Da dove arriva la nobiltà? (Racconto breve)

“Maestà lei non è re di un bel niente!”. E’ una storia lunga che parte dal V secolo dopo Cristo e attraversa rivoluzioni e problemi d’eredità. Da dove arriva la nobiltà? E cosa significa essere nobili? Forse a queste domande vi risponderanno tirando in ballo parole come valori, onore e coraggio; ma come spesso accade, la realtà è ben diversa…

***

 

Gli ospiti dell’albergo avevano cominciato ad alzarsi dai tavoli e dai divani della sala, per tornare alle proprie camere, cosa normale considerata l’ora tarda. Fuori dai vetri della sala si vedeva la spiaggia, immersa nella più completa oscurità. A guardare quello spettacolo c’era un uomo di mezz’età, brizzolato, estremamente elegante, vestito con uno smoking e che, sorso dopo sorso, stava bevendo un gin tonic. Lì vicino, seduto ad un tavolino, stava un altro uomo, anch’egli vestito elegantemente, ma non indossava uno smoking, era vestito in giacca e cravatta, e stava leggendo un libro, senza curarsi di ciò che c’era oltre i vetri dell’albergo.
L’uomo seduto al tavolo era più o meno della stessa età dell’uomo in smoking, e in entrambi si poteva vedere un contegno che faceva intuire come avessero ricevuto un educazione aristocratica.
Resosi conto che nel salone erano rimasti solo loro due, l’uomo in smoking andò a sedersi al tavolo dell’uomo in cravatta.
“Mi scusi, posso sedermi?”
“Sì, si sieda pure, tanto stasera ero da solo.” disse mentre metteva via il libro
“Cosa stava leggendo?”
“Niente di particolare, la ‘Storia dell’Impero Bizantino‘ di Georg Ostrogorsky. E a dire il vero, lo stavo rileggendo. Mi permetta, ma lei ha un profilo conosciuto.”
“Non mi sorprende, ha sicuramente sentito parlare di me. Sono Carlo Alberto di Savoia, principe di Genova nonché re d’Italia.”
“Sono desolato Maestà, avrei dovuto riconoscerla subito. Io sono Francesco Torrenuova, conte di Castel Lambro e Parabiago, e mi permetta Maestà, ma lei non è re di un bel niente”.
“Come si permette? Mi è andata male una volta, ma non ho intenzione di desistere. È un mio dovere lottare per riconquistare i titoli che sono legittimamente della mia famiglia. Poi, non capisco la sua insolenza, devo forse ricordarle chi l’ha fatta conte?”
“Maestà, le risponderò allo stesso modo in cui il conte di Périgord, Adalbert, rispose al re di Francia Ugo Capeto quando quest’ultimo gli pose la stessa domanda. Ossia chiedendole: chi l’ha fatta re?”
“Ma che domande, io sono Re per grazia divina e volontà della Nazione.”
“Sì e no, se lei Maestà mi permette. Sulla volontà di Dio, non esiste nessun mezzo oggettivo e scientifico per comunicare con una entità divina, quindi queste pretese lasciano il tempo che trovano. Inoltre, l’idea che i re siano posti sui loro troni da Dio, fu contestata già nel medioevo da papa Gregorio VII e da San Tommaso d’Aquino. Sul popolo sono abbastanza d’accordo, i re governano col consenso del popolo, anche se molto spesso nel corso della Storia questo consenso è stato estorto con la forza. E anche parlare di “popolo” è fuorviante, sarebbe più corretto dire che i re nel corso della Storia hanno governato col consenso dei ceti sociali che detenevano i mezzi di produzione. Ossia non tutto il popolo, ma soltanto il popolo ricco, quello che al tempo di Dante era chiamato ‘popolo grasso‘, in contrapposizione al ‘popolo minuto‘, ossia le masse proletarie.”
“Mi scusi, ma questo cosa c’entra?”
“C’entra Maestà, c’entra eccome se vogliamo capire come e perché la storia sia piena di nobili e monarchie, almeno fino alla rivoluzione francese. E dopo di questa, le monarchie inizino a cadere una dopo l’altra.
È una storia lunga, che ha il suo principio nel V secolo dopo Cristo, quando la parte occidentale dell’Impero Romano passa progressivamente dalle mani dei burocrati imperiali a quelle dei sovrani germanici. Nelle varie regioni dell’Impero questo passaggio avvenne con modalità diverse, ma in generale la tendenza fu che il ceto senatoriale romano, un ristretto numero di famiglie aristocratiche romane che possedeva enormi appezzamenti di terra coltivati da eserciti di schiavi e coloni, in generale sostenne i nuovi padroni. Fu una scelta di realpolitik: i senatori, pur di tenersi strette le proprie ricchezze e le proprie proprietà, accettarono di scendere a patti coi sovrani germanici.
Solo che però, progressivamente, anche i latifondi dei senatori passarono in mani germaniche. Sia per ragioni biologiche, ossia una famiglia senatoriale si estingueva senza eredi e le sue proprietà passavano al re, che per ragioni economiche, una famiglia che progressivamente si impoveriva finché non era costretta a cedere le proprie proprietà. Questo fu un processo molto lento, che non avvenne ovunque con la stessa rapidità, e che fu influenzato da fattori demografici oltre che economici; per esempio, nel regno Franco, mentre nel nord della Francia, dove c’erano stati grossi insediamenti di franchi etnici – però non abbastanza numerosi da arrivare a superare in numero la popolazione gallo-romana, infatti in quelle regioni si parla tuttora una lingua latina – le terre furono abbastanza rapidamente tolte ai senatori romani e redistribuite ai guerrieri franchi, mentre nel sud dello stesso regno Franco, dove di franchi ne erano arrivati pochissimi, i senatori romani mantennero molto più a lungo le proprie proprietà, tanto che ancora al tempo dei sovrani merovingi la Provenza era governata da un patrizio romano, che anziché rispondere a Costantinopoli rispondeva al re dei Franchi.
I sovrani germanici all’epoca delle migrazioni non erano dei sovrani assoluti: erano piuttosto dei generali ereditari, che avevano il comando di un popolo in armi, perché nelle società germaniche tutti gli uomini sono guerrieri, quindi i termini ‘popolo’ e ‘esercito’ per le stirpi germaniche erano indistinguibili, e potevano essere messi in discussione, e in qualche caso estremo sostituiti. L’aspettativa dei guerrieri germani era che, come ricompensa per il loro servizio, il re gli avrebbe dato un pezzo di terra con cui il soldato avrebbe potuto mantenere la propria famiglia. E, in generale, fu quello che accadde quando nel V e VI secolo le popolazioni germaniche cominciarono a insediarsi nei territori un tempo governati dai romani. Come abbiamo detto in precedenza, i latifondisti romani trovarono degli accordi coi nuovi padroni per mantenere le proprie proprietà, e in alcune regioni dove l’insediamento germanico è stato marginale o nullo, gli aristocratici romani sono rimasti per secoli padroni dei propri latifondi, però la tendenza generale era che nelle terre espropriate ai senatori romani, i sovrani germanici insediavano i propri soldati.
Inizialmente le proprietà erano più o meno uguali, poi però alcuni di questi piccoli proprietari si impoverirono a causa di un cattivo raccolto o di un annata sfavorevole; altri proprietari invece iniziarono ad arricchirsi, e progressivamente furono in grado di assorbire le proprietà dei loro vicini impoveriti. Questi passarono al servizio dei loro vicini ricchi, restando nel campo che un tempo era loro proprietà.
Senza un diritto scritto, che decadde assieme alla scomparsa delle strutture burocratiche romane – a parte in Italia, dove è sempre sopravvissuta una tradizione del diritto scritto e dove, dopo l’anno mille, questa tradizione è stata riscoperta dal resto d’Europa – l’unica fonte giuridica era la consuetudine, così in un paio di generazioni gli ex proprietari finivano per essere assimilati in tutto e per tutto agli altri servi. Nacquero così le varie forme di servaggio che caratterizzano il medioevo.
Contemporaneamente, nasce la nobiltà. Per molti secoli la definizione di nobile è stata molto vaga: è nobile chi ha i soldi per condurre una vita da nobile. Sei nobile se sai andare a cavallo, se sai tirare di scherma e combattere come un cavaliere, e soprattutto, sei nobile se mangi carne. Tanta carne.
A tal proposito, il ‘Chronicon Novalicense‘, una cronaca scritta nell’XI secolo da un anonimo frate lomellino, racconta un episodio probabilmente falso, ma che comunque fa capire quale fosse il pensiero dell’epoca su cosa volesse dire essere nobile. Secondo questa cronaca, Adelchi, figlio dell’ultimo sovrano longobardo, Desiderio, un giorno entrò nella sala dove Carlo Magno stava banchettando assieme ai suoi cavalieri. Confuso tra i vari commensali, Adelchi mangiò enormi quantità di selvaggina, succhiando i midolli e buttando le ossa sotto il tavolo, dove lasciò una enorme montagna di ossa spezzate. Alla fine del banchetto, Carlo Magno scoprì la montagna di ossa, e da quella capì che Adelchi era stato lì e lo aveva fregato, perché solo un principe di sangue reale poteva mangiare una simile quantità di carne.
Per tutto il medioevo, i nobili sono prima di tutto quelli che possono vivere come dei nobili. Così nel medievo erano considerati nobili non solo i nobili ‘di sangue’, ma anche il figlio dell’usuraio, o il servo fuggiasco che era riuscito ad arricchirsi, se la loro fortuna gli permetteva di condurre lo stile di vita consono ad un aristocratico.
Quando verso la fine del medioevo e nel rinascimento si comincia a stabilire per legge dei criteri per l’appartenenza alla nobiltà, già lì il sistema feudale mostrava dei primi segni non di crisi, ma comunque di stagnazione. Anche perché stava emergendo un nuovo ceto sociale, quello borghese, che pur non essendo nobile di sangue aveva spesso un potere economico paragonabile, se non superiore. E che, soprattutto, era sempre meno interessato a sobbarcarsi gli onori (e gli oneri) dell’appartenenza alla nobiltà.
La crisi vera del feudalesimo inizia nel ‘700. Proprio mentre i sovrani europei riuscivano a liberarsi dei contrappesi feudali, i parlamenti aristocratici, e a limitare i poteri dei loro vassalli, raggiungendo la monarchia assoluta, iniziavano a diffondersi idee rivoluzionarie. La borghesia progressivamente mise sempre più in discussione il ruolo dei nobili e dei sovrani nella società.
Così si fece largo nella borghesia l’idea che dei nobili si potesse anche fare a meno.”
“Non vorrà mica dirmi che lei, un aristocratico, è d’accordo con questo.”
“Sì, sono un aristocratico. Ma sono anche un marxista. E se come marxista posso ammettere che il capitalismo è stato un miglioramento rispetto al feudalesimo, come aristocratico desidero fare ai borghesi quello che loro hanno fatto a noi, e perciò è fondamentale educare i proletari sul loro ruolo storico, e fargli capire che dei capitalisti possono anche farne a meno.”
“Insomma, lei mi ha fatto tutto questo discorso per dirmi che è comunista. Non sarà mica che lei vuole usare la rivoluzione proletaria per tornare a essere conte?”
“Forse Maestà, ma credo anche che sia possibile una società diversa, e migliore. Il passato è passato, e per quanto lei possa provarci, non riuscirà mai a recuperare la sua corona. Io credo sia giusto unirci ai proletari nella lotta per il cambiamento della società.”
“Lei è pazzo.” concluse il principe di Genova mentre beveva l’ultimo sorso del suo gin tonic.
Poi si alzò, e andò anche lui verso la sua stanza, lasciando il conte Francesco solo nel salone.

 

 

 

 

Autore: Dario Carcano, laureato in Scienze e Tecniche Psicologiche presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, è appassionato di storia e ucronie

Fonte foto: dalla rete

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