giorno, dalle porte stesse delle abitazioni. Quegli scoli poi si appantanano nei selciati sconnessi, filtrano nei muri delle case ed infestano di contagio l’abitazione del povero. La causa di tanta lordura, è che le strade non sono fognate, e temo tarderanno pur troppo ad esserlo; giacchè i benestanti non amano d’aver disturbato il sonno, dal ronzare delle zanzare importune…! Fognando le vie, le zanzare si moltiplicherebbero: ecco spiegata l’umanitaria scusa! Siamo dieciasette o dieciotto mila abitanti, con cinquantadue preti cattolici e sette altri in formazione per i seminari; con quattro confraternite, due delle quali ben ricche, con novantasette per cento di nulla tenenti, con l’uno e forse meno per cento di agiati, con due per cento di borghesia e con numerosi accattoni. Abbiamo vari istituti di beneficenza, con una discreta rendita; ma ove sono gli utili che questa rendita dovrebbe produrre? C’è solo il monte frumentario che presta ogni anno ai poveri, il grano per la semina, e ciò si vede, si conosce, ma dove s’impiega il forte capitale formatosi per lo spazio di anni ed anni? Abbiamo un lascito di 100 lire al mese per mantenere a Napoli due giovani a studiare, l’uno la legale, e l’altro la medicina; abbiamo un’altra infinità di piccole disposizioni testamentarie in mano al clero, in mano al sindaco, ecc., onde alleviare le miserie del pezzente; ma non ci si arriva, come non s’arrivò mai, nè s’arriverà con altri mezzi a formare un buon cittadino. , , Dirò altrove il perchè. In tempi non tanto lontani, in ciascun podere v’era una numerosa mandra di pecore che dava carne, lana e latte, dal quale si faceva il formaggio in grande, come oggi si fa in piccolo. Adesso il bestiame è ridotto quasi al quinto di ciò ch’era anticamente, in ispecial modo allorchè i Romani comperavano a caro prezzo la nostra finissima lana, e quello che ci resta è degenerato del tutto. E chiaro; la disparizione dei pascoli comunali, parte assorbiti dai limitrofi proprietari, parte ultimamente dissodati, la concorrenza della lana straniera specialmente dell’australiana, ed una ignoranza crassa dei più sentiti bisogni dell’agricoltura, sono le uniche cause di questa diminuzione e degenerazione del nostro bestiame ovino. Il bovino è limitatissimo, mal mantenuto anch’esso, e dà lavoro, giovane, e carne, vecchio: e il porcino si restringe a soli pochi capi che si uccidono nell’inverno. La veterinaria della specie cavallina, la scienza più immediata ed amica necessaria di una buona agricoltura, è nelle mani nientedimeno che dei maniscalchi…! e quella del bestiame che nutrisce l’uomo poi, è del tutto in dispregio. E dire che il povero di carne non ne mangia quasi mai…! La piccola coltura non ha capitali circolanti, e il capitale morto della piccola e della grande è ancor quello che descrisse Virgilio secoli addietro. E incredibile, ma è pur cosi, io ho visto da varii proprietari vendersi or l’ettolitro di grano, or quello di ceci, or la botte di vino in tutta fretta e furia (indovinate mo’ il perchè?) per pagare le giornate dei lavoratori della loro terra. Quale sia la differenza fra l’agronomia, l’agricoltura e l’economia rurale, qui non si conosce; da ciò rovesci da un lato, disillusioni dall’altro e statu quo dappertutto. Di contabilità agricola poi non ne parlate, e se fra i proprietari v’è qualcheduno che sappia ch’egli in fin di raccolta ha guadagnato il tanto per cento netto, è tutto ciò che si può sapere. Di registri in partita doppia, di conti pel bestiame, di conti correnti coi banchieri e… neppure per sogno. Tutta quella invidiabile attività dei paesi del nord in fatto d’agricoltura e industrie che ne derivano, qui non si vede che a lampi; dopo il lampo oscurità perfetta.
Nei paesi del Nord d’Italia e d’Europa tutta lo spirito d’associazione è potente: essi s’uniscono per guadagnare terra sul mare; respingono quest’elemento a palmo a palmo: fissano le invadenti dune, costruiscono argini, fondono stabilimenti d’ingrassi minerali, fecondano con sessanta e più mila quintali di letame da stalla, ogni quattro o cinque anni, le loro terre, e guadagnano il venti, il venticinque per cento. Qui nulla di tutto ciò; ognuno fa da s, eè fa nulla o poco e male, I nostri contadini se in media guadagnano trecento lire l’anno, è dir molto; ma essi devono pagare, il pane bianco a 36 centesimi al chilo e il bruno a trenta; il formaggio a tre lire e mezzo; il litro di olio, a una lira e trenta centesimi; l’ettolitro di fave secche, a sedici lire, ecc. Solo il sei per cento delle loro donne lavora e può guadagnare in media trentacinque a quaranta centesimi al giorno; lo stesso può guadagnare il fanciullo disgraziato, di quattordici a quindici anni. Dopo ciò, questa povera gente deve pur distrarsi in qualche modo, deve pur ridere un pochino, deve pur sentire in qualche momento il bisogno di pulirsi dal sudiciume giornaliero, dimenticare i triboli in cui vive attaccata per dieci ore al giorno alla gleba…! ebbene, per teatro han la chiesa, per scene le piazze, le strade nelle quali ora ebbra, ora fanatica, la vedete gettare per terra il suo cappello, quando passa il prete col sacramento, il ricco da cui dipendono, oppure sghignazzare sul viso al passante, o piccolo proprietario, o impiegato ad essa di nessun utile. Il modo di seppellire, qui in uso, è davvero orribile. Vi rammentate come si fa il letame in certi paesi? dove lo si mette nelle fosse per farlo fermentare? Ebbene, cosi si seppellisce qui. In un ricinto che sembra un cortile seminato di croci, si costruiscono pozzi di cento a cento cinquanta metri cubici in muratura, e là dentro vi si gettano cadaveri sopra cadaveri, fino al momento che si riempiono. Quali odori miasmatici escano da quei pozzi di letame umano, fa ribrezzo solo a pensare!

 

La morale civile, questa dottrina filosofica sui buoni e cattivi rapporti degli uomini fra loro, sui doveri verso l’umanità, la patria, il comune, la famiglia, sè stessi, qui va molto negletta. La morale del confessionale, al contrario, impera sovrana sull’individuo, rendendolo impunito dopo la confessione: sulla famiglia, creandola centro di rosarii e d’indulgenza: sul comune, ribattezzando tutti con l’acqua santa del favoritismo, della maldicenza e della paura. Gli analfabeti che formano la maggioranza del paese hanno per meta, ideale e pratica, la sagrestia, il canto gregoriano, l’odore dell’incenso, della cera e il fle= bile suono dell’organo. Pur restando attaccati, chi alla gleba, chi alla sega, chi al succhiello, ecc, venerano alternativamente or l’oro, senza mai poterlo possedere, or i santi, or la prima femmina venuta, e, bestemmiando fuori chiesa, rubano spessissimo, si danno coltellate sempre e, morenti, mandano pel confessore. Essi in vero, non fanno che copiare in molte cose la classe superiore, ma con maggior ferocia e meno diplomazia. Andate, andate a fidarvi di questa plebe senza istruzione e fedele solo nel momento che ha paura ! Essa vi lapiderà con una voluttà senza misura, se non vi scappellate e non v’inginocchiate a tempo quando passa il sacramento! Il popolo intero, così composto, racchiude inoltre, una classe di gente strana, che vive di fantasie, correndo appresso al lotto, agli spiriti, ai sogni. I componenti questa classe, veri ebrei erranti, tu vedi e riconosci fra mille – con faccia da spiritati, or sotto l’abito del frate, or sotto quello del prete, or, disgraziatamente, sotto quello che dovrebb’essere sacro, di padre di famiglia. In pochi anni possono contarsi parecchie fortune disfatte, per la maledetta avidità del facile guadagno: e ciò che dà il capogiro si è, che nulla, nulla rattiene il pressarsi cupido di questi cacciatori di ricchezza senza tanto sudare; che nulla, nulla raffrena la loro ansia cieca, neppure l’esempio malaugurato dei loro predecessori.
Se in Europa v’è un paese in cui lo spiritismo e la cabala, sono innalzati, a causa del difetto d’educazione, della mancanza d’istruzione, della fervida fantasia paesana, a professione, lo giuro, questo è quel desso. – Qui abbiamo ciechi, non del paese, che vi danno numeri certi per la prossima estrazione, morti che risorgono, spiriti che compariscono lungi dallo squillo delle campane a persone disarmate (furbi quegli spiriti), soldi che si cambiano addirittura in pezzi da venti lire, mani che scrivono senza mai aver saputo scrivere; insomma, si comanda agli angeli buoni e cattivi, s’interpretano i sogni, i prodigi e le disgrazie di qualche malcapitato, si predica l’avvenire, si scovre l’occulto . . . Quale spada di Damocle che pende sul nostro capo da anni ed anni moltissimi, queste superstizioni, queste malattie mentali disgraziatamente sembrano farsi ereditarie fra noi. Esse ci tradirono il passato, ci corrompono il presente, e, se non gettiamo l’allarme della rivendicazione nell’insegnamento obbligatorio, gratuito, laico e integrale, certo che ci mineranno anche il futuro. Ma non basta: le malaugurate idee teologiche sull’inferno e sul purgatorio, idee, che come dissi, dominano nella nostra educazione, aprono la via ad una timidezza d’animo da generare quasi sempre paure vili e atti, più che egoistici, barbari. Qui non appena si è gettato il morto parente in una di quelle tali fosse a letame umano, addio per lui, che subito gli si getta dietro anche il sentimento affettuoso che seco lui ci legava, e si dà una buona girata di chiave nella toppa della memoria. Questo popolo ha paura del cimitero, non vuol essere ricordato dai suoi cari trapassati nel nulla, e di buon animo abbandona e fosse e letame al potere esclusivo dei topi, in mancanza di jene. Altri popoli circondano le tombe dei loro parenti, di fiori e di cipressi, di salici e di scolture! Le superstizioni pagane riversatesi nel cattolicismo, il quale le centuplicò a fine di meglio regnare sulle coscienze e sugli averi, si rivelano più che mai, nelle feste religiose, veri baccanali del secolo decimonono. Questi cittadini, operai e contadini, fanno a gara per portare sulle proprie spalle le statue di santi che si menano in processione, e spesso mettono all’asta pubblica questo diritto cambiatosi di botto in penitenza, specialmente per coloro che sono pentiti da un’ora. Io metto dieci candele – io ne metto venti – ed io venticinque, grida a squaciagola chi è più disposto alla penitenza: ed è a quest’ultimo che si dà l’onore sacro di portare le effigie degli ospiti del paradiso, per le vie della città, pavesate a festa. Altri più bizzarri costumi vorrei qui descrivervi; ma la morale essendo sempre la stessa, passo oltre. L’utilità di queste feste religiose, dal lato economico la dicono incontrastabile; per me, è contrastabilissima invece. Infatti, forse le processioni non domandano danaro per musica, cera, fuochi di bengala, messe, litanie, ecc. ? E con questo danaro, il comune e l’iniziativa privata, non potrebbero istituire fiere, esposizioni con premii, corse di cavalli ben fatte, ecc. ? E vero, il danaro a mezzo delle feste religiose si mette in circolazione, ma in quale circolazione di grazia? Forse il nostro avvenire agricolo è in qualche modo favorito? Forse l’industria dell’allevamento del bestiame ne ricava qualche beneficio? Forse le altre industrie, la figulina, la tessitura, la fabbricazione dei formaggi e del vino s’incoraggiano al meglio con quella tale circolazione? Niente di tutto ciò, mentre ne abbiamo tanto bisogno. Oh, voi ricchi e mezzo ricchi, che andate di porta in porta chiedendo il quattrino per S. Rocco, per l’Addolorata e che so io, per poi sciuparlo in zolfo, in nitro, in spago, in cera, in palloni, ecc, prodotti non nostri, non comprendete queste verità economiche? e se le comprendete perchè vi fate sostegni di superstizioni che tendono sempre più a incretinire la popolazione intera ? Ma è come parlare nel deserto; nè la sferza di Giovenale potrebbe qualcosa fra tale travolgimento di cervelli, fra tale rovinio e dissolvimento di vecchie istituzioni. Oggi fra le tante confraternite e società religiose son venuti a ficcarsi anche la società del sacro cuore di Gesù e quattro o cinque monache della carità! Ma intanto finita la prece, si taglia e ritaglia il prossimo, si bestemmia, si commettono infanticidi che restano impuniti, si ammazzano e negl’intermezzi si prega per poi ricorrere al penitenziere e alla penitenza. . . . Non abbiamo carattere, o almeno apparenza di carattere, e sempre, a causa della sbagliata educazione e dell’insufficenza d’istruzione, il principio dominante in ogni ordine di cittadini è la simulazione che, invero spesso sorpassa la stessa impostura degli educatori gesuiti. – Io non amo il tale, quale saccente, petulante, superbo, tirannico, ecc, ma . . . . egli è ricco e siccome la ricchezza oggi è tutto, io gli fo l’amico. – Quel tale altro è un ladro, è un birbante perchè ruba il comune, ecc, ma . . . . egli è manesco assai ed ha protezioni, quindi non voglio aver che ci fare con lui; anzi quando lo incontro, gli sorrido, lo saluto, e se si degna di fermarsi, gli stringo la mano e gli dò subito una buona presa di tabacco.
E così via via, l’uno contro l’altro, ci tagliamo i panni addosso di nascosto, liberi poi l’indomani, di abbraciarci e baciarci in pubblico.
Oggi si ricevono regali, in settimana, al più tardi, si è costretti d’esclamare: Timeo Danaos et dona ferentes.
La fanciulla generalmente, educata pel rosario, la calzetta e la cucina, divenuta donna, spesso è il vero prodotto dell’orgoglio, della vanità e della tirannia dell’uomo del paese. Se l’uomo è religioso, ella è fanatica e osserva scrupolosamente i precetti della santa madre chiesa; se l’uomo è tiranno, ella è astuta. In fatto di matrimonio, trattata da schiava quale ella è, deve per forza dire come dicono i genitori. Spesso, se non sempre, ella è l’ultima a dir di sì, quel sì che in amore è foriero di futura felicità, soltanto allorchè viene pronunziato non dal labbro, non dalla necessità, ma spontaneo dal proprio cuore. Qui si teme l’amore dettato dal cuore e la selezione naturale, simpatica, misteriosa fra due esseri chiamati a giuocare il tutto pel tutto, sempre insieme nella vita, è contrastata energicamente. È perciò poi, che non raramente si ha il misero spettacolo di ratti notturni e l’orecchio stordito dall’eco delle maledizioni inconseguenti che i genitori gettano contro i figli, non d’altro colpevoli che d’aver obbedito alla natura e non alle loro pretese vanitose, ambiziose, o avare. Uomo ambizioso, dice Monti, è uom crudele, e affè mia, di crudeltà verso i proprii figli, qui se ne veggono, e non raramente in fatto d’amore. Ciò deve cessare essendochè nè giusto, nè morale, e deve cessare a nome della dignità, del decoro, della felicità e del riposo della famiglia. Vedo che me ne corro per le lunghe; quindi per oggi fo punto, rimettendo alla prossima mia la fine del soggetto di questa corrispondenza.