Enrico V, l’ultimo imperatore della Casa di Franconia

Correva il mese di agosto dell’anno 1124. Enrico V, imperatore del Sacro Romano Impero, re di Germania, Italia e Arlés, il sovrano più potente dell’Occidente, si avanzò alla testa di una grande armata in Lorena, nella zona di Metz, con l’intento di invadere la Francia in aiuto del proprio suocero Enrico I d’Inghilterra. Il re di Francia, Luigi VI, allora era di fatto il signore della regione dell’Ile de France, al quale i numerosi vassalli prestavano un’obbedienza poco più che nominale e per questo l’imperatore era estremamente confidente in una quasi passeggiata militare. Ma accadde qualcosa di straordinario, e si realizzò un evento che, col senno di poi, marcò il tempo della storia. Luigi VI di fronte all’invasione chiamò a raccolta i propri vassalli, e questi risposero al loro re in tal numero che l’imperatore, impressionato da coloro che si trovò di fronte, accampando l’insorgenza di problemi interni, si ritirò senza combattere. Il Sacro Romano Impero della nazione germanica aveva dovuto chinare la testa e furono necessari ben 746 anni prima che la nazione tedesca minacciasse ancora la Francia.

Questo evento, un evento senza rumore di armi, trascurato dai libri di storia, segnò la fine di un’epoca. Enrico V, l’ultimo imperatore della Casa di Franconia, sarebbe morto l’anno successivo, portandosi nella tomba la fama di uomo pieno solo di qualità negative, e con lui ebbe termine altresì il periodo dell’onnipotenza del Sacro Romano Impero della nazione germanica, definitivamente costretto a riconoscere il ruolo non subordinato della Chiesa di Roma e a confrontarsi d’allora in poi con altre entità politiche che avrebbero conosciuto delle traiettorie storiche di crescita a fronte della traiettoria di declino dell’impero.

Eppure tutto per Enrico era cominciato nel migliore dei modi. Nato tra il 1081 e il 1086 da Enrico IV e Berta di Savoia fu destinato a succedere al padre a seguito della ribellione e della morte del fratello maggiore, l’erede designato Corrado. Reso correggente nel 1098 maturò in breve l’idea di emanciparsi dal padre, in lotta costante con la Chiesa e l’alta nobiltà. Nel 1105 si ribellò a Enrico IV d’accordo con il nuovo pontefice Pasquale II, la contessa Matilde e i principali magnati; manifestando subito quei tratti caratteristici di violenza e di slealtà che ne avrebbero contraddistinto la vicenda umana arrivò a imprigionare il genitore con l’inganno. Una nuova guerra civile in Germania fu solo evitata dalla morte improvvisa di Enrico IV nell’agosto 1106.

Enrico governò inizialmente secondo linee guida molto diverse da quelle del padre. Cercò e ottenne un accordo immediato con l’alta nobiltà, mentre nei rapporti con il papato entrò in una sorte di fase attendista. Enrico V proseguì nella pratica salica di investire i vescovi con anello e pastorale mentre, il papa, che pur aveva richiesto da lui la rinuncia a tale pratica, non fece opposizione marcata. Per cinque anni, tra il 1106 e il 1111, il regno di Germania visse in pace e il re si concentrò nel consolidamento delle frontiere orientali, in Polonia e Boemia. Giova notare come in Polonia, nel 1109, all’assedio di Glogau, si rese crudele protagonista di un episodio odioso rimasto famoso nella storia di quel paese. In questo periodo Enrico V trascurò l’Italia, che in realtà non aveva più sentito il dominio tedesco sin dalla sfortunata discesa di Enrico IV nel 1092. Erano stati anni ove nel nord cominciava a manifestarsi l’ascesa delle città che iniziavano a dominare sul contado in assenza di forti e importanti dinastie feudali. Unico grande principato laico dell’Italia centro-settentrionale restava il dominio della contessa Matilde di Canossa.

Finalmente nel 1111 il re si decise a scendere in Italia, accordandosi con il papa per l’incoronazione imperiale a Roma. Scese in pompa magna, accompagnato da un esercito considerato enorme. Era manifesto in lui anche il desiderio di trovare con Pasquale II un accordo per sistemare una volta per tutte la questione delle investiture. E un accordo fra i due fu in effetti trovato, nel Concordato di Sutri del 9 febbraio 1111, con il quale Enrico rinunciava al diritto d’investitura mentre Pasquale garantiva il ritorno al patrimonio regio delle proprietà associate nel tempo alle cariche ecclesiastiche. Pasquale si impegnò pure ad incoronare il re. Ma il conto fu fatto senza l’oste. I vescovi, soprattutto tedeschi, rumoreggiarono, il papa si tirò indietro dall’incoronazione e allora il re, fatto inaudito, ricorse alla violenza, imprigionando Pasquale per due mesi fin quando questi, spossato, acconsentì con il trattato di Ponte Mammolo alla revoca del divieto d’investitura, alla revoca della vecchia scomunica su Enrico IV e all’incoronazione imperiale, che ebbe luogo il 13 aprile 1111 in San Pietro.

Ma i tempi non erano più quelli di suo nonno Enrico III, che aveva deposto tre papi senza che nessuno avesse nulla da obiettare. La Chiesa del 1111, grazie alla riforma gregoriana, grazie al ruolo che aveva avuto nella promozione del movimento crociato, aveva ottenuto un prestigio nuovo e Enrico con tale prestigio dovette presto fare i conti. La violenza sul papa generò scandalo e riprovazione ovunque: due cardinali, Cuno di Palestrina a Gerusalemme nel 1111 e Guido di Borgogna a Vienne nel 1112 scomunicarono l’imperatore e il dissenso iniziò a manifestarsi. Unico successo fu apparentemente l’incontro con la vecchia contessa Matilde, che a Bianello apparentemente legò all’imperatore le proprie terre in caso di morte senza eredi. Tale trattato, che contraddiceva altro asseritamene stipulato da Matilde con il papa, fu all’origine di buona parte delle pretese imperiali sull’Italia in seguito.

Rafforzato dal successo Enrico tornò in Germania ma presto dovette verificare come l’equilibrio che aveva faticosamente costruito si era irrimediabilmente rotto. Come già suo padre cercò di riportare al demanio regio terre alienate ma così facendo entrò irrimediabilmente in conflitto con principi laici ed ecclesiastici, quali gli arcivescovi di Magonza e Colonia. Ma se prima del 1111 la resistenza nei suoi confronti avrebbe nei fatti costituito un riprovevole attentato alla pace del regno ora Enrico era un imperatore scomunicato, contro cui l’opposizione era più che lecita. Scarso sotto il profilo militare Enrico ebbe generalmente la peggio in queste lotte continue che insanguinarono la Germania dopo il suo ritorno: da citare la famosa sconfitta di Welfesholz l’11 febbraio 1115 dopo di che il potere imperiale in Sassonia divenne unicamente nominale. Se Enrico IV nella lotta per mantenere e accrescere il potere regio aveva avuto dalla propria parte gli ecclesiastici contro i grandi magnati Enrico V ebbe dalla sua quasi solo i propri sostenitori laici della Germania centromeridionale, notabile tra questi il duca di Svevia della Casa di Hohenstaufen.

La morte della contessa Matilde nel 1115 portò Enrico nuovamente in Italia per assicurarsene l’eredità, e in questo apparentemente ebbe successo, essendosi costituito una nuova base di potere con cui contrastare l’opposizione nella Germania del nord. Ma il conflitto con il papato, sedato durante il resto del pontificato di Pasquale II, si riaccese con la morte di questi nel 1118. Enrico cercò di nominare egli stesso un nuovo papa ma i cardinali non accettarono l’imposizione imperiale ed elessero Gelasio II contro cui Enrico tentò nuovamente la carta della violenza. Ma questa volta il papa riuscì a fuggire in Francia e l’imperatore finì nuovamente scomunicato con i principi che a questo punto minacciarono nuovamente di deporlo. Gelasio II morì l’anno dopo nel 1119 e a lui successe il cardinale Guido di Borgogna, colui che aveva scomunicato Enrico nel 1112, con il nome di Calisto II. La pressione dei principi spinse Enrico a questo punto a trovare un accordo con il nuovo papa e lunghe negoziazioni seguirono. Fallito un negoziato diretto tra i due a Reims in Francia il negoziato fu affidato a legati delle due parti. Si addivenne alla fine il 23 settembre 1122 al celebre Concordato di Worms con cui ebbe fine la lotta per le investiture. Il sovrano rinunciò alla nomina diretta dei vescovi con anello e pastorale mantenendo però il diritto di conferire in feudo i beni temporali connessi alla carica: tale diritto veniva esercitato in Germania prima dell’investitura mentre in Italia e ad Arlés veniva esercitato dopo. In tal modo in effetti il sovrano mantenne il potere di controllare le nomine ecclesiastiche limitatamente alla Germania anche se tale controllo fu ben lontano da quello esercitato dagli Ottoni e dai primi salici distruggendo nei fatti il sistema della Chiesa Imperiale e quindi imponendo un nuovo modo di gestire l’impero per garantirne la sopravvivenza. Enrico, senza essersi sottoposto ad alcuna penitenza a differenza di suo padre, ed anzi avendo esercitato violentemente il proprio potere contro la chiesa, fu riammesso nella comunità cristiana; ma la Chiesa, che sotto Enrico III era quasi un’appendice del potere imperiale, ora si ergeva a pari dell’impero, e nei fatti ne controllava la compattezza interna.

Gli anni successivi a Worms furono contrassegnati da pace in Germania anche se l’autorità regia continuò ad essere poco riconosciuta nei fatti in Sassonia. Avendo sposato, senza averne eredi, la famosa Matilde, figlia ed erede di Enrico I d’Inghilterra, nel 1124 Enrico intraprese la spedizione di cui parlavamo al principio dell’articolo. Non sopravvisse a lungo all’insuccesso morendo di cancro a Utrecht il 23 maggio 1125.

Enrico V non lasciò buona memoria di sé. La perfidia con cui trattò il padre ma non solo lui e la violenza fatta al papa infangarono per sempre il suo nome. Malgrado gli innegabili successi ottenuti in Italia in Germania andò incontro a sconfitte su sconfitte, militari ma non solo. Quando morì la sua autorità in Sassonia, che nei fatti significava Germania del nord, era puramente nominale. La mancanza di eredi contribuì a far sì che negli ultimi anni i principi si preparassero a nuove prove di forza in vista di un cambio di dinastia, e dopo di lui l’autorità regia fu, per 27 anni, quasi esclusivamente simbolica. Il grande Sacro Romano Impero della nazione germanica malgrado una costante politica di forza era caduto molto in basso e la ritirata di fronte a Metz annunziò nei fatti questa situazione di fronte al mondo. Ci avrebbero pensato gli Hohenstaufen a provare a risollevarlo.

 

 

 

 

 

 

Autore articolo: Valerio Lucchinetti, laureato in Discipline Economiche e Sociali all’Università Bocconi di Milano con tesi di storia economica sui mercati granari in Lombardia nel XVIII secolo. Attivo professionalmente nel settore della gestione di portafogli azionari è appassionato di storia, con preferenza per il Medio Evo e l’età moderna sino alla Rivoluzione Francese.

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: Brooke e Zachary, Gregory VII and the First Contest between Empire and Papacy; Brooke e Zachary, Germany under Henry IV and Henry V; G. M. Cantarella, Il sole e la luna. La rivoluzione di Gregorio VII papa; H. Fuhrmann, Germany in the high middle ages c.1050-1200

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