Bruto, eroe o parricida?

Eroe o parricida? Traiamo dall’opera “Bruto” di M.L. Clarke, le seguenti riflessioni sulla complessa figura di Bruto.

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L’esistenza di Bruto è costellata di anomalie e contraddizioni: uomo di alti principi si abbassò a speculazioni finanziarie, tradizionale nemico di Pompeo combatté al suo fianco durante la guerra civile, amico e protetto di Cesare cospirò contro di lui e lo uccise, uomo di studio si trasformò in uomo d’azione, amante della pace in comandante militare, sostenitore della legalità e del rispetto delle forme costituzionali assunse poter straordinari in Macedonia e in Asia Minore, e proprio un uomo che aveva lasciato l’Italia per scongiurare una guerra civile divenne il capo di un grande esercito che combatteva contro i suoi compatrioti. Quale spiegazione possiamo trovare per tutto ciò?

…Possiamo supporre che Bruto, lacerato dal conflitto fra i suoi principi morali e l’amicizia, fra le inclinazioni naturali e le esigenze politiche o militari, celasse nell’animo dubbi e lotte interiori: un uomo, secondo la celebre definizione di Shakespeare, “in guerra perenne con se stesso”. Noi facciamo fatica a individuare tutto ciò nelle testimonianze storiche in nostro possesso; se veramente la debolezza e l’insicurezza, facevano parte del carattere di Bruoo, erano ben dissimulate. Apparentemente era un uomo deciso e sicuro di sé: quicquid vult valde vult (“qualsiasi cosa vuole, la vuole fermamente”) diceva di lui Cesare, psicologo più fine di tanti storici. Dalle lettere a Cicerone e dalle affermazioni menzionate da Plutarco emerge un uomo fortemente convinto della giustizia della propria causa e della liceità della propria azione.

…Il fallimento finale non deve influenzare in senso negativo la valutazione delle sue doti intellettuali; era forse troppo intransigente per essere un politico di successo e non esiste alcuna prova dell’esistenza di un suo programma politico articolato per risolvere le crisi istituzionali in cui versava Roma. Era tuttavia ricordato come governatore modello della Gallia Cisalpina e, dopo un periodo iniziale di inattività, dette prova di sorprendenti doti di energia nell’organizzazione delle forze repubblicane contro i triumviri. Il conseguimento del controllo dell’area del Mediterraneo orientale – che ottenne insieme a Cassio – e la costituzione dal nulla di un esercito capace di affrontare Ottaviano e Antonio furono importanti risultati; anche se la sua strategia risultò discontinua, Bruto si mostrò sul campo di battaglia un comandante valoroso.

In un’età in cui l’eloquenza era uno dei requisiti di base per l’uomo politico, Bruto fu un oratore di rilievo, per quanto non fra i più insigni. Dotato di una vasta cultura, in campo filosofico ebbe il merito, insieme a Cicerone, di aver dato vita a una letteratura filosofica in lingua latina; come pensatore non fu più originale di altri romani del tempo, ma si allontanò più di Cicerone dal pensiero greco. Come abbiamo notato in precedenza, i suoi scritti davano un’impressione di sincerità. Bruto, dunque, fu molto versatile e, in un’età come quella, costellata di personalità poliedriche, si distinse contemporaneamente in tanti campi come pochi altri.

…Coloro che oggi identificano la lotta per la libertà con la rivolta di un popolo o di una classe oppressa, ben difficilmente possono comprendere questi tentativi di difendere la libertà messi in pratica da un aristocratico conservatore che mirava soltanto alla restaurazione dello status quo. Bruto concepiva la libertà come assenza di un padrone e la identificava con un regime aperto, dibattiti in Senato,  magistrature annuali, vale a dire le antiche istituzioni repubblicane che impedissero qualsiasi concentrazione del potere nelle mani di un uomo solo. Questo culto della libertà, che Bruto mutuava dalle tradizioni della Roma repubblicana e della sua famiglia, se dovette essere profondamente sentito dagli aristocratici per nascita come Bruto, che potevano aspirare a cariche pubbliche, non aveva altrettanto valore per la plebe di Roma e per i provinciali sottoposti al governo o alle vessazioni di romani…

Con la fine della repubblica romana sul campo di Filippi qualcosa d’antico andò perduto. Messalla forse il più valido dei giovani romani reclutati da Bruto in Grecia, svolse un ruolo di primo piano a Filippi, ma dopo la sconfitta si riconciliò con Ottaviano e combatté al suo fianco contro Antonio ad Azio. A Ottaviano che osservava la sua apparente incoerenza, Messalla rispose che in entrambe le occasioni aveva combattuto per la causa migliore e più giusta. La causa di Bruto non era la migliore solo perchè era la causa della libertà, ma perchè era anche quella della virtù. Orazio, che come Messalla si riconciliò con il nuovo regime, dedicò un’ode a un amico e commilitone sotto Bruto, un certo Pompeo, in cui ricorda la loro amicizia prima di Filippi e la battaglia, cum fracta virtus: virtus non significa qui soltanto valore, ma richiama il pensiero di Bruto, autore di un’opera sulla virtù e che della virtù aveva fatto la guida della propria vita. Nonostante gli errori e i limiti, Bruto aveva una statura morale superiore a tutte le personalità romane dei suoi tempi. La virtà era stata infranta a Filippi ma, come dopo ogni tragedia, la vita continuava e Orazio dovette cercare una morale meno eroica di quella di Bruto, ma più consona alla nuova società emergente.

 

 

 

Fonte foto: dalla rete

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