Vittorio Amedeo di Savoia, re di Sicilia

Vittorio Amedeo di Savoia, re di Sicilia

Alla fine del primo decennio del ’700, dopo la conclusione della Guerra di Successione Spagnola, sui regni di Napoli e Sicilia tramontò definitivamente l’astro della corona di Spagna, il lungo periodo vicereale, che durava dal 1503, si concluse con un’epoca complessa ed instabile, laboratorio delle alchimie politiche della grande diplomazia internazionale. Il conflitto tra la Grande Alleanza antifrancese, guidata dal Sacro Romano Impero e dall’Austria, e l’unione dinastica franco-spagnola iniziò nel 1701 e coinvolse direttamente Napoli e la Sicilia, modificandone profondamente gli assetti ed incidendo sulla loro storia successiva. Con i trattati di pace firmati ad Utrecht nel 1712 e a Rastadt nel 1713, il Regno di Napoli fu assegnato all’Austria, mentre la Sicilia, ristabilita quale regno autonomo, sarebbe stata ceduta dalla Spagna al Duca di Savoia. Iniziò in questo periodo la prima parentesi sabauda nell’Italia meridionale, quasi centocinquanta anni prima della nascita del Regno d’Italia.
Vittorio Amedeo II, Duca di Savoia dal 1675, ottenne il titolo di Re di Sicilia dopo una lunga trattativa con gli emissari di Filippo V, il quale pose numerose condizioni per la cessione dei domini siciliani, che portò alla firma dell’atto di cessione il 13 luglio del 1713, nel quale, oltre al riconoscimento del titolo regio per il Duca di Savoia ed i suoi successori, fu stabilito un particolare regime giuridico per l’isola: la Sicilia sarebbe rimasta formalmente feudo spagnolo, con la clausola che essa sarebbe ritornata nei domini della Corona di Spagna all’estinzione dei rami maschili di Casa Savoia, inoltre, sarebbero state mantenute tutte le immunità già concesse ai siciliani, ma i beni dei sudditi già confiscati per i reati di tradimento sarebbero rimasti nella disponibilità del Re di Spagna. Il nuovo sovrano giunse in Sicilia alla fine di ottobre del 1713, assieme alla Regina consorte, Anna Maria d’Orleans, e, alla vigilia di natale dello stesso anno, venne incoronato con una solenne cerimonia nella cattedrale di Palermo, tra l’esultanza dei palermitani. Per la prima volta dal 1409 il Regnum Siciliae riacquistava la propria indipendenza politica e la propria fisionomia territoriale. Il programma del sovrano sabaudo era ambizioso, dopo aver ricostruito e difeso per gran parte della sua vita il ruolo e l’indipendenza del piccolo stato subalpino, Vittorio Amedeo era intenzionato all’edificazione di un regno di rilevanza europea che ne avrebbe definitivamente consacrato il prestigio. Il suo primo discorso pronunciato innanzi al parlamento siciliano fu un vero e proprio manifesto politico: “I nostri pensieri non sono rivolti ad altro che a cercare di avvantaggiare questo Regno per rimetterlo, secondo la Grazia di Dio, al progresso dei tempi, riportarlo al suo antico lustro e a quello stato cui dovrebbe aspirare per la fecondità del suolo, per la felicità del clima, per la qualità degli abitanti e per l’importanza della sua situazione”.

L’incoronazione di Vittorio Amedeo di Savoia e Anna d’Orleans come sovrani di Sicilia tratta dall’opera di Pietro Vitale, La felicità in trono, edita a Palermo nel 1714

L’opera di riordino del Regno iniziò dalla organizzazione della compagine statale, in Sicilia fu esportato il sistema piemontese, ricalcato sul modello della Francia del Re Sole, che prevedeva un forte accentramento istituzionale e l’azione del governo operata per il tramite di intendenti regi residenti nelle singole province. Parallelamente fu avviata la riforma fiscale, con una serie di provvedimenti volti alla razionalizzazione ed alla ridistribuzione del carico delle imposte, già nei primi mesi del regno di Vittorio Amedeo, infatti, fu introdotta in Sicilia la “Misura generale dei territori delle comunità”, cioè la modalità di censimento della proprietà fondiaria, già sperimentata da un quindicennio in Piemonte, per la creazione di un catasto generale. La riforma assoggettava anche i feudi all’esazione fiscale ed andava ad intaccare le secolari immunità dell’aristocrazia, in una politica di generale aumento della pressione fiscale che prevedeva l’imposizione tasse ordinarie e tributi di natura straordinaria. Questi ultimi erano finalizzati particolarmente al potenziamento dell’esercito e della marina militare, in un disegno di valorizzazione delle opportunità dell’isola, specie in relazione alla sua vocazione di potenza navale.

 

Incoronazione di Vittorio Amedeo, bassorilievo della cattedrale di Palermo

L’esercito fu organizzato anch’esso sul modello piemontese: il fulcro era costituito dai Reggimenti di ordinanza nazionale, su più battaglioni perennemente mobilitati e posti direttamente alle dipendenze del sovrano in campagna, ad essi si aggiungevano i Reggimenti provinciali, articolati su un battaglione solo, posti di guarnigione territoriale in ciascuna provincia dello stato. Al suo arrivo Vittorio Amedeo aveva portato con sé un piccolo esercito di seimila effettivi, che comprendeva il reggimento di cavalleria Dragoni di Piemonte, sei battaglioni di fanteria nazionale piemontese ed un reggimento svizzero, ma nel corso del 1714 vennero costituite nuove unità interamente siciliane, poste al comando della migliore aristocrazia locale: il principe Giuseppe Alliata di Villafranca ebbe il comando della Compagnia Siciliana Guardie del Corpo, il reggimento di fanteria Valguarnera-Sicilia fu affidato al principe Francesco Saverio di Valguarnera, il Reggimento Gioeni fu costituito direttamente da Francesco Gioeni dei duchi d’Angiò. Queste forze imponenti furono impiegate principalmente nel ristabilimento dell’ordine interno, con una dura campagna contro il brigantaggio che minacciava le città interne e la sicurezza delle comunicazioni nell’entroterra. La Marina da guerra era invece destinata ad operare in contrasto alla pirateria barbaresca che infestava le rotte del Mediterraneo meridionale, l’obbiettivo più stringente era infatti la salvaguardia delle coste siciliane e la tutela dei collegamenti tra Palermo e Villafranca di Nizza, la piccola base navale piemontese. Nel 1717 fu emanato il primo “Regolamento della Marina”. Nel complesso, la Reale marina siciliana fu composta originariamente da quel che restava della squadra navale ceduta dalla Spagna, con una sola galera, la Militia, in ordine di battaglia, ed un battaglione piemontese di marina, poi, tra il 1716 e il 1717, a Palermo furono varate altre cinque galere e tre velieri, che andarono a costituire l’ossatura della flotta. Questa operò di concerto con la Marina mercantile, al cui potenziamento, per sostenere i traffici commerciali verso la Francia e verso oriente, furono dedicate ingenti risorse.
In campo interno, malgrado gli iniziali tentativi di collaborazione, divampò in modo evidente lo scontro con le gerarchie ecclesiastiche, l’intenzione di Vittorio Amedeo II era di limitare le ingerenze pontificie in Sicilia e si assoggettò anche il clero al pagamento delle imposte. Ad inasprire i rapporti si aggiunse la cosiddetta “controversia liparitana” che, sin dal 1711, contrapponeva la Santa Sede al Regno di Sicilia circa la esenzione fiscale dei beni ecclesiastici e la rivendicazione dell’antico privilegio di Legazia Apostolica dei Re di Sicilia, che consentiva a questi ultimi di nominare direttamente i vescovi. Papa Clemente XI scomunicò gli esattori che avessero riscosso le imposte sulle decime ecclesiastiche, per reazione l’ultimo Vicerè spagnolo aveva destituito tutti i vescovi che si erano schierati con il pontefice, pertanto, quando Vittorio Amedeo prese possesso del Regno, molte diocesi risultavano vacanti e tutta l’isola era stata colpita da interdetto, il clima di scontro rimase rovente per tutto il periodo della dominazione sabauda. Anche il modello accentratore era inevitabilmente destinato a generare il malumore dell’aristocrazia isolana, che si sentì menomata nella propria tradizionale autonomia e vide attaccati i propri patrimoni, in contraddizione con l’impegno di conservarne inalterati i privilegi. Ai baroni fu imposta una più rigida responsabilità nell’amministrazione della giustizia nei propri feudi, furono di malavoglia coinvolti nella lotta ai briganti, in contrasto con l’atteggiamento di tolleranza che fino ad allora aveva caratterizzato il loro approccio al fenomeno, ma soprattutto furono assoggettati al pagamento dei donativi per finanziare la lista civile della corona. Di contro, per quanto una certa vulgata storiografica affermi il contrario, l’aristocrazia siciliana fu coinvolta direttamente nell’amministrazione dello Stato, provando a legare le classi dirigenti, storicamente filo spagnole, alla nuova corona. Le più alte magistrature furono occupate da numerosi siciliani: Presidente della Regia Gran Corte di Giustizia fu il marchese Vincenzo Ugo, Sovraintendente al commercio del Regno fu il marchese Vincenzo Ventimiglia, protonotaro del Regno fu Don Domenico Papè Montaperto. Il nuovo sovrano largheggiò anche in riconoscimenti, in soli cinque anni furono creati ben tre cavalieri dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata e otto gentiluomini di camera di Sua Maestà, inoltre, un gran numero di giovani donne appartenenti alle famiglie nobili siciliane furono create “figlie d’onore della Regina”. Per quanto fosse un convinto assolutista, Vittorio Amedeo II mantenne sempre le prerogative del Parlamento siciliano e tentò di comprenderne le dinamiche ed assecondarne le richieste.

Il Vicerè Maffei, Museo Civico di Mirandola

Subito dopo l’incoronazione i nuovi sovrani intrapresero un lungo viaggio nelle province del Regno, incontrando personalmente l’aristocrazia locale e rendendosi conto un prima persona della realtà e delle usanze del proprio popolo. Il viaggio iniziò il 18 aprile 1714 da Palermo e toccò numerose città prima di giungere a Trapani e Nicosia, vi fu una lunga tappa a Leonforte, poi furono visitate Catania e Messina, infine il viaggio terminò con il ritorno a Palermo, ove Vittorio Amedeo rese omaggio alla grotta di Santa Rosalia. Rimase in Sicilia fino al 7 settembre 1714, allorché ripartì alla volta del Piemonte, conscio delle difficoltà che la lontananza dal potere centrale e lo spirito autonomista siciliano avrebbero rappresentato un problema di difficile soluzione. Alla partenza del sovrano il piemontese conte Annibale Maffei fu nominato Vicerè, fu questi a perseguire la politica di riordino dello Stato e a dover gestire il contrasto con la Santa Sede, ebbe particolare attenzione alla buona amministrazione ed allo sviluppo del commercio, anche se operò solo un limitato intervento in campo normativo. Rimase a Palermo fino all’invasione spagnola del 1718, lasciando la città il 6 settembre per ritirarsi a Siracusa con un modesto contingente di truppe, prima di abbandonare definitivamente l’isola.
Lo spirito irrequieto dei siciliani risultava difficilmente conciliabile con le esigenze di controllo e di normalizzazione proprie della mentalità sabauda, inoltre, le mire di Filippo V di Spagna di ristabilire la propria influenza sulla penisola italiana, rendevano instabile la permanenza dei Savoia in Sicilia, per di più nella fragilità della pace europea. Gli equilibri furono rotti nel giugno 1718, quando una potente armata spagnola invase l’isola potendo contare sull’appoggio di gran parte della nobiltà locale, la rapida avanzata degli spagnoli contro le esigue forze siciliano-piemontesi scatenò la sollevazione delle corporazioni commerciali palermitane, desiderose di veder tutelati gli antichi privilegi, che costrinsero alla fuga il governo vicereale. Mentre numerose città caddero in mano spagnola, Vittorio Amedeo affidò l’estrema resistenza del proprio Regno alle forze della Grande Alleanza, che condusse una lunga guerra in terra siciliana fino al 1720. L’impossibilità di conservare il difficile dominio e l’opposizione dell’Inghilterra, che con la sua flotta era stata determinante nella battaglia di Capo Passero per la sconfitta degli spagnoli, convinsero Vittorio Amedeo II a rinunciare alla corona di Sicilia in cambio del Regno di Sardegna. Il sovrano sabaudo maturò la consapevolezza che il suo Stato non era ancora pronto ad assumere il ruolo di grande potenza mediterranea che risultava quale corollario del possesso della Sicilia. La brevità del possesso non fu comunque priva di effetti sul piccolo Piemonte e sul rapporto di Vittorio Amedeo con i siciliani, numerosi infatti rimasero al suo servizio anche dopo il 1720 dando un contributo determinante al successivo Regno sardo. Primo fra tutti il messinese Filippo Juvarra che, nominato primo architetto civile, ebbe modo proprio in Piemonte di misurarsi con le grandi ambizioni del principe dandogli forma con la propria arte.
Il retaggio della dominazione sabauda in Sicilia è ancora caratterizzato dalla considerazione della eccessiva fiscalità e dalla sua esigua durata, è però da considerarsi quale tentativo di modernizzazione della realtà siciliana, troppo a lungo trascurata nel periodo vicereale. Quelle medesime iniziative di Vittorio Amedeo trovarono nuova applicazione e maggior fortuna, anche se in un clima geopolitico completamente mutato, due decenni dopo, con Carlo di Borbone.

 

Autore: Salvatore de Chiara

Fonte foto: dalla rete

 

Riferimenti
AA.VV. Archivio Storico Siciliano, Anno III, Palermo 1876

Gianni Oliva, I Savoia. Novecento anni di una dinastia, Mondadori 1998

Vittorio Amedeo, II duca di Savoia, re di Sicilia, re di Sardegna”, in Enciclopedia Italiana, Treccani, Ed. 1936.

Flavio Carbone, Vittorio Amedeo II e la marina sabauda, in Bollettino d’Archivio dell’Ufficio Storico della Marina Militare, anno XXV, marzo 2011

Enrico Ricchiardi, Bandiere della fanteria di linea nazionale sabauda (1690-1773), Centro Studi Piemontesi, vol. XVII, Torino 1988

Alberico Lo Faso di Serradifalco, Vittorio Amedeo II: un anno in Sicilia, Società Italiana di Studi Araldici, 2005

1 Comment

  1. molto interessante e documentato – così si deve fare la storia

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