Umberto I ed il colera del 1884: “Finalmente nu rre che vvene a murì cu nnui!”

Umberto I ed il colera del 1884: “Finalmente nu rre che vvene a murì cu nnui!”

E’ ai più noto che Umberto I preferì essere a Napoli per portare il suo soccorso ai colerosi anzicchè presenziare ad una festa a Pordenone. Declinò l’invito all’evento friulano comunicando: “A Pordenone si fa festa, a Napoli si muore: io vado a Napoli”.

Nei giorni successivi all’attentato di Gaetano Bresci, il conte Guglielmo Capitelli, avvocato e sindaco di Napoli dal 17 aprile 1868 al 25 settembre 1870, condivise con Sabatino Lopez, redattore del “Secolo XIX” e penna del “Telegrafo”, un emozionato ricordo di Umberto I e del soccorso che prestò in prima persona in occasione dell’epidemia di colera a Napoli nel 1884.

Si legge nell’articolo riportato da Aldo Santini in “Centodieci anni della nostra storia”: “Nel ’68, quand’era principe ereditario, principe di Napoli, Umberto tornò sposo nella reggia partenopea. Allora il Capitelli, ventisettenne, era sindaco. Salutò gli sposi alla stazione con poche parole. Umberto che aborriva i discorsi gli disse: ‘Bravo, soprattutto perchè breve. Dia il braccio alla principessa’. Nella carrozza dei principi salirono anche il giovane sindaco e il giovane prefetto di Napoli che era Antonio Rudini, ventinovenne. I principi furono adorati a Napoli per la loro bontà. Davano pranzi, partecipavano a gite, visitavano tutti gli istituti; la principessa andò persino alle scuole di Basso Porto, il principe sopportava gli odiati discorsi, la lettura di poesie. Ogni mercoledì, alla Reggia c’erano feste di ballo. E poco a poco, si amicarono alcuni appartenenti alla società borbonica.

E qui il Capitelli, singhiozzando, parlà della nascita del principe di Napoli. La sera dell’11 novembre ’69, dopo le dieci, un biglietto del general Cugia avvertiva Capitelli che andasse a Palazzo, perchè la principessa di Piemonte era nei dolori di parto. Capitelli e Rudini andarono a Palazzo e attesero, in un salotto anteriore alla camera della Principessa. Pochi minuti dopo, il vecchio principe di Carignano chiamò Capiteli e gli disse: – Annunzi, ai suoi concittadini che l’Italia ha un principe. Allora si disse: – Poichè cìè spettacolo al San Carlo, ditelo al San Carlo.

Capitelli passò per le sale interne, che dal Palazzo conducono al teatro nel palchetto della commissione teatrale, per dare l’annunzio. Quando, a un tratto, il banchiere Vonwiller, assessore municipale fece cenno all’orchestra di cessare e gridò: Signori! Vi prevengo che Sua Altezza Reale la Principessa Margherita si è sgravata d’un maschio. Per quanto la partecipazione fosse espressa con poca convenienza della forma, tutto il teatro fu in piedi; l’ovazione parve interminabile. Furono in piedi anche i borbonici, sembrando ad essi che fosse nato il principe napoletano”.

Sabatino Lopez fece anche cenno al soccorso di Umberto I alla popolazione di Napoli colpita dal colera nel 1884: “Il Capitelli era a Napoli allo scoppio del colera nell’84, consiglier provinciale. Chiese il posto di vice-sindaco aggiunto nella Sezione Pendino. A un tratto si sparse la voce dell’arrivo d’Umberto. Andarono tutti alla stazione: il popolo piangeva di riconoscenza. Il Capitelli sentì un cocchiere di piazza che gridava: Oh! finalmente avimmo nu re che vvene a murì cu nnui!

Il Re fu dappertutto, dette la mano a tutti, si espose a tutti i pericoli, sempre sicuro e sorridente. Quando una commissione pel Consiglio provinciale e per la Croce Bianca andò il giorno dopo l’arrivo a rendergli omaggio alla Reggia – ne facevano parte Sandonato, De Zerbi, Nicotera, Capitelli – Nicotera disse: Vostra Maestà parta. Basta la prova eroica. La vita vostra è sacra. Napoli – egli rispose – è grande; possibile che non ci sia un posto per me? Pigli ciascuno un quartiere, e uno me ne lasci”.

Appena sei anni prima, il 17 novembre del 1878, Umberto I aveva subito proprio a Napoli un attentato per mano dell’anarchico lucano Giovanni Passannante che l’aveva solo ferito mentre era in carrozza a Via Toledo. Umberto visitò i quartieri più poveri, quelli più colpiti dal morbo, incurante del contagio, sempre acclamato dalla folla. Tutto ciò gli valse il soprannome di “Re Buono”.

 

Autore articolo e foto: Angelo D’Ambra

 

 

 

 

 

 

“Finalmente nu rre che vvene a murì cu nnui!”

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