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Alfonso III d’Este, Duca di Modena e Reggio

Emblematica dei suoi tempi fu la figura di Alfonso III d’Este, Duca di Modena e Reggio. In lui infatti si concentrano tutte le caratteristiche dei principi del Seicento: orgogliosi, prepotenti, fanatici sotto il profilo religioso, predisposti agli intrighi e, soprattutto, pronti a tutto per difendere la “riputazione” della propria Casata, anche a costo di vendicarsi in modo cruento per qualsiasi offesa arrecata al buon nome della stessa.

Già nel 1610 infatti, quando aveva da poco compiuto i diciannove anni, osò criticare apertamente il padre, il Duca Cesare, tacciandolo di lassismo nella repressione di una serie di omicidi e contestandolo per aver cercato di vendere il feudo di Soliera, per fare cassa. Stanco di attendere pazientemente il suo turno, soprannominò il genitore “Padre Eterno” perché, sebbene già anziano (almeno per i canoni dell’epoca), non si decideva a “togliere il disturbo”, così consentendo a lui di prendere le redini del potere. Memorabile poi, quando era ancora un principe, fu l’accanimento con cui perseguitò la nobile famiglia Pepoli, a seguito di una disputa di natura successoria che lo oppose al Conte Ercole, preso a tal punto in odio da Alfonso da aver accordato asilo e protezione a Donna Vittoria, moglie del Pepoli scappata di casa a motivo delle presunte vessazioni inferte dal marito. Sicuramente per ingraziarsi il suo nuovo nume tutelare, quest’ultima si affrettò a vergare un memoriale in cui, oltre ad elencare con dovizia di particolari le malefatte del marito, aggiunse che lo stesso “infinite volte straparlava delli principi di Modena, sì d’huomini, come di donne, tanto morte che vive”. Tanto bastò perché, poco dopo, il povero Conte Ercole fosse rinvenuto morto ammazzato in quel di Ferrara, davanti a Palazzo Turchi. Oltre al nome dei sicari materiali di quel delitto, si riseppe subito che il mandante era proprio lui, il principe Alfonso III d’Este, al quale la famiglia del defunto giurò che l’avrebbe fatta pagare.

Fu dunque un vero miracolo se, al culmine di una terribile faida fatta di vendette, uccisioni ed attentati (uno dei quali compiuto persino nei giardini del palazzo ducale modenese), Alfonso non ci “rimise le penne”. Di quest’ultimo, soltanto un fatto tanto tragico, quanto inaspettato, avrebbe cambiato radicalmente la vita, riuscendo nel contempo a placare quella scia di sangue. Nell’agosto del 1626, infatti, la sua adorata moglie Isabella di Savoia morì subito dopo aver dato alla luce il quattordicesimo figlio (una bimba) in diciassette anni di matrimonio, non prima però di aver implorato sul letto di morte il marito di far cessare tutto quell’odio. Profondamente colpito, da quel momento in poi Alfonso si placò, dedicandosi sempre più alla meditazione ed alla preghiera. Quando poi, dopo tanto aspettare, alla morte del padre nel dicembre del 1628, l’ancor giovane vedovo si pose finalmente sul capo la corona ducale, si accorse ben presto che ormai non faceva più per lui, risolvendosi a distanza di soli sette mesi ad abdicare, nella rocca di Sassuolo, in favore del figlio Francesco. Una settimana più tardi partiva alla volta di Merano, per indossarvi il saio dei Cappuccini.

Da quel momento in poi si fece chiamare fra’ Giovanni Battista da Modena ed in un primo tempo “non volle più sapere nuove alcune né del governo, né dei congiunti”, limitandosi a “travagliare al servizio del prossimo, per la gloria di Dio”. La calma però durò solo un paio d’anni, perché presto nel suo petto tornò a battere il cuore dell’orgoglioso principe che era stato. Così, col medesimo piglio con cui aveva difeso l’onore della Casata, si dedicò alla sua personale opera d’apostolato, che non cercava le conversioni, ma piuttosto le pretendeva, senza lesinare rimbrotti e minacce indirizzate un po’ a tutti, ma anche al figlio, il novello Duca Francesco I, accusato di scarso fervore religioso.

Rientrato a Modena nel 1632, tenne una serie di infuocati sermoni dal pulpito del duomo cittadino, davanti ad un pubblico così folto che “poco è mancato che vi sia sofogato i figlioli”. Nel tentativo di convertire gli Ebrei locali, poi, profuse un’energia tutta speciale, obbligando l’intera comunità ad assistere alle sue prediche e ad inviare i figli al catechismo. Stufo di quell’ingombrante presenza, il Duca in carica ben presto pensò bene di liberarsene, anche perché il fraticello aveva ricominciato, poco a poco, ad impicciarsi negli affari di Stato.

Col pretesto di costruirgli un nuovo convento a Castelnuovo di Garfagnana, Francesco I riuscì finalmente, dopo aver fatto persino intervenire il Papa, a farvi trasferire il fastidioso frate, ottenendo così l’agognato risultato di “tenere il suddetto padre lontano da codesti Stati”. Messo in condizione di non nuocere, il “Duca-Cappuccino” finì serenamente i suoi giorni terreni il 24 maggio del 1644 e fu sepolto nella chiesa del suo convento, dove il figlio Francesco I fece erigere in suo onore un magnifico monumento funebre. Di lui, non è forse azzardato dire che la sua “metanoia” (“conversione” o meglio ancora, in senso più letterale, “cambiamento di pensiero”) si ridusse più ad una meta ambita, che ad un risultato effettivamente raggiunto.

 

 

Autore articolo: Anselmo Pagani

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: L. Chiappini, Gli Estensi, mille anni di storia

 

 

Anselmo Pagani, laureato in giurisprudenza, è studioso di storia e divulgatore

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