Il 5 giugno del 1944, dopo la liberazione di Roma, Vittorio Emanuele III nominò il figlio luogotenente generale del Regno, in base agli accordi tra le varie forze politiche che formavano il Comitato di Liberazione Nazionale, e che prevedevano di “congelare” la questione istituzionale fino al termine del conflitto. In Umberto II però è circondato da gente pronta a gettarlo ai lupi… Il testo che segue è estratto da “L’Italia della Luogotenenza” di Ludovico Incisa di Camerana.

***

In Umberto si verifica uno sdoppiamento tra il Luogotenente e il Principe. Il Luogotenente governa come un presidente di repubblica: il principe si muove come un pretendente ad un trono ormai sottratto alla dinastia, alla disperata ricerca di sostenitori validi.
Come capo di uno Stato repubblicano, il Luogotenente è impeccabile. Quando Bonomi rassegna le dimissioni del suo primo governo, Umberto, smentisce le recriminazioni delle sinistre che accusano il presidente dimissionario di aver restituito l’iniziativa alla Monarchia. Effettuerà le consultazioni di rito ricevendo le alte cariche dello Stato e i capi dei partiti, compreso Togliatti (solo Nenni e l’azionista Cianca rifiuteranno l’invito al Quirinale), terrà conto delle indicazioni ricevute incaricano nuovamente Bonomi.
Non approfitterà del suo ruolo, nè per dare l’incarico ad un personaggio al di sopra delle parti come Orlando nè influirà sulla nomina dei ministri. E se nel primo governo Bonomi, la Monarchia, può contare su Visconti Venosta, praticamente facente funzioni di ministro degli Esteri, nella nuova compagine non ha punti di appoggio precisi.
Non si può contestare al Luogotenente, come farà Jemolo anni dopo, di non aver inaugurato al Quirinale uno stile nuovo.
Scriverà Luigi Barzini: “Non chiedeva mai cosa fosse vantaggioso per la causa monarchica, per la corona, per lui, ma solo quale fosse il suo dovere di fronte alla legge e che cosa fosse più utle per l’Italia”.
Silvio Bertoldi: “Nessuno poteva negargli stile, senso della regalità , buon istinto. Parlava correntemente cinque lingue. Era il solo a poter discorrere con gli alleati senza bisogno di interpreti. Nessuno del suo governo riusciva a farlo: piccoli particolari ma significativi”.
Myron Taylor, rappresentante di Roosvelt presso il Vaticano e con filo diretto con la Casa Bianca: “Umberto fa euglamente buona impressione. La casa reale ha mantenuto le sue posizioni di controllo dinnanzi agli sforzi del comitato consultivo italiano intesi a cercare di degradare l’autorità del Principe Ereditario…”.
…Aggiunge Orlando che “al Principe viene perfino interdetta la partecipazione a feste e solennità nazionali comprese quelle che non hanno niente a che fare con le controversie politiche come, per esempio, la celebrazione del 18 Febbraio nella giornata del soldatoe del partigiano”.
In realtà il Vaticano si prepara a surrogare la caduta della Monarchia. La soluzione del problema italiano diventerà sempre più semplice: il partito cristiano sarà ugualmente il partito americano.
Il pretendente se vorrà vincere dovrà farlo per conto suo. La vera battaglia comincerà dopo.
Umberto, il pretendente ha la simpatia, ma non l’appoggio concreto dei poteri forti esterni che sono pronti a gettarlo ai lupi.

 

 

 

Fonte foto: dalla rete