Gelone e la battaglia di Imera

Gelone fu il vero protagonista dell’ascesa di Siracusa tra le città greche di Sicilia. Grazie ai proprietari terrieri esiliati dalla classe servile ribelle, assurse alla più alta magistratura cittadina, poi potenziò la città sotto l’aspetto difensivo, facendo anche costruire mura per unire l’Acradina all’Orgitia, infine mise in piedi una delle flotte più imponenti del mondo arrivando in cinque anni a vantare oltre duecento navi. Siracusa sotto il suo governo crebbe anche demograficamente, soprattutto come conseguenza delle deportazioni dai centri di Gela e Kamarina, ma anche come conseguenza di una crescita economica imperniata sull’intensificarsi dei commerci con le altre sponde mediterranee.

L’intraprendenza di Gelone, forte della fedeltà di Ierone, suo fratello, padrone di Gela, e dell’alleanza con il tiranno di Agrigento, Terone, sancita con vincoli matrimoniali, preoccupò altre città dell’isola che dettero vita ad una coalizione contro Siracusa. La capeggiò Anassila, signore di Reggio, che si era pure impadronito di Zancle col gruppo di messeni che diede a quel centro il nome odierno di Messina.

Ciò spinse Terone a marciare su Imera, città guidata dal tiranno Terillo, per sottrarla all’influenza messenica. Fu allora che Anassila richese l’intervento punico portando i propri figli come ostaggio ad Amilcare, supremo magistrato di Caragine.

Gelone era del tutto all’oscuro di queste trame, nel mentre i cartaginesi raccoglievano trecentomila soldati arruolati dalla Numidia alla Spagna, alla Gallia all’Italia con duecento triremi e tremila imbarcazioni da trasporto. Approdarono a Panormo, il principale porto fenicio di Sicilia, nel 480 a.C., coperti dal totale controllo dello Stretto di Messina da parte di Anasilla.

Agrigento, niente affatto preparata a fronteggiare quell’invasione, non fece nulla per ostacolare il cammino punico, si limitò a restare ben guarnita di difese rinviando lo scontro a quando sarebbe intervenuto Gelone. I cartaginesi, comandati da Amilcare, costruirono il loro campo proprio fuori Imera, nella zona tra il fiume Torto e la porta della città, isolandola sia dal mare che dall’interno, dove furono liberi di saccheggiare tutto. Al momento della battaglia di Imera, dunque, la città era sotto il controllo di Terone di Agrigento che aveva posto a presidio molti soldati. Terone provò una sortita ma l’esito fu infelice, i greci agrigentini furono decimati prima che arrivassero alle mura. Non c’era altro da fare che attendere le mosse di Gelone.

Il tiranno di Siracusa attraversò la Sicilia con cinquantamila fanti e cinquemila cavalieri. Attaccò con la cavalleria facendo diecimila prigionieri. La sua iniziativa rincuorò gli assediati di Imera, ordinò loro di aprire le porte della città e di edificarne altre per intensificare le sortite poi punto ad impossessarsi della flotta cartaginese. Stava ancora pensando come approntare un piano quando gli portarono un dispaccio da Selinunte caduto nelle mani delle pattuglie siracusane, nel quale si segnalava l’arrivo di cavalleria a supporto dei cartaginesi concordato nel giorno in cui Amilcare avrebbe celebrato sacrifici a Poseidone. A quel punto Gelone fece presentare i propri cavalieri all’ora convenuta da Amilcare spacciandosi per i rinforzi di Selinunte e costoro, una volta entrati nel campo punico, diedero fuoco alle navi ed uccisero i nemici cogliendoli alla sprovvista. Uccisero pure Amilcare, come previsto, intento a celebrare il sacrificio a Poseidone.

La reazione cartaginese ci fu, ma nel frattempo Gelone sopraggiunse con la fanteria scatenando una furiosa mischia. L’ordine era quello di non far prigionieri così l’inseguimento dei fuggitivi fu particolarmente cruento. In molti morirono, altri trovarono scampo nel campo fortificato dalla fanteria per poi arrendersi senza viveri.

Si scrisse che i prigionieri furono così tanti che ad Agrigento ogni cittadino finì col possedere cinquecento schiavi. Grazie alla vittoria, Terone riuscì a raccogliere numerosi prigionieri coi quali costruì grandi monumenti ed edifici pubblici come le condutture feacie.

Da quel giorno Gelone estese la propria area d’influenza all’intera Sicilia greca senza dover sostenere ulteriori combattimenti e venendo riconosciuto come re dai propri concittadini. I cartaginesi si tennero lontano dall’isola per settant’anni.

La pace, sancita dal pagamento di duemila talenti d’argento come risarcimento, fu sugellata dalla donazione di una corona d’oro del valore di cento talenti dei cartaginesi a Damarete, moglie di Gelone e figlia di Terone, che tanto s’era adoperata affinchè il marito accondiscendesse ad un’accordo, ottenendo, fra l’altro, che non si sacrificassero più bambini alle divinità. Dal canto suo, Gelone, fece coniare una nuova moneta, il Demareteion, considerata una tra le più belle dell’antichità.

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: A. Frediani, Le grandi battaglie dell’antica Grecia

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