Il sogno di Landolfo, signore d’Aquino, fu sempre quello di destinare il suo ultimo figlio Tommaso all’Abbazia di Montecassino affinché un giorno ne potesse divenire abate. Tale carica avrebbe significato potere e ricchezza per la famiglia, avrebbe garantito un appoggio prezioso agli interessi dei d’Aquino. Al tempo stesso, l’idea di Landolfo non dispiaceva a Federico II. Il re, stabilendo a Montecassino un membro di una famiglia di suoi fedeli vassalli, avrebbe definitivamente controllato la potente abbazia con cui già aveva avuto qualche problema…

Alla vigilia della Pace di San Germano, Tommaso entrò dunque nell’abbazia come un atto di politica ed un sigillo di pace. Il bambino aveva solo sei anni e sicuramente non intese il valore di quanto visse. Con ogni probabilità, Landolfo condusse suo figlio al monastero accompagnato da sua moglie Teodora dei conti di Teano e dalla sua scorta in armi. Landolfo Sinibaldi, all’epoca abate di Montecassino, compì le cerimonie dell’oblatura previste dalla regola benedettina ed accettò il nuovo discepolo, lo benedisse e gli conferì la tonsura, spogliandolo dei suoi abiti signorili per rivestirlo della tunica nera dei monaci di San Benedetto.

Landolfo, secondo gli usi, aggiunse a tutto un’offerta di venti once d’oro che l’abate destinò ad ingrandire gli uffici della sua curia di San Germano e per restaurare due mulini. Sembrava così essersi conclusa una lunga storia di inimicizia risalente addirittura al 953 quando un Adenolfo d’Aquino rapì l’abate Aligerno e, vestitolo di pelle d’orso, l’abbandonò alla plebe di Aquino. Per secoli l’abbazia ed il castello di Roccasecca erano stati al centro di una lunga contesa senza tregua per i territori loro vicini. Il castello era addirittura stato costruito da Mansone, uno degli abati di Montecassino, nel 994. Doveva essere un’opera protettiva, a difesa dei territori su cui si affacciava Monte Asprano, contro Adenolfo di Aquino, detto Summucula, che invece se ne impadronì e, attratto Mansone a Capua, lo fece torturare e uccidere. Gregorio IX poi aveva rinnovato le ostilità concedendo, il 26 agosto del 1227, Roccasecca all’Abbazia di Subiaco, ribadendo un più antico atto di Alessandro III. Ora pace era fatta, forse.

La famiglia di San Tommaso era composta dai succitati Landolfo e Teodora e da ben dodici figli di cui sei maschi. Tra essi si distinsero Rinaldo, poeta di lingua volgare, e Marotta, divenuta abadessa nel Monastero di Santa Maria delle Dame Monache Benedettine, il resto seguì la rudezza della vita feudale e dei costumi cavallereschi. Tommaso entrò dunque nel monastero. Da discepolo della vita monastica si uniformò certamente alla regola benedettina, agli usi di chi lo circondava. Partecipò agli atti comuni dei monaci, al canto dell’ufficio in coro, ai pasti in refettorio, manualmente però lavorò pochissimo, sia per l’età sia perché era soprattutto occupato nella formazione morale. Dal giorno della sua vestizione fu affidato ad un monaco anziano che divenne suo precettore. Con lui abitò in un angolo remoto del monastero, sottratto ad altri tipi di rapporti coi membri della comunità. Imparò a leggere e scrivere, studiò il salterio, i salmi, il testo della regola, la liturgia, la grammatica. Fu amato nonostante i monaci sapevano bene che quel piccino sarebbe dovuto essere un controllo imperiale nelle loro mura.

Tommaso trascorse a Montecassino nove anni che corrisposero però ad un principio di decadenza per l’abbazia fondata da Benedetto di Norcia sulle rovine dell’acropoli dell’antica Casinum. Federico II aveva imposto condizioni che garantivano la fedeltà dei monaci, anzi la loro prigionia con l’occupazione permanente della Rocca Janula, un vero presidio militare apparentemente solo atto a controllare il territorio. Alla morte dell’abate Sinibaldi. Fu eletto Landolfo di Santo Stefano, sicuramente voluto da Federico II perché di lì a poco Gregorio IX annullò quella elezione lasciando l’abbazia senza guida per due anni. Fu scelto infine Stefano di Corvario che però subito dopo aver ottenuto il placet pontificio, si giurò a Federico II e lo raggiunse in Lombardia quando Gregorio IX aveva scomunicato il monarca. Di lì a poco l’Imperatore dettò lo sgombero del convento, temendo la rivolta. A più riprese cacciò i religiosi ed i monaci esiliati si rifugiarono a Valleluce. Solo dopo aver giurato fedeltà a lui, nonostante fosse scomunicato, sarebbero potuti rientrare ed aver salva la vita. Non lo fecero. Solo in otto restarono, autorizzati a celebrarvi gli uffici religiosi. L’abbazia visse una delle pagine più buie della sua storia.

In questi trambusti, Tommaso fu riaccolto in casa e messo al sicuro, poi inviato a studiare a Napoli. Aveva quattordici anni e abbandonò la tunica benedettina. Il ricordo più vivo di Tommaso a Montecassino è la domanda “che cos’è Dio?” che soleva rivolgere al suo maestro. E probabilmente fu a questa domanda che cercò la risposta in tutta la sua vita.

 

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: R. Spiazzi, San Tommaso d’Aquino: biografia documentata…; A. Tauron, Vita di S. Tommaso d’Aquino