Trentini, Triestini, Istriani e Dalmati nei fatti del 1848-1849

Trentini, Triestini, Istriani e Dalmati nei fatti del 1848-1849

Il sentimento italiano di istriani, dalmati, trentini e triestini ha radici profonde. La loro partecipazione agli eventi risorgimentali ne è la prova. Nelle giornate della difesa di Venezia e Roma nel 1848-1849 numerosi furono i combattenti ed i caduti provenienti da queste terre.

A Roma

Nel 1849, con Pio IX scappato a Gaeta e Ferdinando II che ritirava le sue armate, numerosi volontari raggiunsero Roma difendendo la Repubblica che già l’anno addietro aveva proclamato guerra a Vienna “finchè le Alpi non segnino da ogni banda i confini, dal Varo al Brennero e da questo al Quarnero”.

I Dalmati di cui si ricorda furono Giorgio Erzegovaz, aiutante di campo di Garibaldi, don Giuseppe Fama, aiutante di campo del generale Antonini, e Federico-Seismit Doda, di Ragusa, autore dell’inno dei difensori di Roma: “Cittadini, alfin l’Italia/ chiama all’armi i suoi guerrieri/ tuona a morte agli stranieri/ la risorta libertà!”.

Tra i Trentini si distinse Narciso Bronzetti di Cavalese, provincia di Trento, nelle fila dei bersaglieri alla Prima battaglia di Governolo del 24 aprile 1848. Nel marzo del 1849, con il fratello Pilade, si arruolò nel 6º battaglione bersaglieri al comando di Manara e combatté in difesa della Repubblica romana, distinguendosi particolarmente nei combattimenti di Porta San Pancrazio. Altri Trentini che parteciparono alla difesa di Roma furono Edoardo Negri, Giuseppe Mattedi, Pietro Bertelli, morto combattendo, Achille Bevilacqua, Pietro Cavali, don Pietro Casanova di Peio, Carlo Marzari, Domenico Bicio.

Ma a difendere la Repubblica c’erano pure Dalmati, Istriani e Triestini come Sansone Levi, Giacomo Venezian, Giuseppe Revere e Filippo Zamboni che salvò la bandiera dai francesi ed anni dopo, nel restituirla al Municipio di Roma, ricordò: “La santa bandiera! Essa che nel 1848 mosse da Roma con noi che fummo vanguardia delle vanguardie de volontarii; che sempre alla testa di tutti quei corpi fu nel foco a Cornuda, a Treviso, a Venezia, nelle tre giornate di Vicenza, e sempre negli avamposti di porta Sambartolo, Santalucia, porta Croce, e al primo avamposto della Rotonda e sui monti Berici; e che da ultimo passò alzata e sventolante pel campo di quarantamila assedianti; che poi, dalle Romagne portata, accorse a Bologna a marcie forzate quando gli Austriaci l’avevano attaccata… che nel ’49 fu portata all’assedio del Quirinale… che nel 30 aprile a Villa Panfili, nel giugno sopra i colli Parioli, indi a Palestrina, fece parte della grande epopea nazionale, duce il guerriero delle nazioni, il maggior poeta di libertà, Garibaldi… ecco, io ve la rendo la bandiera incontaminata: come sul campo, così sul mio petto. L’ho portata con me occulta per anni, cucita nelle vesti. Quando in Europa ferveva la reazione, quando sarìa stato degno di morte il farsela rinvenire addosso, e anche essa si trovava in paese straniero, anzi in quel tempo nimicissimo, pure il mio cuore palpitava come fosse in terra italiana”. In quella bandiera, annotava Zamboni, i colori erano disposti orizzontalmente: “Oh dolcissimo errore! Come un errore virginale, ma sempre leggiadro! Allora al primo grido di guerra non si conosceva neppure la disposizione officiale dei colori dell’itala bandiera. A noi candidi giovinetti bastava un segno, il benedetto tricolore, per raccoglierci tutti a combattere per l’Italia. Non sapevamo come doveva esser fatta l’Italia. Ma sapevamo che c’era, e ch’era divisa, e che doveva rifarsi. La croce vermiglia nel mezzo è il segno della santa crociata”.

Triestino era pure Giovanni Bruffel, che dopo Roma, si ritrovò con Garibaldi, in camicia rossa, a risalire le Due Sicilie.

A Venezia

A Venezia, nel 1848, il sussulto popolare che scosse l’Impero Asburgico e proclamò la Repubblica vide la partecipazione di numerosi dalmati. Anzitutto i triumviri Nicolò Tommaseo da Sebenico e Leone Graziani da Spalato, ma impossibile non far memoria di Matteo Ballovich da Perasto, Sovrintendente della Marina Veneta, di don Vincenzo Marinelli da Bol, cappellano Superiore delle milizie di terra, di Enrico Germani da Sebenico, comandante dei trasporti, di Demetrio Mircovich dalle Bocche di Cattaro, Primo Medico degli ospedali, di Antonio Paulucci delle Roncole, da Zara, ministro della Marina e della Guerra, di Vincenzo Solistro, da Spalato, membro della Assemblea, e poi di Luca Antunivich, don Luca Lazzaneo e Pietro Naratovich che, il 14 novembre 1848, lanciarono ai dalmati ed agli istriani l’invito ad accorrere “numerosi sotto le sospirate bandiere della santa guerra d’Italia… Coopererete del pari alla redenzione dell’ Istria e della Dalmazia”. Si costituì una Legione Dalmato-Istriana di cui fecero parte Stefano Zurcovich, appena sedicenne, ed il tenente Giorgio Caravà. Sciolta la legione i suoi militi furono aggregati a vari reggimenti come Antunovich, Giuseppe e Francesco de Galateo, Demetrio Mircovich, Luigi Seismit-Doda, Pietro Sudarovich, Giovanni Gelich e Tommaso Decimovich.

Non mancarono pure istriani, triestini e trentini: triestini che difesero Venezia furono Giovanni Orlandini, Filippo Coen e Francesco Erberti, morto sul campo; istriani erano Niccolò Vergottini, Marcantonio Borisi, Alessandro Almerigotti ferito a morte a Marghera, Alessandro Godina, Giuseppe Draghicchio, Giuseppe Rubinisch, Pietro Scarboncich, Bartolommeo Malfatti, Tommaso Gar, Luigi Ritozzo, Giovanni Bevilacqua, Giovanni e Lodovico Almerigotti; trentini erano Federico Martini, Giovanni Battista Adami, Domenico Bonetti.

Dopo Roma e Venezia

Dopo le vicende di Roma e Venezia, trentini e istriani si ritrovarono nell’esercito sardo nella Battaglia di San Martino dove gli ufficiali Alfredo Cadolino e Leopoldo Martino morirono in armi e sin al 1866 continuò a verificarsi un continuo afflusso di irredenti nelle file di Garibaldi e dell’esercito sabaudo. Proprio in quegli anni aumentava la repressione violenta e sanguinosa della polizia austriaca, in gran parte composta da croati, con processi seguiti da pene severe e condanne a morte. La questione delle “Terre irredente” conquisto l’interesse del mondo culturale e politico italiano e tornò alla ribalta numerose volte, soprattutto in occasione dell’impiccagione del triestino Guglielmo Oberdan, il 20 dicembre del 1882, affacciandosi con forza nel nuovo secolo.

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: Il Trentino, la Venezia Giulia e la Dalmazia nel Risorgimento Italiano; D. Giglio, La lunga marcia verso l’Italia

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