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Battaglia di Fornovo

Carlo VIII, dopo aver attraversato l’Italia con estrema rapidità, nell’agosto del 1495 entrò nel Regno di Napoli, suo obbiettivo, per poi abbandonarlo davanti alla lega costituitasi tra i principi italiani, gli Aragona, il pontefice, i veneziani e Milano. La sua preoccupazione divenne allora quella di uscire dalla Penisola prima che la malaria contratta nel Sud Italia decimasse il suo esercito, lasciandolo in balia del nemico. Non pose che pochi uomini di guarnigione a Napoli e con milleduecento soldati risalì l’Appennino. Fu un cammino difficile, che mise a dura prova la devozione delle sue truppe. Avevano sostato a Siena e poi a Pisa, ma ciò era servito solo al nemico, dandogli il tempo di organizzarsi. L’esercito francese, stanco della lunga marcia, rallentato e sfiancato dal trasporto delle artiglierie, senza cibo, senza paghe e falcidiato dalle febbri, si ridusse ad ottomila combattenti, quando, il 5 luglio 1495, presso Fornovo, circa trenta chilometri a sud-ovest di Parma, Francesco Gonzaga, Marchese di Mantova, gli mosse contro le sue schiere.

Carlo VIII raggiunse Fornovo e da qui si accorse che gli italiani avevano scelto a proprio vantaggio il campo di battaglia. Si trovava in una valle da cui poteva uscire solo prestando il fianco all’esercito nemico, maggiore in numero e situato in posizione di forza su una collina a nord del villaggio, oltre il fiume Taro.

Il messo Philippe de Commynes domandò il passaggio, offrendo soldi in cambio di cibo. I comandanti della Lega santa chiesero tempo per ragionare sulla possibilità di acconsentire alle richieste francesi, ma Carlo VIII capì che era solo uno stratagemma per perder tempo in modo che il suo esercito continuasse a soccombere per fame e febbri. Inviò allora in avanscoperta un drappello di quaranta cavalieri guidati dal maresciallo Pierre de Rohan, signore di Gié, ma essi furono rapidamente messi in rotta dagli stradioti di Venezia. Si decise allora a dar battaglia.

Mise in marcia la sua armata consapevole che le artiglierie erano fuori uso perchè le piogge dei gorni passati avevano bagnato le polveri. Con la forza si sarebbe fatto largo nello schieramento italiano per continuare il cammino. Gli fece strada Pierre de Rohan, mentre Carlo VIII era al centro dello schieramento, vestito d’armatura e circondato da nove uomini, tutti guerrieri di valore e rango aristocratico, tutti vestiti come lui per evitare che fosse identificato e catturato. Un secondo corpo era affidato a Louis de la Trémoille, visconte di Thouars,  e le retrovie erano poste al comando di Jean de Foix, visconte di Narbonne, il padre di Gaston. Anche i valletti si erano armati come potevano. Sembrò che tutti avessero messo da parte stanchezza e fame, gli uomini di Carlo VIII si erano accesi improvvisamente di entusiasmo per affrontare quell’impresa. Lo stesso re era diverso. “Il piccolo re, scrisse Commynes, non era più riconoscibile, poiché era alto, fermo, audace. Andai da lui e lo trovai armato e montato sul cavallo più bello che abbia mai visto ai miei tempi: e sembrava che questo giovane fosse abbastanza diverso dalla sua natura, per le sue dimensioni e per la sua carangione; e questo cavaliere così alto aveva un bel visto e parole sagge ed audaci”.

Non appena gli italiani, che erano sulla riva destra del Taro, si accorsero che il nemico non era più disposto a perder tempo in trattative, attraversarono il torrente e attaccarono l’esercito francese ai suoi estremi, riuscendo nell’intento di stringerlo in una morsa. In quarantamila si mossero per avvolgere l’intero esercito e far prigioniero il re. La carica della cavalleria leggera della lega perse l’impeto impantanandosi nel terreno fangoso della riva, appesantito dalle piogge dei giorni precedenti. Il Gonzaga attaccò la retroguardia ed è lì che intervenne Carlo VIII in persona. Il sovrano si espose così tanto che per due volte rischiò di fenire catturato e molte altre corse il pericolo di essere gravemente ferito. Accadde pure che dei nemici afferrarono la briglia del suo cavallo e lo liberò solo l’intervento di Mathieu de Bourbon, il Grand Batard de Bourbon, che poi inseguì i nemici e finì prigioniero del Marchese di Mantova, suo cugino. Durò tutto appena un’ora. I due schieramenti si divisero. I francesi avevano perso circa mille uomini, la lega ne aveva persi il doppio. Fu dichiarata la tregua per seppellire i morti lasciati in balia dei ladrocini di contadini e soldati, poi Carlo VIII levò il campo e proseguì il suo cammino.

Chi aveva vinto? Gli italiani avevano spazzato via l’accampamento francese, portandone via le tende ed il tesoro reale, in gran parte poi finito a Venezia, dove fu innalzato un Te Deum nella convinzione di aver ottenuto una vittoria schiacciante. La loro vittoria però schiacciante non lo era stata affatto. Quando l’avevano avuta in pugno, gli stradioti si erano abbandonati al saccheggio. Li avevano poi seguiti gli uomini del Gonzaga, anch’essi interessati alla razia e dimentichi del combattimento. Carlo VIII ne aveva dunque approfittato ed aveva scagliato i suoi all’inseguimento del nemico. Si era poi fermato ed aveva richiamato le sue truppe senza avere una chiara idea di cosa stesse avvenendo in tutto il campo di battaglia.

La giornata allora ebbe un vincitore diverso, uno per i cronisti italiani ed uno per quelli francesi. Si scrisse che se il signore di Gié non avesse placato l’ardore delle sue truppe, ignaro di quanto accadeva nella retroguardia e nel corpo di battaglia, dove il suo re aveva la meglio, i francesi avrebbero potuto annientare i nemici. Fatto sta che Carlo VIII chiese la tregua e poi lasciò il campo prima del Gonzaga il quale, a sua volta, si lasciò sfuggire la possibilità di prenderlo prigioniero.

La calata di Carlo VIII fu paragonata dal pontefice a quella dei barbari. Era stata inutile ed infruttuosa, non solo a Fornovo l’intero bottino razziato a Napoli era andato perso, ma, mentre si combatteva, la guarnigione francese lasciata all’ombra del Vesuvio capitolava davanti alla flotta di Ferdinando II d’Aragona.

 

 

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Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: P. de Commynes, Mémoires; M. Sanudo, La Spedizione di Carlo VIII in Italia

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