Nel luglio del 1917, in piena Grande Guerra, gravi incidenti scoppiarono negli stabilimenti Pattison di Napoli. Qui i carabinieri spararono sugli operai in sciopero ferendone dieci. Era tutto figlio di una intensificazione delle norme in materia di sciopero dettata dal contesto bellico.

Tra i primi interventi di fine Ottocento nell’organizzazione di fabbriche e manifatture v’era stato l’introduzione del lavoro a cottimo in sostituzione del salario giornaliero. Tuttavia, il sistema era insufficiente a ottenere lo sperato aumento della produzione: i tempi di lavorazione erano ancora in mano agli operai specializzati e, inoltre, i primi tentativi di introdurre il taylorismo generarono parecchio malcontento nelle maestranze. La scomposizione delle mansioni, il controllo delle tempistiche e l’introduzione di personale dequalificato e meno costoso, fecero da base per la comparsa su larga scala dell’organizzazione taylorista e poi fordista. Contemporaneamente si affermarono rapidamente le organizzazioni sindacali. La più importante di esse, la Federazione italiana degli operai metalmeccanici, la Fiom, sorse nel 1901, cinque anni dopo nacque la CGL con l’intento di coordinare le rivendicazioni delle varie categorie. Tutto ciò fu accompagnato da una impetuosa spinta alla lotta nelle fabbriche, in particolare torinesi e milanesi, e al fioccare degli scioperi. Con la guerra però tutto era destinato a cambiare, il conflitto impose maggiori restrizioni e più dure pene.

Il giorno dell’entrata in guerra dell’Italia furono immediatamente emanati i Provvedimenti Straordinari in Materia di Pubblica Sicurezza che proibivano gli scioperi, le riunioni pubbliche, le processioni civili e religiose, gli assembramenti d’ogni sorta, pena lo scioglimento delle associazioni responsabili. Norme restrittive furono pure emanate in tema di libertà di stampa. Poco mutò negli anni seguenti, anzi… l’operaio, come soggetto giuridico, non fu più sottoposto al giudizio dei tribunali ordinari. Le incriminazioni del codice per l’esercizio di scioperi furono attribuite alla competenza di tribunali militari.

In questi anni la parola sciopero era associata ad un attentato alle istituzioni, non costituiva affatto un normale passaggio della dialettica democratica, ma con la guerra le cose peggiorarono. Il personale degli stabilimenti che producevano per l’esercito fu dichiarato soggetto di giurisdizione militare. Tutto questo per assicurare la continuità della produzione richiesta dalle esigenze belliche. In pratica gli operai, in luogo del delitto di sciopero, si rendevano responsabili di diserzione o abbandono di posto.

Dopo Caporetto, un decreto luogotenenziale, titolato Attribuzione alla giurisdizione militare della competenza in ordine a taluni reati ora di cognizione dei tribunali ordinari e aumento di pene per altri reati, inasprì il pacchetto di pene.

Questa legislazione speciale produsse numerosi arresti: esplosero moti contro il caroviveri nel 1916 e nell’agosto del 1917 a Roma un tentativo di sciopero all’Officina ausiliaria di stato per la fabbricazione di proiettili, causato dall’insoddisfazione per la diminuzione delle tariffe dei cottimi, fu stroncato dall’intervento della polizia e dall’arresto di nove operaie.

Ma fin dai primi giorni di novembre 1916 assembramenti e proteste ebbero altre caratteristiche e propositi. Le donne, in primo luogo, si riversavano sotto le finestre dei municipi per reclamare l’aumento dei già miseri sussidi e il ritorno dei loro uomini per far fronte alle necessità stagionali dell’agricoltura. La primavera del 1917 portò al massimo lo scontento e la protesta e nell’agosto 1917 insorse Torino: sotto la spinta della rivolta delle donne contro la mancanza di pane, gli operai torinesi combatterono per quattro giorni sulle barricate subendo quarantuno morti e centinaia di arresti.

A Norma, in provincia di Latina, il 2 ottobre 1917, oltre 200 perone si recarono al comune perché intervenisse per contenere la requisizione del grano da parte della commissione provinciale. Due giorni dopo cinquanta uomini della truppa dovettero presenziare anche la vicina Bassiano. L’operazione durò tre giorni dopo di che il grano venne trasportato sotto scorta militare alla stazione ferroviaria. Dopo 15 giorni Cisterna di Latina diede vita ad una manifestazione di protesta contro la riduzione della razione di pane. Per contenere il malcontento il Commissario prefettizio chiese ed ottenne quattro quintali di farina in più al giorno.
Il 18 settembre 1917 una nuova agitazione per il pane scosse Terracina, fu assaltato il forno di Giuseppe Marigliani e grave il bilancio: otto feriti tra carabinieri e soldati, nove donne e cinque uomini arrestati. Il delegato di Pubblica Sicurezza riferì che i disordini avvenuti avevano “origine più che dalle deficienze di generi di prima necessità, dal malcontento per lo stato di guerra e dalla disorganizzazione dell’amministrazione comunale”.

Soprattutto i piccoli centri furono teatro di vivacissime proteste che esprimevano l’esasperazione per il peggioramento delle condizioni di vita. Le autorità calcolarono che dal 1° dicembre al 15 aprile 1917 avevano avuto luogo in tutto il paese circa 500 manifestazioni di questo tipo, con la partecipazione di decine di migliaia di persone che reclamavano il ritorno dei congiunti dal fronte, l’aumento dei sussidi e altre forme di sostegno. Vi furono 880 denunce e 3.901 arresti per partecipazione a manifestazioni sovversive contro la guerra, ma le agitazioni coinvolsero anche il mondo dei braccianti: nel Lazio, nonostante la legislazione speciale, l’occupazione delle terre incolte ebbe uno sviluppo impetuoso per tutto il 1917.

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: G. Neppi Modona, Sciopero, potere politico e magistratura 1870/1922; G. Tasciotti, Lettere dei soldati della ex provincia di Roma nella guerra 1915/18