Condizioni di vita dei soldati nel Settecento

Tra la Battaglia di Torino del 1706, e quella dell’Assietta del 1747, intercorrono circa quarant’anni. Quarant’anni, che fecero sì che cambiassero gli avversari contrapposti nei due campi: nella prima, Vittorio Amedeo II di Savoia contro Luigi XIV; nella seconda, Carlo Emanuele III di Savoia, contro Luigi XV. Quarant’anni dopo, erano cambiati i re, ma non era affatto cambiata la vita militare, per i soldati. Non abbiamo molte testimonianze, sulla vita quotidiana delle truppe piemontesi di quel periodo, mentre è stato scritto abbastanza sui coevi eserciti europei.

Albert Duruy, nella sua “L’armée royale en 1789” (apparsa postuma nel 1888), affermava che, alla fine del XVIII secolo, la “vie quotidienne du soldat”, non era affatto migliorata rispetto ai tempi di Luigi XIV: «Le soldat, …, n’a pas changé depuis les guerres de Louis XIV».

Una delle caratteristiche della vita militare, con cui i soldati dovevano convivere, era, per esempio, la mancanza di igiene e di pulizia. Duruy scriveva: «L’ancien régime n’entendait rien à l’hygiène, et de toutes les parties de l’administration militaire, après les hôpitaux, le casernement, avait toujours été la plus négligée» (“Ai tempi dell’Ancien Régime, nonostante il pericolo di epidemie, l’igiene non era affatto una delle maggiori preoccupazioni, nell’esercito. Esso era assolutamente trascurato negli ospedali, e lo era ancora di più nelle caserme e negli acquartieramenti militari”). E proseguiva Duruy: “E’ vero che a quei tempi la gente si accontentava di molto poco e, sentiva molto meno il bisogno di vivere in modo confortevole, tuttavia… […] Il re Luigi XIV pretendeva che la nobiltà vivesse a Versailles, assieme a lui. Ma se non conoscete in quali condizioni vivevano i Cortigiani, andate a Versailles, e chiedete di mostrarvi, nei sottotetti del castello, le topaie dove era alloggiata la bassa nobiltà, ossia la «première noblesse du royaume», e capirete perché, alla fine del diciottesimo secolo, si trovasse naturale, in uno stesso letto, far dormire normalmente due soldati («on trouvait tout naturel encore, à la fin du XVIIIe siècle, de faire coucher deux soldats dans le même lit»)”.

Albert Duruy asseriva che questa condizione di sudiciume, oltre che per il soldato della Francia, era comune anche al soldato dell’Austria e della Prussia. Sorprendemente, pare che ciò non accadesse invece al soldato inglese, almeno secondo quanto affermato nel 1849 da Étienne-Alexandre Bardin, nel suo “Dictionnaire de l’Armée de Terre, ou Recherches Historiques sur l’Art et les Usages Militaires, des Anciens et des Modernes“: «Il n’y avait, que les Anglais, qui le fussent mieux», ossia “Non c’erano che i soldati inglesi, che stessero meglio“.

Non erano affatto soddisfacenti, invece, le condizioni del soldato sabaudo, come leggiamo nel saggio di Sabina Loriga “Soldati. L’istituzione militare nel Piemonte del Settecento”: «I soldati, in guarnigione, occupano solitamente edifici di fortuna, si insediano in locande e strutture fatiscenti ,nelle quali il sovraffollamento e le precarie condizioni igieniche, favoriscono la diffusione di malattie infettive quali febbri tifoidi, vaiolo, dissenteria. A conferma della gravità della situazione sanitaria vi sono i dati sulla mortalità fra i soldati in tempo di pace che, secondo alcuni studiosi, talvolta è anche di tre volte superiore a quella della popolazione civile».

Ma come vivevano invece i soldati dell’esercito prussiano, che costituiva l’orgoglio di Federico il Grande? Sotto il profilo delle punizioni corporali irrogate per ogni genere di mancanza, certamente molto peggio dei loro colleghi piemontesi e francesi. Una rivelazione curiosa, fatta dagli scrittori testimoni del periodo, è che i soldati del più famoso esercito europeo vivevano nell’indigenza, a causa del loro soldo molto misero. E’ interessante in proposito leggere alcuni passi tratti dal “Journal d’un voyage en Allemagne fait en 1773, par Jacques-Antoine-Hippolyte, Comte de Guibert”. Il Conte di Guibert, stratega i cui scritti influenzarono Napoleone, era rimasto colpito nel vedere, nelle strade di Berlino, i soldati che, deposta momentaneamente la divisa, cercavano di trovare vari espedienti per sostentarsi: “Voi vedrete dappertutto dei soldati fuori servizio, senza uniforme, sudici, malamente pettinati, stracciati, trasandati. Soldati ad ogni angolo di strada, qui a Berlino, che esercitano ogni tipo di professione: cocchieri, lacchè a pagamento, venditori di fiammiferi, persino mendicanti. Per principio, in Prussia, nessuna professione avvilisce il soldato; tutto va bene, purchè egli guadagni del denaro” («Vous voyez partout, soldats hors de service, sans tenue aucune, malpropres, mal peignés, déguenillés même, enfin comme ils veulent. — Soldats à tous les coins de rue, — dans Berlin, — exerçant toute espèce de professions: conducteurs de fiacres, laquais de louages, vendeurs d’allumettes, mendiants. On a pour principe, en Prusse, qu’aucune profession n’avilit le soldat ; que tout est bien, pourvu qu’il gagne de l’argent»). Nell’esercito prussiano, vigeva comunque una disciplina ferrea, con punizioni draconiane: si dice che Federico il Grande avesse affermato che, nel suo esercito, ciascun soldato, più che il nemico, avrebbe dovuto temere il proprio superiore.

La durezza della vita militare prussiana, provocava un enorme numero di disertori: il re, nel 1711, aveva tentato di porre a ciò un argine, comminando delle pene pesantissime, tese a terrorizzare gli aspiranti fuggiaschi; tutti sapevano che, se catturati, avrebbero subito il taglio del naso e delle orecchie, e sarebbero stati inviati ai lavori forzati a vita. Nonostante le minacce, la situazione non sembrò affatto cambiare, essendo che nel testo di Guibert leggiamo che negli accampamenti militari prussiani le sentinelle avevano la specifica funzione di impedire non solo agli estranei di entrare, ma anche ai soldati di fuggire: “Fanteria tutta accampata su una linea; guardie del campo a 150 passi dalle fasce del campo, catena di doppie sentinelle vicine l’una all’altra. Stessa catena sui lati e dietro. In quale altro esercito vi è una tale cortina impenetrabile, per evitare che i soldati lo abbandonino? Quando vanno in guerra, è costante nei reggimenti prussiani che un quarto dei soldati approfitti delle battaglie per disertare; in tempi di pace, questo è impossibile. La disperazione colpisce la maggior parte di questi infelici, così reclusi e ridotti alla vita più miserabile, anche a causa della modestia della loro paga; i suicidi sono molto comuni tra di essi, specie in quel terzo delle compagnie formate da stranieri. Quando vengono arruolati, vengono convinti a firmare un ingaggio che dura diversi anni, ma li si inganna su ciò che li aspetta…” Infanterie toute campée sur une ligne ; gardes du camp à 150 pas des faisceaux, chaîne de sentinelles doubles à deux pas les unes des autres. Même chaîne sur les côtés et derrière. Quelle armée, sous ce point de vue, que celle où l’on est obligé d’enceindre ainsi les drapeaux, pour empêcher que les soldats ne les abandonnent! Il est constant que, dans la première campagne, les régiments prussiens peuvent compter sur un quart de déserteurs ; en temps de paix, cela est impossible. — Désespoir de la plupart de ces malheureux, ainsi enfermés et réduits, par la modicité de leur solde, à la vie la plus misérable ; suicides très communs parmi les soldats, surtout parmi cette classe d’étrangers qui forme le tiers des compagnies et qu’un moment d’inconstance a privés de la liberté pour leur vie. Quand on les engage, on leur fait bien une capitulation pour tant d’années, mais presque toujours on les trompe…»).

”Presque toujours on les trompe”, quasi sempre li si arruola con l’inganno: e proprio questa fu la sorte di Ulrich Bräker (1735-1789), il quale, nato in Svizzera in una famiglia contadina dalle troppe bocche da sfamare ed emigrato in Prussia per fare il domestico, si ritrovò arruolato a sua insaputa e mandato in guerra. La sua autobiografia “Lebensgeschichte und Natürliche Ebenteuer des Armen Mannes, im Tockenburg” (“Storia della vita e delle avventure di un poveruomo, a Tockenburg”), che racconta le sue esperienze, è lo specchio di un’epoca: “Io e i miei compagni, facevamo continuamente dei piani di fuga. A volte la cosa ci sembrava prossima e possibile; altre volte ci sembrava di avere davanti una montagna invalicabile; ma ogni volta ci spaventava la paura delle conseguenze. Ogni settimana, sentivamo raccontare le storie dolorose dei disertori catturati i quali, anche se avevano adoperato grande astuzia, e si erano camuffati da marinai o da altri lavoratori o anche da donne, o si erano nascosti dentro botti e barili, erano stati inevitabilmente scoperti. I disertori, dovevano passare anche otto volte in mezzo a duecento uomini armati di verghe, che li flagellavano finché essi cadevano senza fiato; e il giorno successivo dovevano correre di nuovo, con gli abiti lasciati cadere dalle spalle sanguinolente, e di nuovo si colpiva là sopra, finchè i cenci strappati e intrisi di sangue cadevano loro sui pantaloni. […] Ciò che poi accadeva sulla piazza d’armi ci dava motivo ad analoghe considerazioni. (…) Ma non ci faceva meno male nell’animo vedere altri trattati per ogni piccolezza in questo modo, senza alcuna misericordia, e noi stessi per tutto il tempo così maltrattati: a dover stare spesso per cinque ore intere, stretti nella nostra uniforme come avvitati, a marciare diritti come pali in tutte le direzioni, e a fare ininterrottamente manovre rapide come il lampo, e tutto ciò agli ordini di un ufficiale che stava davanti a noi col viso furente e col bastone alzato, e che ci minacciava in ogni momento di colpirci. Con un simile trattamento anche i tipi più robusti venivano indeboliti, e anche il tipo più paziente diventava pieno di rabbia. Quando, al termine delle esercitazioni, tornavamo in caserma spossati, dovevamo correre a togliere ogni macchia dalla nostra uniforme, perché essa era bianca con la giubba azzurra. Al primo mattino, sulla piazza, venivamo ispezionati da un ufficiale: la nostra uniforme doveva apparire immacolata, e ogni bottone doveva essere lustro, così come il fucile, e la giberna. Se così non era, il primo saluto che ricevevamo era un grosso colpo di bastone”.

La disciplina militare prussiana, con le sue punizioni, era proverbiale. Non ho letto di trattamenti simili, nell’esercito sabaudo, sebbene in tutti gli eserciti dell’Ancien Régime frustare fosse un’abitudine (a quei tempi, la frusta era una punizione comune per le persone sottomesse all’autorità di qualcuno: soldati, marinai, prigionieri, monaci, monache, scolari, ecc.). Nell’Armée francese, la frusta fu abolita nel 1789, mentre in Inghilterra soltanto nel 1831. In ogni caso, leggete cosa scriveva Giuseppe Baretti nel suo “Dei modi e costumi d’Italia”, pubblicato a Londra nel 1768, dunque durante il regno di Carlo Emanuele III di Savoia: «I Piemontesi si dimostrano grandemente superiori agli altri Italiani come soldati. Tale è lo spirito marziale in Piemonte, che persino i più rozzi contadini ambiscono ad un’apparenza militare: ed è uno spettacolo tanto comune il vederli spingere l’aratro con indosso le divise smesse delle truppe, che uno straniero ignorante della loro abitudine di comprare quelle divise per usarle al lavoro, penserebbe che il Piemonte abbondi di soldati ancor più che il re dei Prussiani…».

 

 

 

 

Autore articolo: Paolo Benevelli

Fonte foto: dalla rete

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