Aversa e i fantasmi del monastero del Carmine

Urbanisticamente collocato extra moenia civitatis  il venerabile Monastero del Carmine rientra in un discorso  tutto angioino,  fondato infatti  nel 1315. A tale data corrisponde l’arrivo dei Carmelitani ad Aversa che ottennero dei locali, da adibire poi a cenobio, da un certo Egidio de Mustarola. Un primo ampliamento è del 1623, quando i padri ottennero in enfiteusi alcuni territori a nord e a occidente del complesso. La fabbrica del Carmine è stata, quasi come  per una negativa alchimia,  sempre legata a momenti di rovina strutturale aggravati dai numerosi terremoti che nel ‘600 sciamarono più insistentemente;  tanto è che nel 1746 i monaci, proprio in virtù dello  stato di decadenza dilagante, si videro costretti ad avviare un percorso di risistemazione che preferì lo smantellamento della preesistente struttura medioevale con la consequenziale ricostruzione ex novo di tutto l’impianto.

I lavori furono affidati a Francesco Maggi già noto ad Aversa e si protrassero abbastanza a lungo, sia per motivi economici sia  per un contenzioso con la vicina proprietà  di Onofrio De Bernardis e di Francesco Di Giorgio i quali  lamentavano un ampliamento volumentrico della chiesa a danno delle attigue  proprietà. I lavori avviati con Maggi e proseguiti con lo Sciarretta  e poi con Pasquale Vitale, diedero alla chiesa l’aspetto strutturale che oggi è possibile, nonostante tutto, leggere. Un impianto a croce latina con unica navata dilatata in orizzontale e cappelle laterali alternate a confessionali, scandite da paraste, il tutto  uniformato da un architrave, che funge da cornice e  corre lungo tutto il perimetro adeguandosi alle sporgenze degli elementi architettonici, sintetizzando tutto quanto l’impianto sovrastato  e concluso da una volta a botte lunettata.

Nel 1757 furono firmati i contratti per gli stuccatori, segno che la struttura muraria fosse completata e nel 1761 il marmoraro Giacomo Masotti ottenne la commessa per eseguire gli altari maggiore e laterali al transetto nonchè la balaustra. Quasi interamente speculare dell’aula della navata è l’ipogeo a cui si accede mediante una botola presente al centro della navata attraverso una rampa a tenaglia. Tale ipogeo dove sono visibili i segni della stratificazione ospita intatti  gli scolatoi che cadono proprio al di sotto della zona absidale,  è flebilmente illuminato da un clipeo iscritto in una lunetta.

Stagliata con un piglio di aristocratica severità, elegantemente protesa verso l’alto – grazie all’alto tamburo su cui poggia – la cupola della chiesa del Carmine con i suoi 150 palmi di altezza –  si impone sulla città rivendicando con dignità il primato di essere la più alta delle cupole cittadine; essendo nel 1826 crollata quella del complesso dell’Annunziata. Foriera di una suggestione che la colloca su  una linea di confine fra leggenda e realtà, la cupola risente delle influenze compositive dell’architetto Francesco Grimaldi  (padre teatino) che, attivo nella seconda metà del ‘500, partecipò, si occupò a Napoli della sistemazione del complesso di San Paolo Maggiore, di Santa Maria degli Angeli a Pizzofalcone. Pensata in funzione del proprio esterno ottempera alla funzione di cerniera fra i due mondi, interno ed esterno: la facciata; argutamente inclinata rispetto al corpo di fabbrica contiguo si mostra severa nel suo impianto e nelle sue partiture.

Costruita su due registri, scandita da lesène binate culmina con un frontone curvilineo e da accesso a un atrio li giustapposto per attenuare la percezione longitudinale della struttura. Il Carmine è, forse a tutt’oggi,  la profanazione più efferata e urlante che Aversa presenta. Il complesso del Carmine intraprende la propria parabola discendente all’indomani dell’abolizione degli ordini monastici ai primi dell’ottocento. Consegnato dal Demanio alla direzione del Genio Civile  fu adibito a scuderia.

Nel 1822, l’allora Sindaco  cav. Tommaso De Fulgore, a fronte dei problemi che gli aversani ebbero con gli alloggi militari delle truppe austriache, stabilì che venisse realizzata a spese del comune una nuova cavalleria, a cui fece seguito un’istanza presentata dallo stesso  sindaco per riscattare la proprietà dei locali dove era allocata la cavalleria.

Nel 1825 il Vescovo Durini avanzò l’ipotesi che presso la struttura del Carmine fossero trasferite le donne del conservatorio Mater Dei.  E il Carmine fu nuovamente oggetto di disputa stavolta fra il vescovo, appoggiato dal decurionato, e il ministro della guerra; il 4 luglio 1827 si deliberò a favore del vescovo e le scuderie furono allocate nell’allora vuoto Complesso di Sant’Antonio. La delibera fu impugnata dalla Guardia Reale che riteneva troppo lontana dalla Caserma Grande le nuove scuderie. La disputa, nel 1839, continuava alacremente e mentre gli uomini disputavano la fabbrica carmelitana, in bilico nel limbo della controversia, iniziava senza un’identità a ripiegarsi su stessa avvolta dalle edere che cingevano il lato settentrionale della struttura.

Numerosi furono i tentativi di restauro e di riuso nel 1849, nel 1851, nel 1857. Nel corso del novecento il complesso ha ospitato  il distretto militare e una scuola di cui sono ancora ben visibili le tracce, ai carmelitani si sostituirono poi gli agostiniani che rimasero all’incirca fino agli anni settanta. È press’a poco da allora che il complesso monumentale imperversa dimenticato nonostante abbia anche fatto parte del fondo FEC. E rubati sono i marmi degli altari di cui resta solo un misero scheletro, rubati sono i marmi della pavimentazione, rubate le suppellettili, rubati i vari arredi, i dipinti,le campane,  rubati addirittura i blocchi in pietra con gli anelli per le briglie dei cavalli. Le immagini,  a cui solamente un silenzio meditativo dovrebbe fare da commento, ci rendono partecipi della vita  e della non vita di questo complesso.

 

Autore articolo e foto: Grazia della Volpe, giornalista

 

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