Etnoantropologia e colonialismo italiano in Africa

Il tema dei legami tra ricerca etnoantropologica e colonialismo è davvero molto complesso e interessante. Su questo tema la storiografia italiana ha registrato un ritardo clamoroso, visto che le barriere di omertà e di silenzio e la memorialistica nostalgico-apologetica hanno cominciato a scalfirsi solo a partire dalla fine degli anni Settanta del Novecento.

Per decenni una certa storiografia ha recitato una mitologia assolutoria che ha negato la presenza del razzismo nella storia italiana. Questo mito storiografico negazionista ha narrato un processo di formazione dello Stato nazionale immune dalla etnicizzazione della cittadinanza e raccontato di un’esperienza coloniale eccezionalmente mite e buonista. In realtà, ci sono svariati argomenti che smentiscono tale vulgata autoassolutoria. E documentano come anche la storia d’Italia e, in particolate, la storia coloniale, abbia annoverato, tra le sue componenti essenziali, ideologie e pratiche razziste nei confronti dei nemici interni, delle aree di popolazione subalterna, dei nemici esterni e infine degli ebrei, quale sintesi di tutte queste dimensioni.

La figura di Lidio Cipriani (1892-1962) è molto complessa. La personalità di questo antropologo fiorentino, che nel 1926 ottenne la libera docenza, accomunata a quella di altri importanti personaggi dell’epoca coloniale prefascista (tra cui, in particolare, Alberto Pollera, di cui diremo in seguito), ci aiuta a comprendere il profondo legame tra etnografia e amministrazione delle colonie italiane in Africa, e soprattutto le ragioni della svolta ‘razzista’ che nel 1938 portò Cipriani stesso a diventare un ‘antropologo di regime’ ed aderire al Manifesto della Razza.

Che senso ha parlare ancora di storia coloniale? Che senso ha oggi analizzare le ricerche scientifiche e pseudoscientifiche di quell’epoca? Un senso ce l’ha, eccome, in quanto ricostruire il ‘contesto’ in cui nacquero questi studi, spesso meramente propagandistici e senza solide basi scientifiche, ci fa comprendere come in Italia il razzismo non sia un prodotto del fascismo ma, addirittura, un’elaborazione dell’amministrazione coloniale prefascista. Con solide radici anche nel nostro Risorgimento incompiuto.

Molti sono ancora convinti che il razzismo sia sorto in epoca fascista, ma la verità storica ci dice che esso nacque proprio a ridosso dell’occupazione militare dell’Eritrea. Il processo storico – giuridico di costruzione della razza, che si presta (oggi come allora) a soddisfare le necessità di ordine e di certezza in contesti di angoscia e di preoccupazione diffusa attraverso l’approccio tassonomico delle teorie lombrosiane, nacque infatti già alla fine dell’Ottocento, e fu attuato proprio attraverso politiche coloniali che erano diretta emanazione dell’artificio della razza.

Il progetto coloniale italiano ha oscillato per decenni tra Mezzogiorno ed Africa. L’Esposizione generale di Torino del 1884, patrocinata da Tommaso Villa l’anno precedente lo sbarco delle truppe italiane a Massaua, ne è un esempio lampante. In un recinto venne riprodotto un villaggio di Assab, la prima sperduta colonia italiana d’oltremare che era stata già acquisita da Raffaele Rubattino (grazie all’aiuto del missionario Giuseppe Sapeto), con indigeni che venivano esposti come animali in un giardino zoologico. Il razzismo cominciò ad essere utilizzato come dispositivo per la costruzione dell’identità nazionale: la costruzione dell’alterità sviluppava infatti allo stesso tempo la costruzione del sé nazionale, e questo in un paese che da secoli aveva una disposizione regionalistica assai accentuata. Fare gli italiani comportava la risoluzione del problema costituito dalle masse di diseredati del Mezzogiorno, percepite come portatrici di un’alterità assoluta e pericolosa. Allo stesso tempo la criminologia positivista coniava il concetto di delinquente-nato, associandolo ai caratteri somatici dell’individuo (Michele Nani, Ai confini della nazione. Stampa e razzismo nell’Italia di fine Ottocento, Carocci, Roma, 2006).

Il rapporto tra etnoantropologica e colonialismo ancora oggi rappresenta una nuova frontiera e una nuova sfida per la storiografia, chiamata oggi a ‘riscrivere’ il nostro passato. Ancora nel 1980 lo studioso Gianni Dore (che nel 2021 ha pubblicato un importante saggio sui capi locali e la loro cooptazione nell’ambito della Colonia Eritrea: essa fu un’idea-chiave di Ferdinando Martini che rese possibile l’amministrazione della ‘Colonia primigenia’) sosteneva l’assenza di una storia delle ricerche etnologiche sviluppate nel periodo prefascista e durante il Ventennio fascista. Solo quarant’anni fa la nostra storiografia non si era ancora occupata del lungo e faticoso percorso dell’etnologia italiana verso un riconoscersi e definirsi come disciplina autonoma rispetto sia all’antropologia fisica e agli studi del folklore sia alla politica.

Le ragioni di questo ritardo sono ben note, e sono le stesse che riguardano il più generale studio delle vicende coloniali. E la storia delle ricerche etnologiche italiane, dalle prime osservazioni dei missionari (Sapeto, Stella ecc.), dei primi esploratori e funzionari fino al consolidarsi dell’etnologia negli Anni Trenta, è strettamente collegata proprio alle tappe del colonialismo italiano.

La barriera di omertà, di silenzio, di memorialistica nostalgica e apologetica eretta intorno al nostro passato coloniale (e che ancora in parte resiste tutt’oggi) iniziò, come già detto, a scalfirsi solo alla fine degli anni Settanta del Novecento. Lo stesso Comitato per la Documentazione delle attività in Africa insediato nel dicembre del 1952 con il compito di ricostruire l’intero percorso storico della colonizzazione italiana, e che per lunghi anni ha avuto accesso esclusivo agli Archivi storici dell’ex Ministero dell’Africa italiana, pubblicò volumi che furono ispirati a una visione acritica ed edulcorata, in linea con l’impostazione ideologica del Comitato stesso, intesa soprattutto a legittimare valori, miti e prassi del colonialismo italiano.

L’esperienza di Lidio Cipriani rappresenta un importante tassello della ricerca etnoantropologica italiana tra inizio e prima metà del Novecento, e in particolare di quella effettuata in epoca fascista. Cipriani collaborò inter alia all’opera fondamentale di Renato Biasutti (Razze e popoli della Terra) più volte ristampata nel secondo dopoguerra, e che uscì nel 1941 con espliciti riconoscimenti tributati al fascismo e al razzismo poi censurati nelle edizioni successive.

Oltre al citato recente saggio di Dore, Barbara Sòrgoni col suo Etnografia e colonialismo (2009) ha dato un importante contributo sulle ‘credenze’ e i ‘miti’ che influenzarono il lavoro degli etnografi italiani anche del periodo liberale, tra cui appunto Alberto Pollera. Uno dei principali luoghi-comuni che attraversavano i vari ambiti del sapere coloniale era la convinzione secondo la quale, se in una data colonia si rinvenivano monumenti archeologici di valore, questi dovessero essere sempre attribuiti all’opera di maestranze esterne. Pollera ripeté queste affermazioni anche con riferimento ai resti di Axum, delle Chiese di Lalibela e degli antichi conventi etiopici. Così come fino agli anni Trenta si sarebbe affermata la stessa cosa anche per la Birmania e le Indie olandesi e agli inizi del Novecento per la Rhodesia, Lidio Cipriani addirittura sostenne con inaudita violenza in un suo saggio del 1936 che l’Etiopia rappresentava un ‘assurdo etnico’. In quest’opera egli effettuò anche una specifica espunzione degli Abissini dalle razze semitiche assimilandoli ai ‘veri negri’.

Sia nelle opere di Pollera che di Cipriani ritorna, in breve, tutta l’ambiguità e l’ambivalenza del paternalismo coloniale. Con la differenza che mentre in Pollera, un vecchio funzionario dell’amministrazione coloniale prefascista, che ebbe due compagne indigene da cui generò sei figli, i sentimenti liberali e i legami familiari aggiunsero una dimensione di compartecipazione personale al destino dei colonizzati, ai loro usi e costumi (che Pollera studiò con autentica passione durante i suoi quarant’anni di permanenza nell’amministrazione coloniale, sia in Eritrea che in Etiopia), in Cipriani al contrario (e lo dimostrano i suoi numerosi scritti) le razze umane vengono viste come totalmente distinte sul piano biologico, in modo tale da rendere pericoloso ogni ‘frammischiamento’: cosa che lo indusse addirittura a ritenere che la ‘razza italiana’ dovesse essere separata da quella semitica e camitica, preparando così il terreno per le successive leggi razziali del 1938 rivolte alla discriminazione e persecuzione degli ebrei.

In breve, mentre nel periodo prefascista il paternalismo coloniale ammise ancora ‘contaminazioni’ tra dominanti e dominati, permettendo peraltro al madamato di divenire una consuetudine consolidata tra i borghesi ei  militari italiani, tra i funzionari di umile quanto di alto rango, generando un continuo aumento dei meticci che nacquero da tali relazioni (e che venivano quasi sempre abbandonati dai padri italiani), il fascismo con la creazione dell’impero effettuò una drastica separazione, sottolineando con forza l’inferiorità e l’assoluta subordinazione degli indigeni sottomessi, e che a sua volta determinò l’allontanamento e la marginalizzazione di tutti i funzionari prefascisti, come Pollera, che erano considerati degli insabbiati.

 Ovviamente i temi della presunta inferiorità razziale e culturale dell’uomo africano rispetto ai colonizzatori ‘bianchi’ erano strumentali al mito della (sempre presunta) ‘civilizzazione’ del Continente nero da parte delle potenze egemoni occidentali, e l’Italia fu l’ultimo paese europeo a gettarsi nello scramble for Africa. In realtà, come ben sappiamo oggi, anche se non documentata da testimonianze scritte, l’Africa antica possedeva e possiede una storia sottostimata se non proprio brutalmente negata. Come ha testimoniato lo storico Francois-Xavier Fauvelle nel suo Il rinoceronte d’oro (2017), esisteva ed esiste un mosaico di testimonianze, di siti archeologici, di frammenti e di oggetti che permettono di ricostruire il volto reale di un’Africa rimasto per secoli nell’ombra e che racconta un’altra narrazione rispetto a quella mostrata dagli etnografi del periodo coloniale: e soprattutto un’altra visione del mondo, più veritiera e meno eurocentrica.

Oggi, noi italiani abbiamo la straordinaria occasione di valorizzare una delle principali tappe di questa antica storia africana: alludo alla città portuale di Adulis (Eritrea), frutto della civiltà autoctona degli Adulitani, che permise la civilizzazione del Corno d’Africa e la penetrazione del Cristianesimo in Etiopia, e che sta aspettando con ansia di essere riportata alla luce. La nostra decennale ricerca archeologica ad Adulis presto ci riserverà importanti scoperte archeologiche e culturali.

Studiare e ricordare gli stretti legami tra razzismo e politiche coloniali italiane potrà inoltre anche aiutarci a ‘voltare pagina’ e a superare i falsi miti e i pregiudizi che ancora condizionano negativamente i concetti di ‘patria’, di ‘nazione’ e di ‘cittadinanza’.

 

 

 

 

Autore articolo: Alessandro Pellegatta è uno scrittore appassionato di letteratura di viaggio, storia coloniale e dell’esplorazione. Tra le sue ultime pubblicazioni storiche ricordiamo Manfredo Camperio. Storia di un visionario in Africa (Besa editrice, 2019), Il Mar Rosso e Massaua (Historica, 2019) e Patria, colonie e affari (Luglio editore, 2020). Di recente ha pubblicato un volume dedicato alla storia dell’esplorazione italiana intitolato Esploratori lombardi.

Fonte foto: dalla rete

 

Bibiografia: R.Maiocchi, Scienza italiana e razzismo fascista, Firenze 1989; G.Israel – F.Nastasi, Scienza e razza nell’Italia prefascista, Bologna 1998; Nel nome della razza. Il razzismo nella storia d’Italia (1870-1945), a cura di A. Burgio, Bologna 1999; M.Nani, Ai confini della nazione. Stampa e razzismo nell’Italia di fine Ottocento, Roma 2006; B.Sòrgoni, Etnografia e colonialismo. L’Eritrea e l’Etiopia di Alberto Pollera (1873-1939), Torino 2001; G.Dore, Capi locali e colonialismo in Eritrea. Biografie di un potere subordinato, Roma 2021; F-X Fauvelle, Il rinoceronte d’oro. Storia del Medioevo africano, Torino 2017.

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