Foibe e deportazioni

Il Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella ha definito quanto avvenne agli italiani della Venezia Giulia, del Quarnaro e della Dalmazia “un capitolo buio della storia nazionale e internazionale, che causò lutti, sofferenza e spargimento di sangue innocente…”. Sulle foibe ha pure correttamente precisato: “Non si trattò, come qualche storico negazionista o riduzionista ha provato a insinuare, di una ritorsione contro i torti del fascismo. Perché tra le vittime italiane di un odio, comunque intollerabile, che era insieme ideologico, etnico e sociale, vi furono molte persone che nulla avevano a che fare con i fascisti e le loro persecuzioni”. Queste dichiarazioni sono arrivate dopo anni di imbarazzante silenzio.

L’epurazione portata avanti dai titini allo scopo di annettere la Venezia Giulia alla Jugoslavia faceva a meno di formalità e processi. Il destino degli italiani catturati era l’esecuzione sommaria e l’infoibamento. A piccoli gruppi venivano portati dal carcere sino all’orlo degli inghiotti carsici e scaraventati nel vuoto con una raffica di fucile.

Basovizza, Opicina, Prosecco, Volci, Cruscevizza, Aurisina e Ternovizza sono le località del Carso meta finale di questo percorso di morte. Alcuni, addirittura, furono infoibati ancora vivi perchè soltanto feriti dai proiettili, altri alle foibe non arrivano neppure perchè sono fucilati prima.  E’ il caso di Riccardo Blasich, autonomista fiumano che si era battuto contro i fascisti per lo stato libero di Fiume e che, con le stesse ragioni, s’era rifiutato di firmare un documento in favore dell’annessimo della città alla Jugoslavia. La sua morte fu così raccontata dalla moglie: “Il 3 maggio, subito dopo l’occupazione di Fiume da parte delle truppe di Tito, bussarono alla nostra porta. Intimoriti dai fatti del giorno indugiammo ad aprire. Finalmente mio fratello aprì. Egli si trovò davanti cinque individui armati che entrarono nella camera da pranzo. Sentendo il rumore mi alzati anch’io e li raggiunsi. Appena entrata, mi fu piantata la pistola sulla tempia e mi furono tlti la fede matrimoniale e l’anello: quindi cominciarono a rovesciare tutto. Due del gruppo si diressero invece verso la camera da letto e, sempre con le pistole in mano, intimarono a mio marito di alzarsi e di venire via insieme a loro. Io feci loro osservare che era paralizzato agli arti inferiori e che si muoveva soltanto grazie a una sedia a rotelle, che feci loro vede in un angolo. Allora io, mio fratello e mia figlia fummo rinchiusi in una minuscola dispensa dove appena entravamo in tre. Restammo chiusì lì dentro per due ore, e quando finalmente ci decidemmo a rompere i vetri e a uscire, trovammo tutte le luci accese, la prota dell’ingresso aperta, tutto in disordine, gli armadi vuoti. Sul letto ricoperto dal piumino trovammo il cadavere di mio marito: strangolato. Sulle lenzuola c’erano le tracce di due scarpe: ci dissero poi che erano saliti in due sopra al letto per ucciderlo. Gli assassini non parlavano italiano: tra loro si esprimevano in croato”.

Non mancò chi trascorse quei giorni in lontani campi di prigionia. Lunghi e faticosi viaggi, per lo più condotti a piedi, condussero migliaia di italiani in Slovenia, in Croazia, in Serbia, sotto l’attenta vigilanza di titini armati. Non mancarono fucilazioni e pestaggi lungo questi spossanti viaggi che sfinivano i prigionieri, nè esecuzioni per chi osava tentare una disperata fuga.

Le esperienze più drammatiche di deportazine si ebbero a Borovnica. Qui il campo era stato costruito dagli stessi prigionieri con baracche fatte di traversine ferroviarie portate sul posto da carri tirati a mano. I deportati erano tenuti ai lavori forzati e l’ammassamento raggiunse numeri insostenibili. Per tutti c’era un unico pasto giornaliero, un brodo di verdure, e gran parte dei deportati morirono per denutrizione. Quelli che si ammalavano venivano condottia San Vito di Lubiana, in un ex manicomio da cui nessuno tornò. Ne morivano in sei o sette al giorno per dissenteria, tifo, tubercolosi e sfinimento. Si riporta una memoria d’un prigioniero in G. Oliva, Foibe: “Ricordo con raccapriccio il povero B., un ragazzo triestino di 18 anni facente parte della brigata “Venezia Giulia” del Corpo volontari della libertà. Era ridotto a un pietoso relitto umano da una infezione che non gli era mai stata curata. Negli ultimi giorni della sua vita rassomigliava più a un vecchio decadente che a un ragazzo della sua età. La notte in cui morì lo udimmo gridare a lungo invocando la mamma. Quando si fece silenzio si sentì battere violentemente alla porta per chiamare la guardia di servizio. Sapemmo poi che il povero B. era stato tratto fuori dalla cella e temporaneamente depositato nel cesso situato di fronte a essa”.

Al massacro delle foibe ed al tragedio dei campi di lavoro seguì l’esodo giuliano dalmata, ovvero l’emigrazione forzata della maggioranza dei cittadini di etnia e di lingua italiana dai territori natali che ammonta ad un numero compreso tra le 250.000 e le 350.000 persone.

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra
Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: G. Oliva, Foibe

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