Il 23 giugno del 1920 la Camera del Lavoro di Napoli guidò un lungo corteo di lavoratori e gruppi d’estrema sinistra che sfociò in violenti scontri con arditi e reduci di guerra.  Traiamo dal “Don Marzio”, giornale dell’epoca, la ricostruzione dei fatti narrati direttamente dal principale protagonista, il Tenente degli Arditi, Raffaele Tonacci, che lanciò sul corteo una bomba a mano causando un morto e ventidue feriti.

***

[…] Di fatti alle 14, da piazza Donnaregina, muoveva un corteo che percorrendo le vie della città doveva recarsi in piazza del Plebiscito, luogo prescelto per l’adunata.
Procedeva il corteo la banda del partito socialista: sequiva quella della Camera Confederale del Lavoro, indi le rappresentanze delle singole classi lavoratrici con le rispettive bandiere, i tessili, i tramvieri, i ferrovieri con alla testa il gruppo degli anarchici Monti e Melchiorre, la FIOM, i barbieri, i calzolai, i siderurgici, i gassisti, i metallurgici, e via via tutte le altre organizzazioni iscritte alla Camera del Lavoro.
Dalla massa compatta di oltre seimila sovversivi si innalzavano canti scomposti intramezzati da invettive contro tutto ciò che rappresentava istituizione del patrimonio della Patria.
Il grido di “Carne venduta” ali ex-combattenti e ai mutilati, rei soltanto di aver servito con purità di intenti nelle trincee il diritto sacro d’Italia, usciva dl loro fetido gargarozzo.
Il corteo era fiancheggiato da squadre di RR. Guardie e Carabinieri agli ordini dei valorosi commissari De Martino e Manzi e dell’eroico capitano dei RR. CC. Citerni; al suo passaggio tutti i negozi erano chiusi. Lo sciopero fu totalitario: perfino i becchini, dimentichi della loro sacra missione, avevano scioperato e furono sostituiti da soldati della Croce Rossa.
Ed un primo incidente verificavasi dinanzi all’Università: sulle scale dell’Ateneo erano raccolti numerosi studenti ed ufficiali degli Arditi, i quali mostravano la loro riprovazione per quanto in quel momento avveniva.
Io ero fra quel gruppo in compagnia dei tenenti Giuseppe d’Angola, Gianturco, Alredo Valle, del legionario Risaliti Innocenti Ugo e del camerata De Cristofaro Salvatore, il quale si trovava a Napoli per prendere ordini dalla sede dell’Associazione Arditi in merito all’azione che avrebbe dovuto svolgere nel Nolano, zona eminentemente rossa. Ne successe naturalmente uno scambio di invettive, e se il valoroso capitano Citerni non avesse ordinato ai carabinieri di stendersi a cordone fra le due parti, certamente si sarebbero anticipati gli eventi che si maturarono poi pochi minuti dopo a piazza Dante. Un secondo incidente si ebbe in via Medina, dove da un balcone sventolava un tricolore: anche qui lancio di invettive e prolungati sibili.
[…] Il corteo, percorrendo via Medina, svoltava per via S. Carlo, risaliva per via Roma, dove all’altezza della Galleria un soldato mutilato veniva schiaffeggiato dalla teppa rossa, che gli toglieva dal petto i segni del valore meritati nelle trincee insanguinate del Carso.
Fu allora che di fronte a tanta manifesta vigliaccheria mi decisi di agire. Difatti il giorno 22 dello stesso mese avevo consegnato in piazza del Plebiscito, a dispetto di tutti i bolscevici napoletani, in forma solenne, il gagliardetto che le eroiche donne fiumane avevano donato alla Sezione degli Arditi napoletani e che io stesso avevo avuto l’onorifico incarico di portarglielo.
Il momento per battezzarlo mi sembrava propizio. Difatti immediatamente mi recai alla Sezione presso gli Arditi i quali non appena mi videro capirono subito il motivo della mia presenza presso di loro…
Presenti all’Associazione si trovavano gli arditi Abbondante Domenico, Eugenio Villa, Mastandrea Mario, Ernesto Mele e Pasquale Cavaliere, e i giovani inscritti alla Scuola di arditismo Scipione e Spadetta. Non appena feci comprendere che non vi era tempo da perdere e che bisognava affrontare il corteo sovversivo, un urlo solo uscì dai loro petti: “Viva l’Italia! Abbasso il bolscevismo!”.
Io ero armato di un petardo «Tevenot» e di pugnale, arma caratteristica dell’ardito; gli altri solo del pugnale. Intanto il corteo si avanzava minaccioso con alla testa il gruppo anarchico e la bandiera portata dall’anarchico Melchiorre; gli arditi del popolo con Imondi facevano corona alle vilissime figure dei biechi traditori e vigliacchi on.li Misiano e Ga…
Il momento era decisivo, non vi era più tempo da perdere, bisognava agire e si agì.
Ordinai agli arditi Villa, Scipione, Mastandrea, Abbonante, Mele e Spadetta di seguirmi immediatamente; pres nelle mie mani il gagliardetto della nostra Sezione che era stato battezzato in piazza del Plebiscito il 21 giugno del 1920, e al grido di «Viva l’Italia!» ci avviammo verso il nostro destino.
Momento di grande e grave decisione! I sovversivi non appena ci scorsero cominciarono a lanciare contro ogni sorta di vituperi, grida ostili contro l’Esercito, i combattenti e di «carne venduta» agli arditi, seguite da lancio di soldi che ci fede maggiormente accanire. Gli arditi del popolo e gli anarchici cominciarono ad accerchiarci, presso di me il manipolo pugnace si difendeva strenuamente tentando di aprirsi un varco; l’ardito Eugenio Villa, con uno squillo di tromba suonato con infallibile fermezza cercava di intimorire la massa degli energumenti che diventavano sempre più minacciosi, pari alle balve assetate di sangue.
Intanto nel trambusto un sovversivo, profittando della confusione, armato di coltello, tentava di colpirmi per impossessarsi del gagliardetto; ma lo sconsigliato fu da me afferrato per un braccio in modo tale da farlo desistere dal suo delittuoso proposito; allora mi decisi: al grido di «Viv l’Italia! Viva l’Esercito! Abbasso il bolscevismo!», tolsi la coppiglia di sicurezza dal petardo e glielo lanciai.
La paurosa detonazione scompigliò la marea bolscevica facendola fuggire terrorizzata in tutte le direzioni, mentre gli Arditi brandivano i pugnali non per colpire, perchè l’Ardito colpisce il nemico solo quando è in piedi, atto ad offendere, non quando è battuto, ma semplicemente per strappare dalle loro mani i vessilli delle false ideologie.
Intanto i dimostranti, rifattisi dal primo sgomento, si raccoglievano in gruppi numerosi e cominciavano a percorrere le strade adiacenti per dare la caccia agli arditi i quali si difendevano strenuamente.
Nei pressi della piazza dello Spirito Santo il tenente D’Angola veniva aggredito da un gruppo di anarchici di Melchiorre e si difendeva strenuamente; il legionario Innocenti Risaliti Ugo veniva aggredito nei pressi del largo della Carità da un altro gruppo di sovversivi e si difenderà valorosamene, mentre l’ardito Abbonante Domenico, in via Tarsia, aggredito da un gruppo di sovversivi, con il solo pugnale infliggeva ai medesimi una dura lezione che certamente non potranno mai dimenticare: l’Abbonante, fedele e memore dei dieci comandamenti dell’Ardito, dimostrò che un ardito italiano valeva centro nemici della Patria.
Io ero in istato di arresto nell’ario di S. Domenico Soriano ed in consegna al commissario Serra ed l tenente dei RR. CC. Conte, i quali avevano a loro disposizione un battaglione di Guardie Regie armate di mitragliatrici; intanto, mentre la colluttazione più ferveva cruenta ed il corteo, ricompostosi, si dirigeva verso la nostra Sezione per devastarla per rappresaglia, io cercavo il modo di eludere la sorveglianza dei predetti funzionari per impossessarsi di una delle mitragliatrici.
Confesso però con molta franchezza che ebbi la fortuna di trovarmi in consegna a due funzionari che anche essi sentivano scorrere nelle vene il sangue della pura razza italica. Ciò rese più facile la mia evasione.
Essi si dibattevano tra il dovere e la disciplina ed il sentimento dell’animo loro che superava di molto il dovere e la disciplina imposta da un Governo imbelle: sentivo che essi erano con noi, con la nostra causa, perchè se ciò non fosse stato non avrei potuto impossessarmi della mitragliatrice ed in un baleno portarmi nella piazza ove alla vista dell’arma i bolscevichi fuggirono terrorizzati. Fu buona ventura per loro se fui costretto a non usarla; la presenza di essa fu sufficiente a fali desistere dai loro bollenti ardori.
Molte bandiere rosse furono strappate e spezzate, la bandiera della FIOM fu ridotta a brandelli nella violenta colluttazione e veniva sequestrata dalla polizia, mentre una commissione della Camera del Lavoro protstava presso le autorità che non avevano saputo garantire la loro incolumità dagli assalti dei banditi ed in segno di protesta proclamarono la serrata.
Intanto, di fronte alla sistematica, criminosa opera di denigrazione e di vilipendio nazionale della quale si facevano paladini tutti i disertori della Patria, gli Arditi d’Italia, stretti intorno a Benito Mussolini, in unione a pochi credenti, da un capo all’altro d’Italia elevavano i pugnali del Carso e delle loro battaglie disperate a Dio perchè li bene dicesse e perchè li difendesse contro gli accaniti nemici della Patria.
Immediatamente dopo veniva tratto in arresto e tradotto sul Commissariato di Sezione Avvocata unitamente agli arditi Villa, Scipione, Mastandrea e Abbonante, dove venivano sottoposti ad un sommario interrogatorio dove io affermai di avere capeggiato il Gruppo Pugnace e di avere arginato l’azione contro il corteo sovversivo.
La sera verso le ore 20 scortati da tre camion di guardie regie fummo tradotti alle Carceri di San Francesco per rispondere di porto abusivo di bombe a mano e di pugnale e di omessa denunzia, gli arditi di porto abusivo di pugnale e di omessa denunzia.
Superfluo sarebbe descrivere il trattamento inumano che subimmo nelle carceri di San Francesco.
Rimessi in libertà provvisoria dopo tre mesi di carcere, nell’ottobre si iniziò il grave processo contro gli Arditi di Piazza Dante.
In quell’epoca pochi avvocati difendevano gli Squadristi imputati per azione di piazza contro i sovversivi, fra essi gli avvocati Nicola Sansanelli, Gurgo di Castelmenardo, Cecere, Francesco Saverio Siniscalchi, Domenico Miranda, Bartolo Gianturco, Auriemma Domenico.
Noi eravamo difesi dai camerati Francesco Saverio Siniscalchi e Domenico Miranda ai quali Gabriele D’Annunzio dopo il processo volle conferire la medaglia di Ronchi con autografo.
I sovversivi nella loro deposizione asserirono che io li avevo provocati mostrando loro «il Tricolore» (tragica ironia)…