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Berengario del Friuli, re d’Italia

Con la morte di Carlo il Grosso, re dei Franchi e Imperatore dei Romani, il trono d’Italia restò vacante, conteso per lungo tempo da Berengario del Friuli, nipote di Ludovico il Pio, e da Guido II di Spoleto che s’era fatto acclamare pure re di Francia, nel marzo dell’888, mentre il suo rivale era riuscito a farsi incoronare nella Basilica di San Michele, a Pavia, da Anselmo, arcivescovo di Milano. Guido non tardò ad armare un suo esercito, prevalentemente composto da cavallieri francesi, e mise in fuga Berengario, costringendolo a ritirarsi in Veneto senza avere le forze per respingere quell’invasione. I due contendenti vennero ad un primo scontro nelle vicinanze di Brescia e Berengario ebbe la meglio. L’inverno impose una tregua ma il friulano ne approfittò per incontrare, a Trento, Arnolfo di Carinzia, che aveva deposto Carlo il Grosso, e concedergli alcune terre dell’Adige in cambio del riconoscimento come re d’Italia. L’accordo piacque al tedesco, ma sul campo di battaglia, nell’889, presso il fiume Trebbia, poco distanti da Piacenza, Guido costrinse Berengario a fuggire per aver salva la vita, guadagnandosi lo status di fatto di re d’Italia.

Se il friulano se ne stette indisturbato nei suoi posseddimenti, senza rinunciare al titolo regale frutto di una consacrazione vescovile che poteva essergli revocata solo con scomunica, fu allora Arnolfo a preoccuparsi delle cose d’Italia per non perdere i territori concessigli a Trento. Servirono a poco le ambascerie, dovette inviare a Pavia suo figlio Zventibaldo perchè Guido, non solo s’era fatto riconoscere re d’Italia, ma s’era pure fatto incoronare imperatore il 21 febbraio a Roma e aveva portato dalla sua tutti i vescovi riconoscendo loro terre, beni e privilegi. Zventibaldo, affiancato da Berengario, non fu capace d’ottenere la vittoria contro Guido e allora toccò al padre calare in Italia. Arnolfo conquistò Brescia, assediò e mise al sacco Bergamo, ottenne la dedizione di Pavia e Milano ma, con Guido rinchiuso a Spoleto, e il cattivo tempo invernale che minacciava i passi montani, non gli restò altro che tornarsene in Germania. Una seconda spedizione portò Arnolfo a scontrarsi con Lamberto, figlio di Guido, succeduto al padre nell’894.

Il tedesco si fece incoronare imperatore a Roma, il 21 febbraio dell’896, dal nuovo papa Formoso, poi fu colpito da un ictus celebrale che lo paralizzò e non potette far altro che rimettersi in marcia e attraversare il Gran San Bernardo per rimpatriare, mentre Lamberto e Berengario tornavano, tacitamente, a coesistere. Intanto morì Formoso e i suoi nemici scatenarono un’oscena e violenta reazione inscenando un macabro processo al cadavere riesumato del defunto pontefice, colpevole d’aver chiamato in Italia un re straniero. S’aprì per Roma una fase di gravi disordini e anarchia, Stefano VI, successore di Formoso, fu despoto e assassinato, in breve tempo si avvicendarono papa Romano, papa Teodoro II e Giovanni IX che confermò l’elezione imperiale di Lamberto e annullò quella di Arnolfo, pur riabilitato papa Formoso.

Berengario, tagliato ancora fuori dai giochi, si riarmò, passò l’Adda e piombò su Milano. Nell’ottobre dell’898 Lamberto morì per una caduta da cavallo durante una battuta di caccia e fu allora Berengario a ritrovarsi solo al potere. Il friulano finalmente poteva dirsi re d’Italia eppure non fu tutto roseo per lui: gli ungari, fomentati dal livoroso Arnolfo di Carinzia, invasero l’Italia per la via dell’Isonzo dando il via ad una serie brutale e interminabile di razzie. Berengario se li ritrovò nel suo Friuli e, da re d’Italia, dovette fare l’impossibile per scacciarli. Raccolse quindicimila uomini da tutta la Penisola e, senza uno scontro frontale, riuscì a respingerlo oltre il Brenta. Gli invasori allora chiesero trattative di pace e proposero di restituire il loro bottino, Berengario rifiutò ogni confronto tentando a tutti i costi quella battaglia che, se vinta, gli avrebbe dato gloria e legittimazione. La battaglia avvenne, il 24 settembre dell’899, sul Brenta sul guado tra Nove e Cartigliano, ma furono gli ungari ad avere la meglio: l’esercito italiano fu disperso e messo in fuga, ricominciarono i saccheggia in Emilia, in Veneto, in Lombardia, e Berengario ne uscì umiliato e i suoi sostenitori volsero la loro fedeltà a Ludovico di Provenza.

Ludovico di Provenza armò un esercito e varcò le Alpi entrando senza combattere a Pavia dove fu proclamato re il 12 ottobre del 900. L’anno successivo fu incoronato imperatore a Roma da Benedetto IV. Berengario risponde armando il suo esercito e Ludovico, spaventato, tornò in Provenza. Passarono appena due anni e Ludovico si ripresentò in Italia, stavolta decise di non andare a Pavia ma a Verona, città fedele a Berengario. Non si sa il perchè di questa scelta che appare insensata e che in effetti gli costò tanto: Ludovico fu qui catturato e trascinato davanti a Berengario che ordinò che gli fosserò strappati gli occhi. Il trono d’Italia restò così a Berengario seppure egli non ebbe il controllo pieno del regno, e ciò che più continuava a tormentarlo era l’umiliazione patita contro gli ungari. Doveva riscattarsi e ci provò, rispose all’appello di papa Giovanni X e andò in guerra contro i saraceni stanziati sul Garigliano. Ebbe finalmente il successo cercato e il papa lo incoronò imperatore.

I suoi nemici allora si riarmarono e chiamarono Rodolfo di Borgogna. La battaglia cruciale si ebbe a Fiorenzuola il 17 luglio del 923 e fu un trionfo per Rodolfo e il partito contrario a Berengario, retto dal conte palatino Olderico, da Lamberto, arcivescovo di Milano, da Gilberto, conte di Bergamo. Lo sconfitto Berengario riaprò a Verona e pianificò la sua vendetta assoldando allora degli ungari che attaccarono e appiccarono le fiamme ad una indifesa Pavia. Un mese dopo, sulla soglia d’una chiesa veronese, Berengario fu ucciso dal pugnale dello sculdascio Flamberto, che volle punirlo per la distruzione della città lombarda.

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: M. Milani, Arduino e il regno italico

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