Alle soglie dell’Unità, il mercato francese era il primo destinatario di derrate alimentari e materie prime liguri e piemontesi, soprattutto la seta, che, da sola rappresentava il 50% delle esportazioni in Francia, ma si esportava anche nelle Americhe. Le fabbriche di velluti e di seterie del Regno di Sardegna erano tante, tra le genovesi v’erano la Chichizola, Viani, Marchese, De Ferrari e Molinari, tra le torinesi la Costa e Buongiovanni, Raveyson, Guillot, Martin Franklin e di Solei e Hébert.

Sin dal Settecento seta e filati erano il maggior cespite della ricchezza piemontese e Napoleone, per garantire a Lione tale prodotto, aveva imposto alti dazi in uscita in modo da esportare il prodotto solo in Francia. Così la prima grande battaglia liberista in Piemonte maturò attorno al tema della libera esportazione delle sete.

Nel 1834 venne ridotto il dazio sul grano e l’anno successivo fu approvata l’esportazione della seta grezza. Successivamente vennero ridotti i dazi doganali di importazione sulle materie prime (carbone, metalli, tessuti) e favorito l’acquisto di macchinari industriali all’estero. A partire dagli anni Quaranta il progressivo liberalismo adottato dalla corte sabauda comportò l’aumento delle importazioni di carbone, ferro di prima lavorazione e lavorato, ghisa, barre e rotaie, macchine, ma anche di vino da Francia e Inghilterra, mentre zucchero e caffè sbarcavano nel porto di Genova dall’Olanda, dal Brasile, dall’America centrale. L’abbattimento dei dazi di entrata e uscita consentì il moltiplicarsi di imprese e società anonime e fece registrare l’incremento degli investimenti. Tutto fu accompagnato da grandi lavori pubblici e da un enorme espansione delle ferrovie che generarono un pesante deficit ma assicurarono il grande sviluppo post-1850. Basti pensare che alla fine degli anni Quaranta dell’Ottocento, il Regno di Sardegna contava circa sessanta chilometri di ferrovie, ma, nel giro di dieci anni, una straordinaria accellerazione portò Piemonte e Liguria a superare gli 800 chilometri di linee in esecizio, col collegamento delle maggiori città dell’Italia settentrionale e la possibilità di esportare ovunque i prodotti locali. In effetti tutto ciò produsse effetti positivi sull’intero settore manifatturiero, in particolare per i lanifici di Biella delle famiglie Sella, Piacenza, Ambrosetti, Vercellone, Borgnana e Picco.

Cavour, divenuto Ministro dell’Agricoltura e del Commercio nel 1850, e l’anno dopo Ministro delle Finanze, continuò l’opera di transizione del Regno di Sardegna dal protezionismo al liberoscambismo. In due anni, trattati commerciali con Francia, Belgio, Gran Bretagna, Grecia, Svizzera, Paesi Bassi, Unione Doganale Tedesca e Austria garantirono nuove riduzioni sui dazi per l’importazione e l’esportazione delle merci.

L’irruzione delle leggi del libero scambio, con l’abbattimento dei dazi protettivi, mise in difficoltà diversi settori, anche quello della seta segnato dalla mancata introduzione di innovazioni di processo e di macchine capaci di perfezionare la produzione e diminuire il prezzo, tuttavia l’immissione di nuovi capitali aveva consentito il superamento della fase artigianale e l’avvio di un processo di ampliamento, concentrazione e rimodernamento degli impianti. C’erano in Piemonte, nel 1858, circa 200 filatoi, due terzi dei quali erano dediti alla produzione di seta organzina ed un terzo alla seta greggia. In essi trovavano lavoro circa tredicimila operai. La filatura pare impiegasse – il dato si riferisce al 1855 – 57.300 operai.

Se il principale articolo di esportazione dello stato sardo era la seta, importante rimaneva il ruolo dei prodotti dell’agricoltura: olio, riso, frutta, vino, prodotti zootecnici, bestiame. Nella Liguria il principale prodotto era l’olio d’oliva, nel Monferrato primeggiavano il vino e i cereali, mentre seta e riso riguardavano maggiormente il Novarese. Nel solo Piemonte esistevano 40 fabbriche di carta, a cui si aggiungevano 4 in Savoia e 50 in Liguria. Note erano poi la raffineria di zucchero di Carignano, le manifatturiere di specchi e cristalli di Domodossola, la “fabbrica d’armi” a Torino ed un centinaio di lanifici, soprattutto concentrati nell’area di Biella e della Valle di Mosso, dove, per la prima volta in Italia, erano stati introdotti i telai inglesi, da Pietro Sella nel 1816. Uno dei maggiori cotonifici della regione, poi, sia per gli alti livelli produttivi e qualitativi sia per il numero di addetti, era quello della Valpellice impiantato, nel 1830, su iniziativa del valdese Giuseppe Malan e degli svizzeri Grainicher e Trog, che, intorno al 1847, possedeva 10.000 fusi e dava lavoro a 300 operai. Anche il settore dell’abbigliamento fece registrare ottimi risultati con la fabbricazioni di cappelli della ditta di Giuseppe Borsalino, ad Alessandria.

Una situazione di sostanziale arretratezza e difficoltà riscontravano invece l’industria siderurgica, mentre un fiore all’occhiello dell’economia sabauda era rappresentato dall’industria dell’ingegnere meccanico Giovanni Ansaldo, sorta nel 1852 per interessamento diretto del governo. L’obbiettivo era quello di sviluppare un’industria nazionale per la produzione di locomotive a vapore e materiale ferroviario, settore allora completamente dipendente da importazioni straniere. Tra il 1854 e il 1860, le officine produssero diciotto locomotive, di cui 14 per le ferrovie dell’Italia settentrionale e 2 per quelle dell’Italia centrale aggiungendosi ai fornitori esteri, coi quali riuscivano a gareggiare in mancanza di un regime protezionistico grazie a tempi di consegna leggermente più brevi e per il minor costo della manodopera. In questi anni l’impianto raggiunse la cifra di circa 1000 addetti ed il numero crebbe anche dopo il 1863, nonostante la scelta governativa di assegnare il monopolio della fornitura di materiale ferroviario delle ferrovie meridionali alle Officine di Pietrarsa, escludendo di fatto l’Ansaldo dal mercato dell’ex Regno delle Due Sicilie.

In uno stato di grande arretratezza restò invece la Sardegna. La popolazione dell’isola era profondamente ancorata alla tradizionale pastorizia su terreni comuni e si trovava in condizioni di estrema povertà. La rete stradale al 1850 risultava raddoppiata rispetto ai primi del secolo, ma in generale ogni misura di modernizzazione degli assetti terrieri – così come l’unificazione legislativa col Piemonte del 1847, che istituì la leva obbligatoria – aveva prodotto un acuirsi del fenomeno del banditismo. Solo l’attività estrattiva segnò passi positivi.

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: A. La Macchia, Un rapporto di complementarità o di dipendenza? Le relazioni commerciali tra il Regno di Sardegna e la Francia alla vigilia dell’Unità; A. La Macchia, La competitività dell’industria francese e il mercato sardo nella prima metà dell’Ottocento; R. Romeo, Cavour e il suo tempo; N. Crepax, Storia. Piemonte