Sabbioneta, l’antica “Sabloneta” romana costruita sul terreno sabbioso della Bassa padana, figura dal 2008 nella lista dei “Patrimoni dell’Umanità” compilata dall’Unesco. All’interno della sua ancor quasi intatta cinta muraria in forma di stella a sei punte ospita monumenti d’eccezionale interesse artistico e storico, quali il Palazzo Ducale, il Teatro Olimpico edificato sulla falsariga dell’omonimo teatro palladiano di Vicenza, il “Palazzo Giardino” concepito come luogo di “otium” per il Principe, la “Galleria degli Antichi” destinata a contenere un’importante collezione di statue in marmo provenienti dal mondo classico, oltre ad una serie di pregevoli chiese rinascimentali.

Questo ed altro è concentrato in un borgo che non conta nemmeno 5000 abitanti, una sorta di Pienza lombarda tenacemente voluta da un Principe che, per tutta la vita, inseguì il sogno di trasformare la piccola località rurale ereditata dal padre Luigi, detto “Rodomonte” per la sua forza erculea, in un gioiello urbanistico costruito secondo i canoni architettonici di Vitruvio in forma di “Città ideale”, sfavillante di palazzi, chiese e splendide opere d’arte.

Artefice di questo miracolo fu il duca Vespasiano Gonzaga, nato il 6 dicembre del 1531, “signore d’animo, di prudenza ed intelletto superiori alla propria fortuna”, così come ebbe a definirlo Torquato Tasso. I ritratti che di lui possediamo, eseguiti rispettivamente dal cremonese Bernardino Campi e dal fiammingo Anthonis Moor, ci presentano l’immagine di un bell’uomo distinto ed elegante, dal fisico slanciato ed atletico, evidentemente forgiato fin da bambino all’uso delle armi, alle cavalcate ed alla vita all’aria aperta in compagnia dei suoi soldati.

Appartenendo ad un ramo cadetto della Casata dei Gonzaga, anche Vespasiano, come i suoi cugini “ricchi e potenti” di Mantova, era coraggioso e scaltro, ma a differenza di questi ultimi era anche dotto ed amante dei libri e della poesia, arte in cui si cimentò in prima persona componendo sonetti di buona fattura. La sua passione principale però era l’architettura, tanto che la sua città volle plasmarla lui stesso, disegnandone la pianta con strade e piazze ampie ed ariose ed edifici e chiese grandi e grondanti di marmi policromi e legni intarsiati. Numerosi furono gli artisti chiamati alla realizzazione dell’impresa (fra gli altri: Giovanni Bottaccio, Vincenzo Scamozzi, Andrea Cavalli, Leone Leoni, Bernardino Campi…), ma il progetto era suo, studiato nei minimi particolari, e sua era la forza per realizzarlo.

Così, quella che Vespasiano vide sorgere davanti ai suoi occhi nell’arco di circa trentacinque anni a partire dal 1556 fu una citta costruita, più che a misura d’uomo, ad immagine e somiglianza di “un uomo”, un principe solitario e malinconico che, dal suo palazzo, tutto vedeva e governava, facendolo anche bene, perché sempre mosso da un genuino senso di equità e dal desiderio di rendere più agevole la vita dei suoi non numerosi sudditi, nutriti non solo con arte e cultura, ma anche per esempio col pane ricavato dal frumento fatto giungere a prezzi calmierati dai feudi ereditati da mamma Isabella Colonna in Italia meridionale.

Sabbioneta, piccola capitale di un piccolissimo Stato, divenne pertanto la “piccola Atene” padana, grazie all’opera di uno dei duchi più famosi di quei tempi, quel Vespasiano Gonzaga che, dopo essere cresciuto nelle scuole militari dell’Imperatore Carlo V, si era fatto tanto ben volere dal di lui figlio Filippo II da essere da lui nominato Grande di Spagna e Comandante in capo delle truppe italiane, a capo delle quali avrebbe riportato importanti vittorie sui campi di battaglia di mezza Europa.

A tanta fama pubblica però fecero da contraltare tristissime e mai del tutto chiarite vicende personali e familiari  che lo indussero a scrivere: “Lo stato della mia anima è infelicissimo…i conforti degli amici mi sono cagione di tormento, fastidiandomi i versi che mi vengono a consolazione d’ogni parte. Fuori, onore al mio nome, in casa talora irriverenza e vergogna”. Su di lui grava infatti il sospetto d’aver indotto al suicidio la prima moglie, l’affascinante Diana de Cardona, obbligandola a bere una coppa di veleno perché sospettata d’infedeltà coniugale. Né molto meglio andò con la seconda consorte, Anna d’Aragona, morta in totale solitudine ed autoreclusione in una rocca in seguito ad un terribile esaurimento post parto. Per non parlare della tragica fine dell’unico figlio maschio don Luis, che si dice sia morto in seguito ad un poderoso calcio rifilatogli nel basso ventre dal padre stesso per non averlo salutato davanti a terzi col dovuto riguardo, dopo che gli era comparso davanti all’improvviso. Il desiderio di avere dalla terza ed ultima moglie Margherita Gonzaga l’agognato erede maschio, dopo la tragica morte del primo, sarebbe purtroppo rimasto frustrato e pertanto, quando Vespasiano spirò nel 1591 fra il sincero cordoglio dei suoi sudditi, la “sua” Sabbioneta si spense con lui, col passaggio nelle mani di eredi che col Gonzaga ormai non avevano in comune nemmeno più il cognome.

 

 

Autore articolo: Anselmo Pagani

Fonte foto: dalla rete

 

 

 

Anselmo Pagani, laureato in giurisprudenza, è studioso di storia e divulgatore