Nelle regioni settentrionali della Germania già all’inizio di settembre il clima può risultare freddo e piovoso, caratterizzato da nuvoloni bassi che rendono difficile vedere anche a pochi metri distanza, specie se ci si trova nel bel mezzo di una fitta foresta. Ebbene, il 9 settembre del 9 d.C., in una giornata di questo tipo, agli ordini del prefetto romano Publio Quintilio Varo marciavano verso Occidente nella selva di Teutoburgo (nei pressi dell’odierna Osnabruck) i circa 25.000 uomini che componevano la XVII, XVIII e XIX legione, oltre a sei coorti e tre ali di cavalleria, per raggiungere gli accampamenti invernali posti sulle rive del Reno.

Allungati in una fila di circa quattro chilometri, quei soldati avanzavano a fatica a causa della ristrettezza dei luoghi: non solo infatti il sentiero era tortuoso ed ingombro di rami e sterpaglie, ma si trovava circondato da un lato dal massiccio calcareo ora detto del Kalkriese e dall’altro da una palude.

In quella specie di imbuto naturale li aveva condotti Arminio (Hermann, in tedesco) capo della tribù dei Cherusci, un venticinquenne che, come ausiliare di cavalleria, si era tanto distinto nel corso dei due anni precedenti nei numerosi scontri combattuti a fianco dell’esercito imperiale di Augusto, da ottenere come ricompensa l’ambita cittadinanza romana e così godere dell’incondizionata fiducia dei suoi nuovi protettori ed alleati, Varo in primis. Costui, dopo una prima esperienza in Siria, era stato nominato da Augusto governatore della Germania, Paese barbaro, ma finalmente ridotto a rango di provincia imperiale dopo che, nell’ultimo ventennio circa, era stato conquistato pezzo dopo pezzo grazie alle prodezze militari di Druso e di suo fratello Tiberio.

Sbagliando, Varo era convinto che quella provincia fosse ormai pacificata e, forzando sui tempi, aveva voluto introdurvi gli istituti civili romani, a partire dal diritto, trattando con durezza e supponenza i popoli locali, oppressi anche da una tassazione esagerata. Intercettato il malumore delle sue genti, Arminio si prestò al doppio gioco: contando sulla propria credibilità presso i romani, si presentò loro come amico disponibile ad accompagnarli verso Ovest per la strada più breve, che in realtà però era quella più confacente ai suoi bellicosi propositi. Varo si fidava tanto di lui, che non volle nemmeno prestar orecchio agli avvertimenti giuntigli da Segeste, suocero dello stesso Arminio, che lo aveva informato delle reali intenzioni di quest’ultimo e del fatto che stava raccogliendo un poderoso esercito formato da guerrieri provenienti da varie tribù germaniche, tutte intenzionate a liberarsi della scomoda presenza romana. Si dovette purtroppo ricredere quando, in quella fatale mattinata, dopo che Arminio si era allontanato con un pretesto, lo vide ricomparire all’improvviso a capo delle urlanti orde dei nemici che, sbucando come forsennati dai loro nascondigli, si lanciarono con impeto contro i romani, del tutto impreparati ad un simile assalto.

Proprio grazie all’effetto sorpresa, oltre che alla leggerezza del loro equipaggiamento ed alla perfetta conoscenza dei luoghi, i barbari ebbero rapidamente la meglio nello scontro e fecero strage dei romani.

I superstiti al termine di quella sanguinosa giornata cercarono rifugio in un accampamento fortificato alla meno peggio, dove forse avrebbero potuto anche resistere in attesa dei soccorsi, se Varo non avesse follemente ordinato loro di avanzare già la mattina seguente, nel tentativo di raggiungere il Reno, senza però sapere che quel sentiero li avrebbe condotti in un vicolo cieco, cioè in quella trappola mortale che Arminio aveva studiato per annientarli. La conseguenza fu che si consegnarono essi stessi agli attacchi nemici, in un’altra giornata caratterizzata da una spietata caccia all’uomo.

Il terzo ed ultimo giorno i pochi sopravvissuti alle mattanze precedenti si diedero ad una fuga disperata solo per essere quasi tutti catturati e poi sottoposti a terribili torture, conclusesi con la loro uccisione sacrificale in onore delle divinità dei vincitori. Per non fare quella brutta fine Varo insieme ai suoi generali preferì suicidarsi, trafiggendosi con la sua spada.

La notizia della “Clades Variana” (la strage di Varo) piombò come un fulmine a ciel sereno su Roma, tanto che Augusto, venutone al corrente, si accasciò semi-svenuto al suolo dicendo: “Vare, mihi redde legiones” (Oh Varo, rendimi le legioni!). Da quel giorno, l’Impero Romano avrebbe dovuto rinunciare per sempre alla Germania, che nemmeno le spedizioni successive sarebbero mai più riuscite a sottomettere.

Tramontati i sogni di gloria per quella parte d’Europa, ai romani non restò che ripiegare sul sentimento della pietà, tant’è che sei anni più tardi le truppe di Germanico, giunte sul luogo della strage, avrebbero finalmente dato degna sepoltura alle ossa dei caduti che ancora biancheggiavano sul suolo.

 

 

 

Autore articolo: Anselmo Pagani

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: Svetonio, De Vita Caesarum

Anselmo Pagani, laureato in giurisprudenza, è studioso di storia e divulgatore