Il conflitto più lungo e duro tra la piccola Repubblica di Venezia e l’enorme Impero Ottomano fu la guerra per Candia che, scoppiata nel 1645, si concluderà solamente 24 anni più tardi, nel 1669. Tale conflitto costò un numero spropositato di vite: circa 130.000 furono i morti per i turchi e 29.000 per i veneziani. Se per terra la superiorità turca era schiacciante per mare era un’altra storia e di fatto la marina veneziana con un impressionante serie di vittorie guadagnò all’esercito numerose campagne assicurando regolari rifornimenti a un fronte a 1900 km dalla madrepatria e ponendo il blocco ai Dardanelli tagliando spesso i rifornimenti alle truppe turche sull’isola.

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Quando el leon alza la coa tutte le bestie sbasa la soa

Nella maggior parte dei libri di storia italiani sembra che dalla battaglia di Lepanto al Risorgimento gli stati italiani non abbiano mai partecipato a conflitti se non come vittime impotenti di invasioni. Questo trascura completamente l’operato degli eserciti – per esempio anche sabaudi che abbarbicati sulle Alpi e nelle pianure piemontesi ebbero un ruolo di rilievo – sproporzionato alle dimensioni degli stati della Penisola.

Per capire lo sforzo sostenuto dalla repubblica di San Marco e le dimensioni delle battaglie bisogna considerare che del XVII secolo in media una galeazza imbarcava 500 uomini e 34 cannoni, un vascello 450 uomini e 60 cannoni, una semplice galea 300 uomini e 7 cannoni. Questo vuol dire che ai Dardanelli nel 1656 la sola flotta veneta imbarcava 24000 uomini e 1950 cannoni. Per comprendere l’enormità di tali cifre per un piccolo stato basti pensare che ad Abukir si affrontarono 13 vascelli inglesi (962 cannoni) e 13 vascelli e 4 fregate francesi (1200 cannoni) mentre nella celebrata battaglia di Trafalgar la flotta inglese con 27 vascelli 4 fregate (2148 cannoni 17256 uomini) affrontò 33 vascelli e 5 fregate francospagnole (21580 uomini e 2656 cannoni).

Giacomo da Riva, il 12 maggio del 1649 nelle acque di fronte a Focchies, affrontò con 19 navi, ben 72 galee, 20 navi e 10 maone (galeazze per i turchi). Nella sconfitta i turchi persero 10 vascelli e 4 maone. Quando nel 1651 la flotta turca trovò nuovamente il coraggio di prendere il mare venne intercettata da quella veneziana guidata da Alvise Tommaso Mocenigo. Questi, a capo di una flotta di 28 vascelli, 6 galeazze e 24 galee, affrontò la flotta turca, forte di 53 galee, 6 maone e 55 vascelli (di cui però solo 37 armati), sconfiggendola in uno scontro che durò dal 7 al 10 luglio del 1651.

A quest’ultima battaglia parteciparono, in veste di semplici capitani, molti di coloro che si distingueranno negli anni successivi come: Lazzaro Mocenigo, Lorenzo Marcello e Francesco Morosini. Nella battaglia i turchi persero 16 navi e una maona. Sfortunatamente nessuna delle 72 galee turche venne né catturata né affondata. In questo modo rimaneva in mano turca il principale strumento per continuare a traghettare rinforzi a Creta.

Il 17 maggio 1654 la flotta turca che si presentò ai Dardanelli per forzare il blocco era preparata a dar battaglia e non solo a cercare di sgusciare via.
Forte di 40 galee 6 maone e 30 navi trovò ad attenderla la flotta veneziana, guidata da Iseppo Dolfin e da Daniele Morosini, con 16 navi, 2 galeazze e varie galee. Lo scontro che ne seguì fu estremamente caotico ma possiamo dire che, a uscirne vincitori, furono i turchi che riuscirono a forzare il blocco. I turchi persero nella battaglia 1000 uomini, 2000 feriti, un vascello bruciato, 7 galee affondate, 3 gravemente danneggiate e molte altre danneggiate e 10 galere dovettero essere disarmate perché rese inutilizzabili dal combattimento.

Già l’anno successivo Lazzaro Mocenigo inflisse una nuova sconfitta alla flotta ottomana composta da 60 galee, 3 maone, 30 navi e 45 galeotte, il 21 giugno del 1655. I veneziani, che disponevano di 24 galee, 6 galeazze e 25 navi a vela quadra, si impadronirono di tre sultane (grandi vascelli) in perfetto stato, che furono inviate a Venezia come trofeo, quasi tutte le altre navi a vela andarono perdute per incendio o per incaglio.
Complessivamente perirono 10.000 ottomani e furono catturati 500 prigionieri contro solo 200 morti e 200 feriti tra i veneziani.

L’anno successivo è la volta di Lorenzo Marcello di sconfiggere gli Ottomani, pur perdendo la vita nello scontro e questa fu una veramente grande vittoria che merita una descrizione più ampia

Il comandante veneziano Lorenzo Marcello raggiunse l’isola di Imbros, appena fuori dallo stretto dei Dardanelli, il 23 maggio 1656 con 13 vascelli, 6 galeazze e 24 galee oltre ad altri vascelli minori al comando di Pietro Bembo. L’11 giugno, 7 galee maltesi al comando di Gregorio Carafa giunsero sul posto in sostegno ai veneziani, facendo salire il numero totale delle navi della coalizione cristiana a 29 vascelli, 7 galeazze e 31 galee

Il 23 giugno gli ottomani, al comando di Kenan o Chinam Pasha, un russo convertito all’islam, apparvero allo stretto con 28 vascelli, 9 galeazze e 61 galee. Il 24 giugno le batterie d’artiglieria di terra dei turchi presso lo stretto spararono i primi colpi nella speranza di scacciare i veneziani, ma non riuscirono nel loro intento.
La mattina del 26 giugno i venti provenivano da nord e gli ottomani salparono velocemente dal momento che sapevano che le galee veneziane non sarebbero state in grado di assistere le loro stesse navi controvento. Poco dopo il mezzogiorno del 26 giugno, Sinau, col vento in poppa, diede l’ordine alla flotta di mettere alle vele, mentre le batterie costiere aprivano il fuoco contro la flotta veneziana. L’attacco fu rivolto verso l’ala destra della formazione cristiana che era la più debole. Bembo, capitano delle navi, reagì immediatamente dirigendosi con i suoi 19 vascelli verso il punto minacciato. Mentre si volgeva la manovra (aprivano la formazione lo stesso Bembo e Lazzaro Mocenigo che, combatteva come volontario su una sultana catturata l’anno prima alla quale era stato imposto il nome benaugurale di San Marco) il vento girò a ponente-maestro obbligando il Capitan Pascià a mettere all’orza per superare la punta dei Barbieri ed a far rimorchiare i vascelli dalle galere per evitare che scadessero.

Le rimanenti galere andarono ad ancorarsi sotto costa protette dalle batterie costiere. Le navi e le galere veneziane riuscirono ad interporsi tra le galere e le navi a vela nemiche costringendo queste ultime a tentare di rientrare negli stretti.
Nel violento combattimento lo stesso Lorenzo Marcello, dopo aver conquistato una galera nemica e mentre si accingeva ad attaccarne un’altra, fu ucciso da una cannonata.
Per evitare che la notizia si diffondesse tra la flotta cristiana, con le ovvie conseguenze, fu informato solamente il Provveditore Barbaro Badoer che, assunto il comando, trasbordò subito sulla galera generalizia e tenne il comando fino al temine dello scontro.

Il giorno successivo allo scontro si ebbero altre piccole schermaglie e sul finire del giorno, la flotta ottomana aveva perso 4 grandi navi, 5 galeazze e 13 galee che erano state catturate dai veneziani, mentre 22 vascelli, 4 galeazze e 34 galee erano state affondate o erano andate bruciate e i turchi ebbero 10000 morti e 400 prigionieri. Solo 2 vascelli e 14 galee ottomane riuscirono a fuggire. Delle navi catturate, i cavalieri maltesi ricevettero 2 galeazze, 8 galee e 1 “super galea” (forse una galea bastarda). I veneziani persero in tutto tre navi che andarono bruciate nello scontro, con 207 morti, 260 feriti e 94 dispersi. Le perdite maltesi ammontarono a 40 morti e più di 100 feriti. Circa 5000 cristiani impiegati come schiavi a bordo delle galee della flotta ottomana vennero liberati nell’operazione.

Il comando per l’anno 1657, assegnato all’ultimo ammiraglio rimasto, il giovane Mocenigo, già reduce dal 1655, prevedeva che si passasse a bombardare Costantinopoli. Il Mocenigo, giovane e impetuoso, anelava la battaglia. Presso l’isola di Scio si distruggeva l’ennesima flotta nemica (le risorse turche erano tali che ve ne erano almeno tre o quattro sempre a disposizione!) e le feste erano tali che il Mocenigo era eletto procuratore per gli alti meriti. Con quest’animo i veneziani imboccarono lo stretto. Se tutto sin lì era andato bene una specie di “maledizione” tornò a presentarsi alla flotta: correnti avverse, uomini schierati sulle rive per impedire lo sbarco dei veneziani, venti che mutavano con rapidità incredibile.

I turchi, ormai anch’essi abituati a quelle incursioni, avevano adottato efficaci contromisure. Il Mocenigo decise di andare con alcune galee a Imbro per rifornirsi di acqua e viveri e i turchi, che li stavano osservando, attaccarono con oltre 50 galee e l’appoggio delle batterie terrestri. Il 16 luglio 1657, in una giornata di pioggia e vento fortissimo, iniziò la battaglia. Nel caos che ne seguì con incredibile sorpresa le navi veneziane risultarono vincitrici e i turchi, forse intimoriti dalla presunta invincibilità dell’armata veneziana piuttosto che da un’effettiva azione di guerra, si diedero alla fuga. Il Mocenigo, conscio che tutto si sarebbe giocato in poche ore, pur essendo quasi sera e avendo attorno a sé appena 10 navi, ordinò l’assalto.

Una burrasca bloccò l’azione che venne rinviata alla mattina successiva. La mattina trascorse senza vento e, alla sera, quando finalmente s’alzò, la flotta riprese la navigazione. Le batterie costiere tempestarono senza effetto l’avanzata delle navi e ormai Costantinopoli era quasi in vista quando accadde l’impensabile che mutò in pochi secondi il corso dell’intera guerra. Un colpo di cannone colpì una velatura che, cadendo, uccise il Mocenigo; pochi secondi dopo un secondo colpo centrò la polveriera della nave, facendola saltare in aria. L’avanzata si fermò e la notte bloccò la lotta. Il nuovo ammiraglio era Lorenzo Renier, un ultrasettantenne che non aveva mai avuto un vero comando e che era giunto lì solo per anzianità. Spaventato e timoroso per il morale della truppa (forse a ragione) decise di ritirarsi, concludendo in un nulla di fatto la campagna

Il 1657 fu l’anno decisivo: troppe perdite, nessun vero ammiraglio rimasto in vita, tutte le battaglie vinte ma senza aver piegato un nemico troppo superiore. Venezia, sola e con risorse limitate, aveva fatto il possibile e già il 24 agosto i turchi andavano all’attacco riconquistando le poche isole catturate dai veneziani in precedenza. Il Renier, completamente passivo, venne destituito ma ormai era troppo tardi e, inoltre, non vi era nessuno che lo sostituisse validamente

Questo costrinse il governo veneziano a rendersi conto che ormai la guerra non poteva più esser vinta ma, anche i turchi si resero conto che le perdite sarebbero state durissime e rinunciarono ai progettati attacchi contro la Dalmazia e l’Adriatico. La fortezza di Candia cadde infine solo il 6 settembre 1669 e con essa la guerra finì.

 

Autore articolo: Gianluca Bertozzi

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: Laureando Roberto Vaccher, L’Esercito veneziano e la difesa di Candia 1645-1669. Il costo di una vittoria mancata; S. Lanfranco, La guerra di Candia 1644-1699 e il blocco dei Dardanelli 1654-1657. «Arremba San Marco»!

 

 

 

Gianluca Bertozzi, laureato in Giurisprudenza, è studioso di storia militare