Antonello da Messina, il più grande pittore del Quattrocento

E’ ai margini dei piani di studio scolastici, ridotto a sintesi fugace nei libri di testo, eppure non esitiamo a presentarlo come il più grande artista del Quattrocento. Antonello da Messina ha forse un’importanza superiore a quella di Piero della Francesca o del Mantegna, ma a cosa valgono certi paragoni quando l’arte stessa vi si ribella nei suoi sussulti di originalità ed innovazione? 

Antonello è di fatti il riformatore dell’arte del secondo Quattrocento. Apriamo questo articolo con la Pala di San Cassiano, dipinta a Venezia nell’ultima sua stagione. Oggi a Vienna, quest’opera è la migliore rielaborazione della gravida interiorità fiamminga e della silente riflessione di Piero della Francesca. I colori creano effetti di luce caldi che donano morbidezza alle figure.

Educato alla scuola napoletana di Colantonio, Antonello da Messina lascia nella capitale del regno angioino il San Girolamo nello studio, opera del 1460 che esprime il realismo delle fisionomie appreso in città nel volto duro del santo al centro di un vasto ambiente di studio che libera la mente verso il creato attraverso archi e volte già rinascimentali.

A Napoli, negli ambienti di Palazzo Zevallos, è stato presentato ad inizio anno uno dei capolavori dell’artista. Si tratta del Ritratto Virile Trivulzio dipinto nel 1476 e conservato al museo civico d’arte antica di Torino. L’opera raffigura un anonimo uomo vestito alla moda patrizia veneziana e fu realizzata a Venezia, in un soggiorno di Antonello, o forse in Sicilia.

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Antonello da Messina, Ritratto Virile Trivulzio, 1476, Museo civico d’arte antica di Torino

 

Con la stessa carica espressiva, Antonello aveva già dipinto tele presso la corte milanese degli Sforza ed altre ne dipingerà a Venezia come quella Crocifissione, oggi conservata ad Anversa, che sembra catapultare il sacrificio di Cristo nello stretto di Messina.

Fu probabilmente nelle Fiandre così come a Roma, dove incontro nel 1459 Pietro della Francesca, e quando i sui pennelli danno vita al Salvator Mundi, nel 1465, la sua pittura è già matura nell’intensità dei tratti somatici,  nella vivacità dei colori e delle forme. Tutto presto si trasferisce in una sequenza di ritratti dall’accesa passionalità e maschile e femminile. E’ una pittura che coglie con estremo realismo l’uomo in un mezzo sorriso, in una occhiata celata, in una smorfia o in un pensiero che non diventa parola. Ecco l’innovazione di Antonello da Messina.

E’ una pittura indubbiamente siciliana e siciliana è anche la Vergine annunziata che, nelle caratteristiche fisiche ed in quelle morali, riceve l’annuncio. Non è la classica rappresentazione del fatto evangelico, mancano gli elementi dell’iconografia tradizionale, tutto è focalizzato sulla Vergine, sull’attimo in cui pronuncia l’Eccomi e prende possesso dello spazio con la mano destra che avanza e si apre, mentre la sinistra chiude chiude i lembi del manto.

C’è spazio per lui anche al Louvre che ne conserva il Condottiero: alcuni critici l’han definito il suo testamento, vi si vede un’uomo fiero che giunge alla luce con lo sguardo ricco di dignità di un figlio di uno scalpellino assurto a grande della pittura italiana. In lui la luce unifica, illumina, dà espressione, vivifica. Così Antonello da Messina pose origine al Rinascimento.

 

 

Autore: Angelo D’Ambra

Fonte foto: tratte dalla rete

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