Serlone II d’Altavilla e la rocca scomparsa

Serlone II d’Altavilla e la rocca scomparsa

Serlone II d’Altavilla era figlio di Serlone I, figlio a sua volta di Tancredi d’Altavilla e quindi fratellastro di Roberto il Guiscardo e Ruggero, il Gran Conte. Quando dalla Normandia arrivò nel Sud Italia, venne preso come luogotenente dagli zii Roberto e Ruggero e, in tale ruolo, li accompagnò nelle loro campagne di conquista, distinguendosi sempre per coraggio, valore e capacità militari. Era un Normanno da capo a piedi, dopotutto, ma soprattutto era un Altavilla.

Partecipò poi alla spedizione di suo zio Ruggero, volta a strappare ai Saraceni l’isola di Allah, dimostrando ancora una volta coraggio ai limiti della temerarietà, come quando a Cerami, prima di attaccar battaglia, venne mandato dallo zio al comando di un drappello di 36 cavalieri per prendere posizione nel castrum e difenderlo fino all’arrivo del grosso delle forze. Ebbene, non solo Serlone resistette agli avversari, ma contrattaccò e fece strage di nemici (Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto, Francesco Ciolfi Editore, Cassino 2002, libro II, XXXIII, p.142).

Si fece benvolere da tutti non solo perché, come si è visto, era coraggioso ma anche per la sua nobiltà d’animo e perché non si tirava mai indietro davanti al pericolo, combattendo in prima fila a fianco degli altri cavalieri ai suoi ordini.

Tra i Normanni era il più temuto e il più odiato dai Saraceni, che si fecero un punto d’onore la sua uccisione, cosa che avvenne nei pressi di Nicosia (vicino ad Enna), nel 1072, quando cadde in un agguato perché tradito dalle false informazioni di Brachi, termine latino per Ibrahim, un saraceno che credeva amico e col quale, anzi, aveva fatto un’alleanza particolare secondo il costume saraceno, per mezzo della quale si erano presi vicendevolmente come fratelli adottivi, patto siglato tirandosi reciprocamente le orecchie (Ibidem, libro II, XLVI, p.180).

Pensando di dare la caccia a sette soldati arabi intenzionati a fare bottino nelle terre circostanti, fidandosi di quanto Brachi gli disse “confidenzialmente”, cavalcò con pochi uomini nella loro direzione armato alla leggera. Fu invece circondato assieme agli altri cavalieri da un numero soverchiante di Saraceni e, pur potendo fuggire, rimase a combattere assieme a suoi, utilizzando una grande roccia come posizione sopraelevata da dove tentare di respingere gli assalti dei nemici.

Alla fine i Normanni cedettero e i nemici, dopo averlo ucciso con tutti gli altri (si salvarono solo in due per essersi nascosti tra i cadaveri), gli squarciarono il torace, gli strapparono il cuore dal petto e se ne nutrirono per assorbire il suo grande coraggio; non si sa se questa fosse effettivamente l’intenzione degli aggressori, dato che l’unica fonte che ci riferisce di questo fatto, il cronista Goffredo Malaterra, aveva un carattere certamente agiografico finalizzato ad esaltare le virtù di questo personaggio, ma ciò non di meno questa descrizione ci rende edotti del fatto che l’idea di cibarsi degli organi del nemico per assimilarne le qualità, non era un concetto estraneo all’Occidente medievale, o almeno a quello di cultura islamica (Angelica A. Montanari, Il fiero pasto, Antropofagie medievali, Il Mulino, Milano 2015, pp. 91-92).

Infine i Saraceni tagliarono le teste dei caduti e le spedirono al loro re in Tunisia, mentre la testa di Serlone venne infissa su una lancia e portata per le piazze di Castrogiovanni, dove un banditore diceva alla popolazione che quella era la testa del loro più grande nemico e che ora che tutti i nemici dei credenti erano stati sconfitti, la Sicilia sarebbe stata riconquistata dagli Arabi (Goffredo Malaterra, op. cit., libro II, XLVI, p. 182).

Una volta che gli zii ebbero la notizia a Palermo di quanto accaduto, furono sconvolti dal dolore e grande fu il turbamento di tutto l’esercito normanno; Ruggero era inconsolabile e Roberto, per non aumentare la pena del fratello, cercava di nascondergli il proprio dolore e incitarlo a reagire, lasciando alle donne i lamenti mentre loro si sarebbero preparati alla vendetta (Ibidem, libro II, XLVI, pp. 182-184). E la vendetta avrebbe avuto un significato solo: guerra. Questo non deve stupire, poiché d’altra parte la guerra era il mezzo di sostentamento dei cavalieri, mentre la pace avrebbe significato disoccupazione e quindi povertà, la stessa povertà che aveva spinto quei Normanni a lasciare il Contentin per venire nell’Italia del Sud.

La roccia dove Serlone e i suoi si difesero valorosamente, e dove i Normanni incisero una croce a perenne memoria, fu chiamata un secolo dopo dal geografo arabo Edrisi (e quindi dai Saraceni tutti) “Hagar Sârlû”, “Rocca” o “Pietra di Serlone” (Ibidem, nota 80, p. 183) (Rocca di Sarru nel dialetto locale) e rimase come muta testimonianza di quanto successo per i successivi nove secoli, ovvero fino ai giorni nostri.

Negli anni ’60 del Novecento, il terreno dove si trovava questa testimonianza storica venne venduto ad un’impresa di estrazione di pietra arenaria, la quale demolì senza alcun ritegno quell’enorme roccia, distruggendo di fatto ogni ricordo di questo fatto glorioso.

John Julius Norwich, storico anglo-canadese che scrisse quasi cinquanta anni fa due saggi sul Regno dei Normanni del Sud, scrisse amaramente: “…al giorno d’oggi, poi, è vittima di un avversario certo non degno di lui” (John Julius Norwich, I Normanni nel Sud 1016-1130, Mursia, Milano 1971, p. 209) alludendo con molta probabilità all’ottusa e sovente corrotta burocrazia italica che fa piazza pulita delle propria vestigia per pura e semplice avidità.

 

Autore: Fabio Meardi

Fonte foto: dalla rete

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