Carlo Alianello, profilo biografico

Carlo Alianello era piuttosto un uomo solitario che un frequentatore di convegni, eppure non c’è stato momento della storia del tradizionalismo meridionalistico e borbonico che non abbia dovuto in qualche modo confrontarsi con lui. E a lui si deve se lo argomento stesso tradizionalista uscì da circoli eletti ma chiusi per divenire in qualche modo popolare.

In verità egli non accettava molto la definizione di scrittore borbonico, e probabilmente anche quella di nostalgico di un improbabile passato. I suoi alfieri e soldati del re non si battono per una speranza, ma per una sorta di nobiltà della sconfitta che impedisce loro di tradire il giuramento e passare dalla parte del vincitore, come pure tanti fecero. Vinti della storia, rimpiangono di essere nati in un momento sbagliato, ma non sperano di poter impedire davvero la caduta del Reame e l’invasione dei tracotanti e spregiudicati piemontesi. Non potrebbero battersi contro lo spietato Cialdini o contro il senza patria Garibaldi, quei distinti ufficiali di professione a tutto educati tranne che a fare la guerra: una metafora del Meridione di ogni tempo, forse di tutti i Meridioni del mondo. Non solo al Garigliano, ma a Gettysburg, a Sadowa, i difensori della tradizione furono assai più valenti a lasciarsi uccidere che a uccidere essi il nemico. Ma non sono dei nichilisti con stile come il principe di Salina, solo delle anime coerenti con un dovere.

Squisitamente cristiano senza modernismi, tradizionalista nei principi ma non legato a contingenze storiche, anzi confida in un moderato e provvidenziale progresso; revocatore di altri tempi, non crede in una qualche fissità di forme sociali e politiche; conoscitore profondo delle pieghe della psicologia meridionale, non è per questo un decadentista che si crogiola di morte: condanna, infatti, l’invidia che del Mezzogiorno è il male atavico, per cui “non vogliamo star bene, vogliamo che il vicino stia male” e “non abbiamo mai avuto un re nato nel nostro paese”.

Era egli nella sua persona una sorta di simbolo della vicenda storica meridionale: il padre, originario di Potenza e ufficiale dell’esercito, discendeva da una famiglia fedele ai Borbone; la madre era di Tito, e i suoi avi furono liberali. Carlo nacque a Roma il 20 marzo 1901; trascorse, nei trasferimenti del padre, i primi anni in Sardegna, a Firenze, di nuovo a Roma. Per diverse situazioni non seguì la carriera del padre come pareva volesse fare, e studiò lettere, insegnando nei Licei, poi divenendo ispettore ministeriale. La sua vocazione era la letteratura, e iniziò a collaborare con importanti riviste e giornali.

Scrisse di teatro, forse senza grande successo, ma conservò questa tendenza per la futura attività di sceneggiatore. Trovò la sua via attraverso gli studi storiografici, giungendo, in tempi poco inclini a tale tendenza, a un’operazione coraggiosa di revisione della linea ufficiale postrisorgimentale, rivolgendo la sua attenzione al mondo degli sconfitti del 1860. La sua visione della storia è squisitamente cattolica, anche in opposizione al paganesimo di Evola e Guenon, allora in auge in certi ambienti. Allievo dei gesuiti e sincero credente, vede nella caduta del Regno delle Due Sicilie anche un’operazione massonica e anticattolica.

Il primo libro revisionista “L’Alfiere”, del 1942, narra le vicende risorgimentali da un punto di vista borbonico; un tale atteggiamento gli causò i sospetti del regime fascista, troppo sensibile al patriottismo. Venne tenuto ai margini dagli ambienti letterari ufficiali e, diremmo oggi, politicamente corretti, anche nel dopoguerra democratico. Ottenne tuttavia premi prestigiosi – Campiello, Bagutta, Marzotto. Con “Soldati del Re” del ’52; “L’eredità della priora” del ’63, forse l’opera migliore; e “La conquista del Sud” del ’72 continua la narrazione alternativa dell’unificazione del 1860; con “L’inghippo”, del 1973, estende la sua analisi al periodo dei primi decenni dello Stato unitario. Il suoi libri godettero di popolarità, tanto da indurre la RAI a due fortunati sceneggiati: uno, del 1956, tratto da “L’Alfiere”; e l’altro, “L’eredità della priora” del 1980, suscitando anche fenomeni di costume e tendenze musicali care ai giovani.

Tematiche squisitamente religiose troviamo in “Il mago deluso” del 1947; “Maria e i fratelli “ del ‘55; “Nascita di Eva” del ‘66. Da ricordare anche “Lo scrittore o della solitudine” del ’70, autobiografico; “Il galletto rosso” del ‘71, racconti per ragazzi. Si può considerare un saggio storico “La conquista del Sud”, che, con ricchezza di documenti, interpreta i fatti dell’unificazione anche come un rapporto conflittuale tra il re, la borghesia e il popolo; e non senza l’influenza della massoneria e di interessi non italiani. Senza degenerare in invenzioni di ricchezze che mai furono, Alianello mostra di conoscere bene il Meridione borbonico nelle sue luci e nei suoi non negati difetti; e nei curiosi intrecci tra la storia e le mille piccole vicende di persone forse finiti in mezzo ad eventi maggiori di ogni loro stessa intenzione.

Con ciò Carlo Alianello, anche come storiografo, resta un raffinato scrittore. Il tradizionalismo napoletano gli deve in parte la sua ispirazione iniziale; e andrebbe recuperato anche come modello di revisionismo equilibrato e sensato; e che non si dimentichi, anche nel turbinio di recenti influenze materialistiche, che con Alianello il tradizionalismo e il revisionismo sono nati cattolici. Morì a Roma l’1 aprile del 1980, lasciando il suo ricco archivio a Tito, il paese della madre. Ho partecipato come relatore un paio di anni fa a un bel convegno in cui si annunziavano grandi cose finora rimaste non grandi ma solo annunzi.

Autore: Ulderico Nisticò

La foto di Carlo Alianello è tratta dal web.

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